Provo a precisare meglio il mio pensiero, sulla vicenda che tutti ci angoscia in questi giorni. Dubito di riuscirci, e mi scuso se ancora qualche difficoltà d'espressione trasparirà - se il mio pensiero non è lucido, perchè vede attraverso le lacrime.
Non può non angosciarci, la vicenda di Eluana: siamo nei "mari estremi", nei quali è impossibile scorgere altro che le onde alte, sentire altro che il mugghiare del vento e le proprie grida.
Sento empietà nelle parole che leggo contro il padre di Eluana: c'è chi lo definisce assassino, chi boia... no, non è giusto, in nessun caso. Quando puntiamo il dito contro qualcuno, tre dita della mano le puntiamo contro di noi: provare per credere. E dice il Talmud: "Non giudicare un uomo quando è nel dolore".
E' nel dolore, il papà di Eluana. Nessuno può mettere in dubbio che egli ami sua figlia; nessuno può mettere in dubio che egli agisca per sua figlia. "Di ogni parola INSENSATA gli uomini risponderanno nel giorno del giudizio" dice Gesù nel Vangelo di Matteo. Nessuno si macchi di una colpa così orrenda!
"Venite a vedere Eluana", dice il papà. Si è esposto, ha scelto le vie legali, anzichè trovare un accordo privato con un medico compiacente, o con una clinica estera. Ha chiesto di essere nel giusto, e al cospetto di tutti. Chi gli nega questa giustizia, credo, commette empietà. Se dalle mie parole si fosse anche solo lontanamente dedotto questo, me ne scuso immesamente.
Ho visto Eluana - non lei, ma altre Eluane: Paola, mia moglie; Monica, Fiorenza, Tiziana, Gabriele... e ho visto altri Englaro: padri, mariti, figli. Sono stato uno di loro.
Quand'ero davanti al letto della malattia più deformante e violenta, ho creduto - stringevo il rosario tra le mani, tutti i giorni lo stringo - di trovarmi di fronte a un altare. Così mi sono comportato.
Leggo le argomentazioni di tanti, anche di chi mi è carissimo, come Roberta De Monticelli: tanto condivido, ma qualcosa stride dentro di me, qualcosa mi dice che no, che non è questo il punto, che altro va considerato. E mi rendo conto di non saperlo dire.
La vita debolissima, amici - così si rivolge al mondo Roberta nelle meravigliose poesie di Le preghiere di Ariele: amici - è degna e chiede amore. Non dubito, Dio me ne guardi, dell'amore del signor Englaro; eppure, penso che nulla ci (non "gli"!) sia lecito se non la cura estrema, l'attenzione, la rinuncia a ogni nostra volontà. Cosa ciò significhi, concretamente, è materia che può vederci discordi: io propendo per l'accudire, il sostenere, il com-patire nel senso del pianto presente, della mano che nutre, della carezza a chi nemmeno può sentire - non lo credo inutile, e d'altro non vorrei sentir parlare. D'altro non mi sento, altro non trovo possibile per me.
Mi mettevo la pomata Foille sulle guance, in quei tempi: davvero le lacrime scavano il volto, bruciano la pelle, giungono quasi a mettere a nudo le ossa del viso. Oh, nessuno violi il dolore del signor Englaro: nessuno bestemmi le sue lacrime!
"Non giudicare un uomo quando è nel dolore": anch'io sono stato giudicato. Lo dico in una poesia, che fa parte di un libro mai uscito e che mai uscirà, anche se è il mio più bello:
Spesso, nella dura, estrema
debolezza - quando tanto c’è
da fare e il male avanza mentre
con le mani nude edifichiamo
argini di sabbia e sangue nostro
inutilmente, senza più
pensiero, senza forze vere
un giorno dopo l’altro - ecco,
appaiono figure di scoperti amici,
di alleati alacri quanto noi
(è dopo, Layla, quando nulla
resta più da contrastare e porti
i segni della resa
e del dolore concavo, del vuoto
in cui vagare devastato,
debolissimo e confuso
in un cratere vasto
d’esistenza e tempo - dopo,
quando nulla senti più
né vedi nulla e dài
richiami ripetuti a chi
sta intorno - è dopo
che svaniscono figure umane,
che fuggono da te per colpe
che non sai e non ricordi più
nemmeno i loro volti, non ricordi
neanche più se sono stati).
Vedi, Roberta, vorrei che la vita debolissima fosse la misura delle nostre azioni, del nostro vivere, della nostra società civile: che nessuno abusasse del dolore altrui per dire che la vita è degna solo a certe condizioni! Che tutto fosse regolato su di lei, la vita debolissima, sulle sue icone fragili e sfregiate dalla potenza del male.
Non voglio che accada, nel prossimo futuro, a chi naviga in questi mari estremi, ciò che accade a tante donne che si accorgono con sgomento di essere rimaste incinte: lo stato ti dà l'aborto, e null'altro; se vuoi allevare, accudire, far crescere, e hai bisogno di aiuto, soldi, comprensione, sostegno, lavoro e casa, lo Stato non c'è: ti dà l'aborto, non lo vuoi? Peggio per te, sembra dirti la società civile: arrangiati, la cosa non ci riguarda! Voglio che ogni donna sia libera di scegliere, pienamente. Tutto: anche di accudire e allevare con il sostegno di tutti.
Non voglio che, di fronte alla diagnosi di una malformazione del feto, o di fronte a una malattia inguaribile, lo Stato (la società civile) possa un domani lavarsene le mani, possa dire: c'è una soluzione, non la vuoi? Pensaci tu, allora: non ci riguarda più il destino di chi ami. Perchè questo sarebbe mostruoso più di quanto non sia già mostruosa la diffusione di nuove povertà, di nuove sacche di emarginazione e di esclusione (basta guardare un sito di annunci economici qualsiasi per vedere quante donne sulla quarantina, lasciate dal marito, private all'improvviso del lavoro e strangolate dal mutuo, si prostituiscano per necessità tra le mura domestiche: è mostruoso che ciò possa accadere, che la società le lasci affondare nel fango di chi non può più permettersi nulla e dunque non vale più nulla, non è più nulla, non merità più se non il disprezzo: una puttana, tutto qui).
Dicevano le femministe ai tempi di papa Giovanni Paolo II: se li allevi lui, i bambini malformati! Sì, appunto: dateli a noi, senza che ciò sia vostra colpa, senza che ciò sia giudizio verso di voi: lasciateci servire e amare assieme a voi o anche in vostro nome queste vite fragilissime che sono la misura di tutte le cose. Scriveva Mounier (era lui? o era Marcel? spero di ricordare esattamente), padre di una bambina cerebrolesa: "Che dire se la nostra bambina non fosse che un grumo di carne e sangue e non questa bianca piccola ostia che ogni giorno ci chiede amore..."
Ecco, così vedo il mondo: ostia che ci chiede amore. Così vedo ogni vita fragilissima - non un grumo ormai inerte di carne e sangue.
(Nessuno, per favore, mi dica che questa è ideologia: non, almeno, chi conosce la mia vita...).
Voglio che ogni signor Englaro sia libero di scegliere, pienamente; ma non credo di sbagliare se gli dico: lascia che siamo accanto a te, accanto a Eluana, che Eluana sia la misura delle nostre scelte, delle nostre vite, delle nostre azioni e dei nostri pensieri, come lo è dei tuoi. Perdonaci le parole insensate, così che Dio possa perdonarcele; perdonaci se fino ad oggi ti abbiamo lasciato solo. Lascia che ci sconvolga il tuo dolore. Sono confuso, come te, ma non certo più di te, perchè non posso misurare il tuo dolore nè il tuo amore, provato da 17 anni di vicinanza a Eluana; sono affranto, proprio perchè non posso fare nulla; non voglio agire contro il tuo amore, nè contro la tua volontà; eppure, credo che sia un altare il letto di Eluana, che nulla sia vano di ciò che state vivendo - potessi bruciare per te e per lei, lo farei!
Non lo dico a cuor leggero. Prego per te, che tu sia forte; prego per lei, che il dolore la risparmi, che sia vero che nulla sente; prego Dio perchè tutto riveli il proprio senso, perchè non credo che Eluana e la sua condizione siano escluse dal vivo.
*
Eppure, vedi, Roberta, per questa vita debolissima, credo "giusti" unicamente, alla fine, i gesti delle suore, gli stessi del signor Englaro, fino ad oggi - i gesti che hanno compiuto insieme, lui e loro, per tanti anni: la cura quotidiana, semplice - null'altro. Rispetto l'amore e la volontà di lui: non chiedo nulla a nessuno, se non una riflessione, una preghiera, un'attesa. Un sollievo, se ciò è possibile.
La posta in gioco è alta: comprendo cosa ti opprime, cosa ti sconvolge. Non credere che non mi renda conto, nè che non sconvolga anche me. Vedo come poteri diversi stiano impadronendosi di tutto ciò, piegandolo a fini perversi: non credere che non me ne accorga, che non mi senta violato, che non gridi dentro di me perchè una scure viene posta alla radice del vivere e dell'essere. Vorrei che non lo facessero, che non violassero così ciò che sento come sacro - lo sento tale senza avere alcun dubbio sul fatto che lo sia.
Eppure, vorrei ancora di più, ed è per questo che non posso dire diversamente: la vita debolissima come fondamento della vita civile e dello Stato; gli ultimi come primi, sempre e comunque. Perchè lo sono: e tutto resta per la vita eterna.
1 commenti:
E' questo che manca...il concetto di vita eterna, di fronte al quale nemmeno l'accoglienza amoroso di suore affrante dallo stesso dolore diverso ha potuto fare la differenza... io lotto da anni contro il mal di vivere di persone a me molto vicino, il rifiuto di ogni forma di vita e ogni giorno mi chiedo quale sia il confine della donazione contro la logica di morte e quale sia il rispetto di scelte diverse... anch'io ho una mia vita da salvare....e davvero ci sono cose che ci superano in un mistero che ci costringe a scelte non sempre totalmente consapevoli.
Scusi e grazie-
(Pitie, è una sorella, non fratello!)
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