
Passeggio per la città tutte le sere, da vero flaneur (non baudleriano - inoltre, mia moglie mi segnala che non ho inserito l'accento circonflesso; ma io non ho idea di dove andare a prenderlo, e dunque chiedo venia): osservo, respiro, ascolto, assorbo. Passeggio lentamente, per il dolore che, nonostante i plantari e le scarpe ortopediche, mi visita attraverso il tallone (effettivamente, comincio a essere un po' un rudere...), come se venisse dal selciato di piazza delle Erbe, di via Stella, di Piazza dei Signori, di Corso Santa Anastasia - o di via Amanti, che percorro spesso, la sera, dopo la paziente ricerca di un parcheggio non troppo distante da casa (abito a pochi metri da via Amanti, dove ha perso la vita il giovane massacrato pochi giorni fa).
Io fumo ancora, di fatto, e non rischierei nulla se mi chiedessero una sigaretta; anche se i miei capelli lunghi e la mia barba folta rossiccia mi conferiscono un'aria da svagato rabbino danubiano, e dunque qualche attenzione la potrei attirare...
Passeggio, e prego, mentre sento il dolore che sale dal selciato e pulsa ad ogni lento passo. Io prego sempre, prego spesso, guardo le persone che passano, la coppia di fidanzatini, la compagnia dei punk davanti alla Fnac, il gruppetto dei militari che tampina due algide tedesche in pugliese stretto, il bambino sulle spalle del papà, la coppia che litiga per strada, la ragazza che procede lenta, rasentando il cancello della Casa di Giulietta senza degnare d'uno sguardo nè il balcone nè il cortile, la truppa disciplinata dei giapponesi in fila indiana, mediamente ottuagenari, che scattano fotografie a mitraglia e sorridono per ragioni sconosciute, la mesta libraia di via Cappello che non sorride neanche per errore, la solita vecchiotta all'angolo di via Stella che vende fiori lamentosi, ripetendo al plurale maiestatico "Siamo del volontariato", cosa assai improbabile, i "piassaroti", gli storici commercianti semi-ambulanti di Piazza delle Erbe che da qualche tempo in qua sono quasi tutti cinesi, la folla dei ragazzi, molti dei quali hanno la mia età, in piedi con il bicchiere in mano davanti a Palazzo Maffei e al bar Mazzanti, i bambini che corrono in Piazza dei Signori - guardo e prego: chiedo benedizione, non so pregare in altro modo.
Non ho dubbi che Dio, quale che sia, accetti e benedica ciò che esiste per il fatto che esiste semplicemente, così com'è: che lo riconosca come suo, senza eccezioni.
Verona non è la città dei mostri: no, è una città come tutte le altre. Tanta gente, tanta vita. Vite buone, persone a modo, progetti e speranze, amori, fedeltà.
Eppure, quel dolore sale dal selciato, al ritmo esitante dei passi.
Eppure, senti nell'aria anche una tensione, un'energia, una molla tesa e minacciosa.
La senti nei bar, nelle strade, nelle parole: negli insulti esagerati a chi taglia la strada o alla macchina che non si ferma alle strisce, nella rabbia che esplode improvvisa sulle labbra della ragazzina urtata per sbaglio da un anziano o dell'anziano urtato per sbaglio dalla ragazzina - sull'autobus, quando sale una donna con il passeggino aperto, e la sua pelle è nera. Un'ira spropositata, esagerata, gratuita. C'è anch'essa.
Una città di rivalità e di invidie, anche; spaventata da tanto, e non sempre a torto; una città complessa, vasta, ricca di tanto e di tutto, nel bene e nel male.
Li conosco bene, quei ragazzi che vivono nel culto della violenza, nella nostalgia di un'Italia migliore, nel sogno di una potenza purificatrice del mondo - che spazzi via le "zecche", i "topi di fogna" che "infestano" la città (parole del consigliere comunale Miglioranzi, capogruppo della lista del sindaco, in Piazza dei Signori, alla manifestazione aperta dallo stesso sindaco Tosi qualche tempo fa; parole che nessun giornale ha riportato - ma io c'ero, e ho sentito bene. E anche quando ha gridato: "Non dobbiamo vergognarci di essere fascisti! Le nostre idee sono fasciste, i nostri metodi sono fascisti!"; tutti hanno risposto a tempo, in coro: "O ci pensate voi o ci pensiamo noi! Verona è nostra e ci appartiene! Siamo leoni contro iene!" - testuale).
Li conosco bene, ne ho avuti a scuola a decine (ho insegnato per 9 anni nei tecnici e nei professionali più scalcinati di Verona): quando sento gli slogan di Forza Nuova sotto le mie finestre, scendo in fretta e vado in Piazza dei Signori a salutare Andrea, Damiano, Luca e tutti gli altri.
Sono sempre felici di vedermi: li ho amati con tutto il cuore, e lo sanno. Mi presentano agli amici, mi portano a bere un bianchetto e anche due (cosa che faccio sempre volentieri); mi raccontano, sanno che ancora gli voglio bene; non hanno peli sulla lingua, mi danno del tu, si premurano del fatto che io mi offenda quando tirano giù qualche bestemmia (le usano al posto delle virgole: è sfruttando questo fatto che sono riuscito a insegnare loro l'uso della punteggiatura...), si scusano se ce l'hanno un po' "coi miei amici", ma mi rassicurano dicendomi che non è un fatto personale... (Torno a casa un po' brillo, ma contento. Non cerco di cambiarli, ed è questo che apprezzano. Ci sono e basta. Interloquisco, non mento, non accuso, non condanno; dialogo semplicemente, e rido anche).
I ragazzi della contro-manifestazione, invece, quasi non li conosco: sono andato l'altra sera, tra rasta e orecchini "di sinistra", e ho ascoltato, offrendo e scroccando sigarette, conversando con ragazzi e con diversi miei coetanei, senza difficoltà. Ho ascoltato. "Non può esserci più nessun dialogo con queste istituzioni... dobbiamo mobilitarci e lottare senza quartiere... lotta nuova, lotta giusta... lotta vera... sono loro i nemici, loro che difendono i loro assassini... è una guerra, e sta per inziare, anzi, inzia adesso, ma non era mai finita...".
Io non so spiegare, non so dire oltre. Piango quel giovane, piango le mani dei suoi assassini che non sanno accarezzare, che non sanno benedire, piango via Amanti deturpata dal sangue che non doveva e non poteva essere sparso, ma che è là, e là resterà per sempre.
Tanti discorsi che ho sentito in questi giorni alla radio o che ho letto sui giornali (non alla TV: nella mia casa non c'è) mi hanno lasciato perplesso, a volte disgustato - ne dice bene Pier Paolo nel post qui sotto. Destra, sinistra, veronesi, migranti, estranei, nostrani, alternativi, fascisti... no, non ha senso. Al mondo ci sono solo uomini, e c'è sempre un lembo di terra dove due uomini possano incontrarsi.
So pregare, solamente. So invocare benedizione, e piangere quando è necessario. Mi sono fermato stamane in via Amanti (esco di casa alle 6 e 40, e vado a recuperare la macchina), ho guardato e ho pregato.
Perché una benedizione scenda, bisogna che ci riconosciamo come uomini e nient'altro, come è vero che siamo. Tornare alla nostra comune umanità. Riconoscerla, amarla. Anche quando non ci piace, anche quando non ci assomiglia più di tanto.
La benedizione verrà, se l'invochiamo per sempre e per tutti, nessuno escluso. Se ci ritroveremo nell'essenziale, e tutto il resto ci sembrerà un dettaglio.
Il dolore che sale dal selciato, col suo ritmo regolare, stasera forse dice questo.
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