15 marzo 2009

I MERCANTI DAL TEMPIO di Lorenzo Gobbi


Ma cosa fanno di male, i mercanti? 
Vendono e comprano, chi onestamente e chi no, chi bene chi male, chi con discrezione e chi con insistenza, chi proponendo cose utili e ben fatte, chi propinando cianfrusaglie senza alcun valore - ma cosa fanno di male? 
Eppure, Gesù li scaccia con ira dal Tempio (Mc 11, 15-19) - caccia via urlando "tutti quelli che vendevano e compravano nel Tempio: rovesciò i tavoli dei cambiavalute e le sedie dei venditori di colombe", cioè tavoli e sedie di gente che vendeva cose utili, quando non necessarie nel Tempio stesso (le colombe erano prescritte per l'offerta della purificazione della donna dopo il parto, del riscatto del primogenito e per altro: servivano per il culto!); i cambiavalute, in un Tempio frequentato da gente di diverse nazioni, mettevano chi fosse giunto da un paese vicino in grado di acquistare ciò che serviva per un sacrificio o un'offerta a Dio. 
Gesù "non permetteva che si portassero cose attraverso il Tempio", cosa invece assolutamente lecita secondo la Torah (il Tempio era spazio circoscritto, all'interno di un recinto di mura cittadine: anche di Shabbat si potevano trasportare cose al suo interno; e senza trasportare l'occorrente, come si sarebbero potuti celebrare i sacrifici e le offerte?).

Ma cosa fanno di male i mercanti? Non voglio fare l'esegesi del testo evangelico, ma penso ad altro - legittimamente, collego queste parole ai miei pensieri, leggo in modo personale.

Bisogna scacciarli, i mercanti, dal Tempio: oh, sì! Bisogna, e non è facile; c'è anche da arrabiarsi un po', da rivoltarsi senza troppi complimenti. Non si può stare a discutere: non fanno niente di male, e possono dimostrarlo, anzi: possono convincerti che ti sono necessari solo se stanno proprio lì, nel mezzo del Tempio.

Penso al corpo, agli affetti, alle emozioni, alle amicizie, ai legami coniugali e di parentela; anche al lavoro, se è vero che in esso l'uomo trova se stesso, e si realizza nella propria libertà.
Ciò che serve davvero al corpo, agli affetti, alle emozioni non si può nè vendere nè comprare: dev'essere gratuito, e non può essere una cosa. Ciò di cui vive il legame di amicizia non può essere oggetto di mercato. 

Via gli operatori del marketing dalle nostre emozioni, dalle nostre amicizie, dai nostri legami familiari - via il Grande Fratello e l'Isola dei Famosi, Amici e Uomini e donne; via la pubblicità con gli attori e tutta la loro familgia, via La vita in diretta.
Via i venditori di potenza dalle nostre relazioni coniugali.
Via i pornografi dai nostri appetiti naturali e dalla bellezza delle donne che vivono accanto a noi.
Via i millantatori di sicurezza aggressiva e di potere seduttivo dai desideri delle donne, dalla loro idea di sè; via i fotografi di moda dai volti delle adolescenti, dalle loro aspirazioni, dai loro progetti di vita. 
Via i venditori di potere dalla fragilità di noi uomini - quelli che cercano di convogliare le nostre insicurezze su una macchina, un vestito, una scarpa, una crema, una prestazione sessuale da olimpiadi di atletica.
Via i costruttori di saune e di club dagli affetti delle persone, etero- e omosessuali; via i venditori di intimità studiate ad arte, comprese nel pacchetto vacanza.
Via i venditori di privilegi dalle nostre relazioni di lavoro - via i venditori di rabbia, quand'anche sacrosanta, che ci offrono rancore e santa indignazione, ma solo in cambio di privilegi per loro: è questa la colpa inespiabile del sindacato (almeno, di quelli della mia categoria...), che ha profanato e ancora profana quel vero Tempio che è il lavoro (e lo ha venduto per tre spiccioli a chi lo vede come un "mercato" e nulla più).

Via coloro che nello spazio dell'intimità e della tenerezza (quale che sia) trasportano COSE: esse non sono negative in sè, ma non è là che servono - devono stare al di là del muro, fuori dalla porta, dove si può davvero trattare, decidere, considerare senza confusioni, senza manipolazioni. 
Sono gentili, certo, a volercele portare così vicino, ma non possiamo permetterlo; sono solleciti, premurosi, ie prevengono i nostri desideri - ma ci ingannano, e noi non possiamo pemetterlo. Anche a costo di sembrare dei maleducati - o, magari, degli invasati.

Grazie alla loro sollecitudine, tanti di noi stanno addossati al muro di cinta, al suo interno ma abbandonati con il volto sulle proprie ginocchia, soli proprio là dov'è presente il Dio vivente, e dove tutta l'umanità è unita nella sua carezza - a patire la sete nel luogo delle sorgenti, a sentire il dorso scabro delle pietre sulla pelle e contro le ossa della schiena proprio nel luogo del riposo e del ristoro, a soffrire senza alcuna intimità negli atri del luogo più intimo del mondo (nei propri affetti, nella famiglia, nelle amicizie, nel lavoro, nella religiosità...) - a diffidare di sè e di tutti proprio ad un passo dall'Arca dell'Alleanza. E così trascorrono la vita.

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