
Leggo Boris Pahor, che presenterò domani al "Toniolo" per la FNAC: un libro intriso di sapienza, che dà molto - un libro dalle radici profonde, che a lungo hanno scavato nella terra.
Eppure, un libro del 2008 già è introvabile in libreria; e un libro che esca oggi, se ha fortuna, rimane in libreria due mesi o tre - poi... o la riedizione economica, o il reso e il circuito dei remainders, o il macero.
Su tutto, un markering aggressivo, a tamburo battente: libri fatti per un trimestre, per una stagione. L'invito pressante e fastidioso a non restare indietro, a non perdere il nuovo per un vecchio che non ha più senso. Ammiccamenti, inviti che fanno leva sulla vanità del lettore - il lettore: un consumatore vorace e capriccioso, sempre a caccia di novità, irriflessivo, un animale da consumo da allettare stuzzicandolo... da questo libro, il film; da questo, in tre mesi, niente - via, lontano da qui! se ti dicessero che questo libro è maledetto, lo leggeresti? cosa faresti se fossi lui? oserai leggere questo?
Di tutto il marketing si è appropriato: anche del "passaparola" - non c'è un libro, ora, che non debba il suo esibito successo al "passaparola". E' una moda: si dice così, chi va a controllare? Attira, inganna il lettore e gli fa credere di essere di fronte a un successo non pianificato dal marketing - lo fa sentire libero di scegliere quello che è stato preparato esatamente perchè egli lo scegliesse così, credendosi libero dal marketing e anticonformista.
Dove sono, i libri per il sempre? Quelli che diventavano vivi nel momento di massima intimità, di massima riflessione, di massima concentrazione? Quelli che ti davano gioie infinite, lacrime e risate, pensieri, consolazioni, rivelazioni vere, visioni? Quelli a cui tornavi, a più riprese, senza fretta alcuna? (sono lì, nella libreria di casa; difficilemente tollerano le novità, che chiedono uno scaffale a parte, sul quale rimanere poco per far posto ad altri che arrivano per posta, da amici e conoscenti e sconosciuti e inaspettati).
E gli scrittori che riflettevano a lungo, che elaboravano mondi, che macinavano farina e pietra con i denti dell'anima ben prima di presentarsi, timorosi, a un editore? Che attendevano decenni? (Penso a Gesualdo Bufalino, ad esempio - e a tanti altri) Dove sono?
Lo sanno bene, i nuovi autori: ci si gioca tutto in due o tre mesi. C'è "il mio libro", è una priorità assoluta: bisogna fare presto, presto, prestissimo, il tempo è tiranno, presentiamolo, recensiamolo, imponiamolo, cerchiamo inviti, creiamo i fan club e proproniamoli anche a chi il nostro libro ha ancora da vederlo (ma poteva ordinarselo, come mai non l'ha ancora fatto?) - un libro di pochi mesi fa, ormai, è andato: bruciato, finito - pazienza, ritenterò.
Più che il libro, conta l'autore: le sue relazioni, la sua vita, il suo imporsi all'attenzione. Il 90% delle sue energie vanno lì, e solo lì: il libro si scrive di fretta, non è importante - di fretta verrà letto o solo sfogliato, sulla scorta delle impressioni del momento: nessuno presterà più dell'attenzione minima, neanche gli amici, meno che mai i "lettori comuni", che passeranno ad altro in un batter di ciglia. Ci sono ottimi editor al lavoro: ciò che conta è il "personaggio" (come al GF: non quello che sai, meno che mai quello che sei, ma le smorfie che fai).
E' un sistema che stangola i piccoli editori, e anche gli scrittori come me, quelli che impiegano 8-10 anni per scrivere un libro di 120 pagine, e che pubblicano sì e no il 20% di quello che hanno scritto - quelli che studiano sodo, da una vita, per poter dire parole degne e sussurrate. Quelli che non si sono mai organizzati una sola presentazione, da soli. Che non smaniano a destra e a manca per "il mio libro".
Nessuno si oppone a questi sistema - gli scrittori bistrattati e i piccoli editori aspirano a farne parte, e sono ancora più zelanti degli zeloti di turno, quelli ufficialmente incaricati e ben pagati. Non si rendono conto che, in questo sistema, può sopravvivere solo chi ha grandi capitali e agganci mediatici a prova di bomba - chiunque altro è destinato al fallimento, a meno che non scelga strade del tutto diverse (non ho tempo ora di suggerire quali, ma ho le idee chiare, e le userò per la collana di testi per bambini che sto preparando con un amico piccolo editore e con un piccolo gruppo di veri amici: funzionerà, ne sono certo - si tratta di investire sul tempo, soprattutto: il tempo lungo, non il trimestre; e sulla relazione personale).
Non penso a nessuno in particolare - potrei fare una quarantina di nomi, solo a un primo giro di pensieri.
(Penso al successo de "Il mio libro": una rete commerciale di print-on-demand, che ti stampa un manoscritto in volume a prezzi esosi, senza prometterti nè distribuzione nè promozione nè recensioni nè successo: lo regalerai ai tuoi amici, tutto qui. Sarà un dono che farai, a coloro ai quali vuoi davvero dire qualcosa. Qualche libreria comincia già a a tenerli, questi libri - è l'autore che si dà da fare...)
Nessuno si oppone? Io sì. E non compro più nulla, o quasi. Di poesia, meno che mai.
Libri lenti, per favore. Che durino, che restino. Parole meditate, che consolino, che illuminino, che diano gioia. LIbri che ci accompagnino nel tempo.
Non quest'orgia insensata di aggressioni effimere, nelle leggi della grande distribuzione che ci vuole vili, arbitrari, superficiali e sciocchi: clienti perfetti, con il giusto senso di onnipotenza (permessa) e il guinzaglio prescritto, possibilmente un po' lungo ma non troppo.
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