E noi che la felicità la pensiamo
in ascesa, sentiremmo la commozione,
che quasi ci atterra sgomenti,
per una cosa felice che cade.
(Rainer Maria Rilke, Elegie duinesi, X, 110-114)

27 settembre 2010

VITTORIA

Sono passati 7 giorni, Vittoria, da quando con le tue compagne di classe anch'io seguivo con lo sguardo appannato dalle lacrime una bara nella quale, si diceva, c'eri tu - c'erano i tuoi 17 anni, la tua ironia, il tuo sguardo, la tua serietà, la tua discrezione, la tua allegria, i tuoi progetti, i tuoi affetti: tutto di te, dopo 15 mesi di chemioterapie, trapianti di midollo e tanto altro che non ha potuto salvarti da questo pomeriggio di settembre, dalle nostre lacrime, dai fiori, dal corteo che ti ha accompagnata in silenzio, con sgomento.

Conosco bene il luogo in cui hai vissuto l'anno della tua quarta liceo, e anche la stanza che per ultima ha occupato la tua vista. So tante cose che nessuno può capire tranne te e i tuoi genitori, le tue compagne, le tue infermiere. Ad esempio, certe gioie incredibili, inimmaginabili, che solo là trovano vita; e dolori che non si possono descrivere.  
Ti ho seguita a distanza, per tutto questo tempo: sapevo dov'eri, cosa vivevi. Non avevi bisogno di me. Qualche sms, facebook... "Voglio tornare a casaaaaaaa!!!!", scrivevi.

C'era ben poco di te, in quella bara: quasi nulla, un'orma appena. Dove tu vivi, ora, è moltiplicato ciò che sei, e ciò che sei stata per noi non ha misura. Non siamo noi a doverti ricordare: cosa può fare per te il nostro ricordo? Sei tu che puoi ricordare noi - questo sì, davvero farà molto.

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