
( traggo dal mio libro "Il maestro degli aquiloni", un brano dedicato al padre, come un augurio per ogni paternità...)
"Caro papà,
da quanto ci conosciamo?...Crescendo ho scoperto che la forza del padre sta nel suo corpo ma di più nella sua parola: essa non è solo parola di correzione o precetto, che a volte non è facile accettare. E’ soprattutto una parola di “benedizione”: parola che dice del “bene”, trasmissione di speranza e fiducia nella vita, nel bene possibile. E’ “dire e fare” il bene.
“Benedire” è trasmettere il “ bene” che abbiamo ricevuto, che ha sostato tra di noi, nella nostra famiglia e poi ha ripreso il suo viaggio per il mondo e ora vive rinnovato nei volti dei piccoli di casa, nei nostri talenti, nei giorni di lavoro, negli incontri.
Senza un padre che dica e testimoni riconoscenza per il bene della vita, è più difficile crescere e vivere. Si può fare ma costa di più e chi ce l’ha fatta è davvero un uomo.
Ne ho amici che hanno perso il padre da piccoli o ne hanno avuto uno lontano, mancato, perduto. Sono stati in gamba e a volte la vita è anche più forte o migliore del padre, per fortuna.
C’è un bellissimo libro di un giovane autore italiano, Cristiano Cavina, che parla, con profondità e leggerezza, proprio di questo: si intitola “I frutti dimenticati”, ti piacerebbe, ne sono certo!
Non sarei sincero se non dicessi che il mio rapporto con te, come con ogni padre, è anche un appuntamento mancato e che sta sempre per compiersi.
Il padre ideale, mitico che ogni bambino e anche io mi sono costruito, un giorno finisce; la relazione con il padre rimane sempre asimmetrica, l’ascolto non è mai pieno e il figlio è dal padre costantemente rimandato a se stesso, ad una insopprimibile “distanza”, che resta anche nelle migliori relazioni.
Dentro ad ogni figlio rimane uno scarto tra il desiderio di essere compreso dal padre e di comprendere il padre, e la realtà di una impossibilità che questa comprensione sia piena.
C’è una “solitudine”, nel padre e nel figlio: anch’io l’ho sentita e a volte la sento.
Ma, con il tempo, ho imparato che è proprio questo lo spazio del rispetto vero tra padre e figlio e la possibilità di volersi bene realmente: il padre non schiaccia il figlio, il figlio non sa tutto del padre. Padre e figlio sono separati e proprio per questo ci può essere dialogo.
So che dire questo non è “politicamente corretto” in tempi di genitori“amici” e del “diciamoci tutto”, ma io penso così.
E’ necessario accettare ed abitare questa incompiutezza per crescere ed essere uomini.
Crescendo il figlio si fa uomo, il padre diviene vecchio e se lo spazio tra di loro è stato rispettato e curato nei giorni belli e in quelli tristi, possono nascere un dialogo e una comprensione più profondi, che vivono di poche e preziose parole e si nutrono del pensiero silenzioso e riconoscente che ognuno sente per la vita dell’altro, che si è svolta accanto e dentro, nel segreto del cuore, anche quando la parola non ha saputo dirlo..
E’ questa “comprensione” un dono grande che la vita può fare al padre e al figlio, un dono da attendere, da riconoscere, da accogliere con stupore. E se accade, non va lasciato soffocare dai risentimenti e dalle ferite che ogni relazione umana porta con sé.
Certo, il silenzio del padre non deve essere stato il “mutismo o il volto della durezza o del giudizio. Ci deve essere stato dialogo di corpi e poi parole, avventure, orizzonti e valori condivisi.
E, allo stesso tempo, la naturale contestazione di ogni figlio al padre, anche se violenta e accesa, deve aver conservato il rispetto e la consapevolezza di un legame profondo, di carne e spirito, che rimane vivo, qualunque cosa accada
Solo così un giorno il figlio giunge a comprendere che un padre imperfetto è preferibile ad uno troppo perfetto. E il padre si rallegra del figlio, proprio perché diverso e simile a lui.
E’ questa scoperta quotidiana che genere lo stupore e il riconoscimento di una vera somiglianza, proprio “là dove non si vede”, come canta un poeta. Una “somiglianza” che rende possibile il “dono” del perdono, come riconoscimento della comune fragilità.
Allora sì che è possibile “uno sguardo d’uomo che si incontra con uno sguardo d’uomo”, come diceva Peguy.
Di questa somiglianza parla un poeta contemporaneo che, tu sai, io stimo. E’ Davide Rondoni in una poesia per suo figlio.
E’ un pensiero davvero profondo su come un padre può guardare al figlio che cresce e riconoscere che non basta un padre per crescere un figlio. C’è qualcosa di più: un figlio cresce dentro un amore più grande.
Il poeta parte da un’esperienza comune lungo il viaggio della vita, l’hai fatta tante volte anche tu: una sosta in autogrill di notte, quando c’è poca gente e il padre pensa alla sua casa, alla famiglia, al figlio, che crescendo farà la sua strada, si fermerà nell’autogrill, magari lo stesso, stanco, una sera. Poi ripartirà e c’è un segreto tra di loro, una forza segreta e il padre quello vero sarà …
La dedico a tutti i padri che stanno leggendo questo libro e anche a te. Dice in modo profondo, come solo la poesia vera è capace, quello che non sono riuscito a dirti: non servono a questo le poesie? Non ci prendono per mano come i bambini ad approfondire la vita?
Bartolomeo
“Benedire” è trasmettere il “ bene” che abbiamo ricevuto, che ha sostato tra di noi, nella nostra famiglia e poi ha ripreso il suo viaggio per il mondo e ora vive rinnovato nei volti dei piccoli di casa, nei nostri talenti, nei giorni di lavoro, negli incontri.
Senza un padre che dica e testimoni riconoscenza per il bene della vita, è più difficile crescere e vivere. Si può fare ma costa di più e chi ce l’ha fatta è davvero un uomo.
Ne ho amici che hanno perso il padre da piccoli o ne hanno avuto uno lontano, mancato, perduto. Sono stati in gamba e a volte la vita è anche più forte o migliore del padre, per fortuna.
C’è un bellissimo libro di un giovane autore italiano, Cristiano Cavina, che parla, con profondità e leggerezza, proprio di questo: si intitola “I frutti dimenticati”, ti piacerebbe, ne sono certo!
Non sarei sincero se non dicessi che il mio rapporto con te, come con ogni padre, è anche un appuntamento mancato e che sta sempre per compiersi.
Il padre ideale, mitico che ogni bambino e anche io mi sono costruito, un giorno finisce; la relazione con il padre rimane sempre asimmetrica, l’ascolto non è mai pieno e il figlio è dal padre costantemente rimandato a se stesso, ad una insopprimibile “distanza”, che resta anche nelle migliori relazioni.
Dentro ad ogni figlio rimane uno scarto tra il desiderio di essere compreso dal padre e di comprendere il padre, e la realtà di una impossibilità che questa comprensione sia piena.
C’è una “solitudine”, nel padre e nel figlio: anch’io l’ho sentita e a volte la sento.
Ma, con il tempo, ho imparato che è proprio questo lo spazio del rispetto vero tra padre e figlio e la possibilità di volersi bene realmente: il padre non schiaccia il figlio, il figlio non sa tutto del padre. Padre e figlio sono separati e proprio per questo ci può essere dialogo.
So che dire questo non è “politicamente corretto” in tempi di genitori“amici” e del “diciamoci tutto”, ma io penso così.
E’ necessario accettare ed abitare questa incompiutezza per crescere ed essere uomini.
Crescendo il figlio si fa uomo, il padre diviene vecchio e se lo spazio tra di loro è stato rispettato e curato nei giorni belli e in quelli tristi, possono nascere un dialogo e una comprensione più profondi, che vivono di poche e preziose parole e si nutrono del pensiero silenzioso e riconoscente che ognuno sente per la vita dell’altro, che si è svolta accanto e dentro, nel segreto del cuore, anche quando la parola non ha saputo dirlo..
E’ questa “comprensione” un dono grande che la vita può fare al padre e al figlio, un dono da attendere, da riconoscere, da accogliere con stupore. E se accade, non va lasciato soffocare dai risentimenti e dalle ferite che ogni relazione umana porta con sé.
Certo, il silenzio del padre non deve essere stato il “mutismo o il volto della durezza o del giudizio. Ci deve essere stato dialogo di corpi e poi parole, avventure, orizzonti e valori condivisi.
E, allo stesso tempo, la naturale contestazione di ogni figlio al padre, anche se violenta e accesa, deve aver conservato il rispetto e la consapevolezza di un legame profondo, di carne e spirito, che rimane vivo, qualunque cosa accada
Solo così un giorno il figlio giunge a comprendere che un padre imperfetto è preferibile ad uno troppo perfetto. E il padre si rallegra del figlio, proprio perché diverso e simile a lui.
E’ questa scoperta quotidiana che genere lo stupore e il riconoscimento di una vera somiglianza, proprio “là dove non si vede”, come canta un poeta. Una “somiglianza” che rende possibile il “dono” del perdono, come riconoscimento della comune fragilità.
Allora sì che è possibile “uno sguardo d’uomo che si incontra con uno sguardo d’uomo”, come diceva Peguy.
Di questa somiglianza parla un poeta contemporaneo che, tu sai, io stimo. E’ Davide Rondoni in una poesia per suo figlio.
E’ un pensiero davvero profondo su come un padre può guardare al figlio che cresce e riconoscere che non basta un padre per crescere un figlio. C’è qualcosa di più: un figlio cresce dentro un amore più grande.
Il poeta parte da un’esperienza comune lungo il viaggio della vita, l’hai fatta tante volte anche tu: una sosta in autogrill di notte, quando c’è poca gente e il padre pensa alla sua casa, alla famiglia, al figlio, che crescendo farà la sua strada, si fermerà nell’autogrill, magari lo stesso, stanco, una sera. Poi ripartirà e c’è un segreto tra di loro, una forza segreta e il padre quello vero sarà …
La dedico a tutti i padri che stanno leggendo questo libro e anche a te. Dice in modo profondo, come solo la poesia vera è capace, quello che non sono riuscito a dirti: non servono a questo le poesie? Non ci prendono per mano come i bambini ad approfondire la vita?
Bartolomeo
Quando anche tu ti fermerai in questo grande
autogrill e il viso stanco
vedrai rapido
sui vetri, sull’alluminio del banco,
sarà una sera come questa
che nel vento rompe la luce
e le nubi del giorno, sarà
un grande momento:
lo sapremo io e te soli.
Ripartirai
con un lieve turbamento, quasi
un ricordo e i silenzi delle scansie di oggetti,
dei benzinai, dei loro berretti,
sentirai alle tue spalle leggero
divenire un canto.
La felicità del tempo è dirti sì,
ci sei, una forza segreta
uno sgomento ti fa, non la mia
giovinezza che cede, non l’età
matura, non il mio invecchiamento-
la nostra vera somiglianza
è là dove non si vede.
Mio figlio, mio viaggiatore,
sarà il tuo inferno, la tua virtù
questo udito da cane o da angelo,
che sente all’unisono il giro dei pianeti
e la pastiglia cadere nel bicchiere
due piani sotto, dove due vecchi
si accudiscono.
Sarà questo amore strepitoso
tuo padre, quello vero.
Fermati ancora in questo autogrill,
dal buio mi piacerà rivederti…
Grande poesia! Che davvero ci fa “vedere” meglio la realtà di essere padre e figlio.
Caro papà, da quanto ci conosciamo!
Chi è il padre per me? Chi sei tu? Come dirlo veramente?
Le parole non bastano.
Padre è chi risponde alla vita di un altro, è un vivente che mantiene la parola, attraversato da una vita che si dona, è un corpo che si fa parola, che lo lega non solo a chi è generato, ma a una vita e un amore più grandi.
Ha scritto un giorno Simone Weil, un’autrice che so stai leggendo, che “per elevare qualcuno, sia adulto che bambino, occorre anzitutto elevarlo ai suoi propri occhi”.
…E quando un giorno camminando da solo ti fermerai a osservare il volo dei cocai o il ritorno delle rondini sul fiume, credi che davvero non può essere che l'amore vada perso.
Poi, un giorno, ci ritroveremo, io lo spero, là dove padre e figlio è una parola sola".
autogrill e il viso stanco
vedrai rapido
sui vetri, sull’alluminio del banco,
sarà una sera come questa
che nel vento rompe la luce
e le nubi del giorno, sarà
un grande momento:
lo sapremo io e te soli.
Ripartirai
con un lieve turbamento, quasi
un ricordo e i silenzi delle scansie di oggetti,
dei benzinai, dei loro berretti,
sentirai alle tue spalle leggero
divenire un canto.
La felicità del tempo è dirti sì,
ci sei, una forza segreta
uno sgomento ti fa, non la mia
giovinezza che cede, non l’età
matura, non il mio invecchiamento-
la nostra vera somiglianza
è là dove non si vede.
Mio figlio, mio viaggiatore,
sarà il tuo inferno, la tua virtù
questo udito da cane o da angelo,
che sente all’unisono il giro dei pianeti
e la pastiglia cadere nel bicchiere
due piani sotto, dove due vecchi
si accudiscono.
Sarà questo amore strepitoso
tuo padre, quello vero.
Fermati ancora in questo autogrill,
dal buio mi piacerà rivederti…
Grande poesia! Che davvero ci fa “vedere” meglio la realtà di essere padre e figlio.
Caro papà, da quanto ci conosciamo!
Chi è il padre per me? Chi sei tu? Come dirlo veramente?
Le parole non bastano.
Padre è chi risponde alla vita di un altro, è un vivente che mantiene la parola, attraversato da una vita che si dona, è un corpo che si fa parola, che lo lega non solo a chi è generato, ma a una vita e un amore più grandi.
Ha scritto un giorno Simone Weil, un’autrice che so stai leggendo, che “per elevare qualcuno, sia adulto che bambino, occorre anzitutto elevarlo ai suoi propri occhi”.
…E quando un giorno camminando da solo ti fermerai a osservare il volo dei cocai o il ritorno delle rondini sul fiume, credi che davvero non può essere che l'amore vada perso.
Poi, un giorno, ci ritroveremo, io lo spero, là dove padre e figlio è una parola sola".
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