
Tra le altre cose, sono specializzato in glottodidattica (diploma CEDILS a Ca' Foscari, ecc.), sono funzione strumentale (collaboratore del Preside delegato dal Collegio Docenti) per gli studenti stranieri in un liceo con due sedi e una succursale; progetto gli interventi e coordino un gruppo di docenti in proposito; ho insegnato anche ad adulti di tutte le provenienze, e non da ieri. Conosco bene ciò di cui parlo, e potrei raccontare per ore: volti, storie, episodi...
Difficile far capire ai colleghi che non lo faccio perchè sono "buono", ma perchè sono un insegnante alle dipendenze dello Stato, e credo di avere tanto professionalità quanto senso civico; non perchè io "non li consideri stranieri", ma perchè lo sono, perchè le loro esigenze sono particolarissime e perchè la scuola è una cosa seria; non perchè "la mia patria è il mondo", ma perchè amo la mia lingua e la mia cultura (che è plurilingue e poliglotta da millenni) di un amore così viscerale, che nemmeno la barbarie ripugnante della vita pubblica riesce a dissolvere; non perchè io sia un "missionario", ma perchè sono cittadino e nient'altro. Perchè sono cattolico, certo: ma nulla cambierebbe se non lo fossi.
Sono figli nostri, gli studenti e le studentesse stranieri che lo Stato mi affida: nostri, non "miei". Ne sono pienamente convinto.
Non stiamo tornando alle leggi razziali: il paragone è indebito e del tutto fuori luogo.
Stiamo agendo, invece, con una pericolosa e condivisa miopìa: analisi di quel genere, così "ad effetto", possono solo rinforzarla, a tutti i livelli della società. Ancora una volta, si contrappongono i "buoni/buonisti" ai "cattivi/razzisti", lasciando a ognuno il compito di identificare a proprio gusto quelli che hanno ragione e che agiscono bene: da una parte, i pro-immigrati (criminali per gli uni, santi per gli altri); dall'altra, gli anti-immigrati (idem, come sopra, secondo l'orientamento di ciascuno). "Non credo - scrisse Jung - che la malvagità sia solo una bontà fraintesa": il bene e il male esistono, e non sono un'opinione.
La miopìa di cui parlo è bifronte: ha due facce, che esattamente si corrispondono e che si rafforzano a vicenda - benchè sia una delle due a prevalere, l'altra mi sembra tutta presa da sè e dalla nobiltà del proprio elitario sdegno, della propria bontà gratificante.
Provo a spiegarmi.
Entrare in Italia illegalmente non è permesso, e meno che mai per delinquere: chi può sostenere il contrario? Ma entrarvi legalemente (e rimanervi!) è una vera e propria odissea, fatta di ostacoli quasi insuperabili per la brava gente - quella che non ha soldi nè potere. Si tratta di sciocchezze per le mafie dei vari paesi: con i soldi e con gli agganci (criminali e politici), gli ostacoli non danno fastidio.
Chi viene in Italia per lavorare, per dare un futuro ai propri figli, lasciando tutto ciò che gli appartiene pur di sfuggire alla miseria, alla violenza e alla corruzione, affronta con pazienza e dignità incredibili le interminabili code notturne davanti alle questure, le mille incertezze e i centomila cavilli, i bolli e i moduli che non finiscono mai, le scadenze assurde, le possibilità di perdere il permesso di soggiorno per un nulla, la difficoltà estrema di portare qui i propri figli, di rivedere i propri familiari - gli infiniti terrori e le incredibili angherie della nostra legge contro i soli deboli: per portare in Italia un solo figlio, ad esempio, l'immigrato regolare deve avere a disposizione una casa di almeno 100 metri quadri - perchè? un italiano può fare figli anche in un monolocale... e molti italiani affittano case ampie ma fatiscenti a prezzi altissimi (parte in nero, ovviamente, perchè l'inquilino deve poter mostrare un regolare contratto d'affitto) a chi vuol rivedere i suoi figli dopo 5-6 anni di lontananza.
Penso alla professoressa moldava che qui fa l'operaia e che giudica le nostre scuole troppo poco severe (le scuole dell'Est sono ottime, ai limiti del credibile, ma rilasciano titoli di studio che qui non sono riconosciuti); all'altra professoressa dell'Est che qui fa le pulizie in una cooperativa, ma ha i figli all'università; al veterinario dell'Uruguay che qui fa il saldatore e non si lamenta di nulla; all'infermiere caposala che qui lavora in una cava... alle tante badanti che si ritrovano ai giardini pubblici nell'unica ora libera, verso sera, e sembra che cinguettino tristemente in un russo melodioso, con inflessioni che distinguo bene, ormai (ucraina, moldava, russa del sud, siberiana, kazaka... non è difficile, basta un po' di pratica).
Loro sì, hanno dignità. Da vendere, ne hanno.
Penso alle mie studentesse dell'Est, che sanno bene una cosa prima di tutte: la cultura è l'arma dei poveri, la pazienza è la sola fonte di speranza, la tenacia è la garanzia di chi non è garantito da nessuno. In Italia si può studiare senza dover corrompere nessuno per passare gli esami; si può essere curati e rivolgersi agli uffici pubblici senza pagare ciò che reca la scritta "gratis", o pagando esattamente quello che c'è scritto; si può vivere senza fare violenza nè subirla. A volte, anche loro, come tutte le ragazze della loro età, si inventano un malessere per evitare un'interrogazione o trovano scuse fantasiose per non aver fatto i compiti - ma lo fanno in quanto ragazze, non in quanto straniere. Studiano sodo, perchè sanno quanto valga l'istruzione. Affrontano difficoltà inimmaginabili, con coraggio da leonesse. E riescono, per lo più, molto bene. Non raccontano delle proprie lacrime, se non dopo molto tempo, e solo di sfuggita.
L'Italia, sic et simpliciter, riporta nel Paese di provenienza un barcone di disperati, senza curarsi di verificare se vi sia qualcuno che abbia diritto all'asilo, qualche malato che abbia bisogno di cure, qualche donna che deve partorire; senza curarsi di dare cibo, acqua, coperte, vestiti e medicine - a spese nostre, certo: se li spendessero sempre così, i nostri soldi! Mi toglierei il pan di bocca per darne ancora!
(La Chiesa alza la voce, finalmente in modo poco diplomatico - e io prego Dio: muovi quelle lingue, manda lo Spirito che le faccia parlare senza diplomazia - e non solo di preservativi...)
Nel frattempo, sugli autobus e nelle scuole è in atto una campagna che dice: "Nella mia città, nessuno è straniero". Gli insegnanti fanno fare i temi e i disegni agli studenti, chissà chi vincerà il concorso. Eppure, gli stessi studenti che scrivono tante belle cose - e operai, pensionati, casalinghe, professionisti, anziani - di fronte ai manifesti, mormorano a denti stretti: "Col cazzo (sic) che nessuno è straniero!" (li ho direttamente sentiti).
E' la miopìa bifronte, rispettivamente dal lato destro e da quello mancino:
- miopìa lato dx: non sono criminali, quei 200 e rotti che abbiamo rispedito a casa, così, come fossero un carico di carne bovina avariata o infetta, in barba al diritto internazionale, alle convenzioni che abbiamo firmato, alla nostra Costituzione. Sono uomini: persone.
- miopìa lato sn: non è vero che nessuno è straniero: certo, che sono stranieri! Gente di altri Paesi, che viene qui per motivi che è facile comprendere, e non si può far finta di niente.
Si tratterebbe, invece, di vedere la realtà: sono persone straniere; hanno bisogno di regole chiare per l'ingresso legale e la permanenza nel nostro Paese, di percorsi di integrazione ragionevoli nella loro durata e percorribili nelle loro modalità, di servizi reali e competenti, nella scuola e in tutta la società civile italiana.
Per giustizia, non per bontà!
Il rigore senza giustizia è miope e criminoso: nessuno ha più rigore di un tiranno, eppure nessuno è più ingiusto di lui - nessuno ha meno stima dell'umano.
Qualche studente, incuriosito, mi chiede ogni tanto: ma prof, com'è che lei sta dietro agli stranieri? Spiego che ci ho studiato sopra parecchio, che lo faccio da molto, e che molto ho imparato. Dico che quando vedo un mio coetaneo che cerca di imparare l'Italiano da me, o uno dei suoi figli, penso a come mi sentirei se fossi io a trovarmi in un altro Paese, perchè nel mio ci sono la guerra, la povertà, la corruzione e la violenza; se fosse toccato a me lasciare tutto, magari con una laurea in tasca che nel nuovo Paese non vale nulla; se fosse toccato a me trovarmi in coda per 10-12 ore, all'aperto, di notte, senza poter dormire nè lavarmi nè mangiare nè cercare un bagno, per prendere il numero da cui dipende la possibilità di fare un'altra coda, sempre all'aperto e sempre per molte ore, nella speranza di restare qui a fare il saldatore o il manovale, e se questa speranza fosse appesa a un filo...
Qualcuno mi guarda strano, svagato, quasi divertito, forse; certamente, perplesso. Con il sincero candore che solo un quindicenne può avere, mi rassicura: "Ma prof, tranqui, non è toccato a lei...".
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