
”Ci diciamo oscure parole...“
Ascoltando la voce di Paul Celan
di Lorenzo Gobbi
Paul Celan, poeta ebreo di lingua tedesca, nacque a Czernowitz nel 1920 e morì suicida a Parigi nel 1970. In Italia, la sua opera poetica si può leggere in Poesie, a cura e con un saggio introduttivo di Giuseppe Bevilacqua, Mondadori, Milano 1998 e in Sotto il tiro di presagi, a cura di Michele Ranchetti, Einaudi, Torino 2001. All’introduzione di G. Bevilacqua per l’edizione mondadoriana si rimanda per ogni notizia bio-bibliografica.
E’ possibile ascoltare alcune registrazioni dalla voce di Celan collegandosi a: www.geocities.com/Athens/Chariot/3474/voice.htm
L’amico, il fratello dalla “parola-che-apre-e-nasconde, luce e segreto”1: Paul Celan – con le sue poesie si parla, si conversa oscuramente: “ci diciamo oscure parole”. Nella notte - dolore, lutto, abbandono; nel tempo che segue la separazione, o che la prepara o l’attende, ineluttabile; nell’ora sospesa in cui germoglia il miracolo, al punto più intenso del buio – shàhar, “alba” in ebraico, non è il momento in cui il sole inizia a sorgere, ma l’istante di massimo buio, l’attimo così totalmente privo di luce da precedere d’un soffio l’avvento della luce stessa.
“Celan – racconta Ilana Shmueli2 - non parlava mai delle poesie che mi trascriveva e mi leggeva – parlava con esse”. E ancora: se vuoi leggere Celan, “’Disponiti all’ascolto’, in assonanza allo yiddish ‘Her sich ejn’, la lingua familiare – prendilo con te, con la bocca, ciò che hai udito, ciò che c’è da sentire di nuovo; aspiralo – e ciò che è da indovinare sarà tuo”.
“Ci diciamo oscure parole”, noi e Celan: pudicissime, esse vanno a posare là dove è più intimo, a dimora come bulbi nella terra, vivissime, pronte. “Ci diciamo oscure parole”: la verità vogliamo dirci, da fratello a fratello, in un sussurro – la verità, si sa, è il contrario della consolazione (Ch. Bobin); vera è la notte, verissimo il buio; vere la separazione e l’attesa, la sospensione – altrettanto, le nostre oscure parole: in loro possiamo riposare e riprendere forza, grazie a loro ricordare e benedire - e raccontare: testimoniare, ma non solo. Se dalla parola (dabar) dell’Eterno il mondo poté sorgere, forse dalla parola dell’uomo un mondo nuovo potrà risvegliarsi: se questo o un altro, nessuno può dirlo.
Nella loro consistenza fisica di lettere, di segni sulle pagine bianche, le parole di Celan ci vengono incontro, e si fanno spontaneamente sonore: leggiamo sillabando, a voce prima esitante e poi ferma, piena. E’ impossibile fare altrimenti. “Le mie poesie - affermò più volte Celan - implicano il mio ebraismo”3 – e nessuno, in una Sinagoga, leggerebbe senza muovere le labbra, senza far risuonare il testo nel proprio petto e attorno a sé. (La tradizione rabbinica vieta di proclamare lo Shemà con il solo pensiero: è scritto “ascolta, Israele”, e dunque il suono deve pur esserci, pienamente percettibile).
E’ sinagogale, quasi, la voce di Celan: accorta, misurata, attenta a scandire i ritmi, a distinguere con certezza le consonanti una dall’altra, a marcare la quantità delle vocali nel loro alternarsi in una catena ininterrotta di accenti e pause. Senza enfasi, uniforme quasi, concentrata la sua voce – parlano i suoni, si susseguono per sciamare via, nell’aria, liberi di incontrare e di dare: di creare, forse (ciò che vorranno, o appena ciò che potranno: un mondo o un nuovo cono d’ombra. “Ci diciamo oscure parole”).
Sul Web (www.geocities.com/Athens/Chariot/3474/voice.htm) è possibile ascoltare la voce di Paul Celan: poche liriche, nessuna indicazione di data né di luogo, nessuna notizia su chi abbia raccolto le letture. Corona, Fuga della morte (Todesfuge), In Egitto (In Ägypten), e Conta le Mandorle (Zähle die Mandeln), dalla prima raccolta di Celan, Papavero e memoria (Mohn un Gedächtnis, del 1952, che racchiude poesie scritte tra il 1944 e l’anno di pubblicazione); Cosa accadde? (Was geschah?), da La rosa di nessuno (Die Niemandsrose, del 1963). La registrazione di Fuga della morte sembra più antica delle altre, non solo per la diversa qualità della riproduzione, di gran lunga più scadente, ma anche per il timbro più giovanile della voce del poeta e per una certa irruenza; le altre da Papavero e memoria sembrano contemporanee l’una all’altra, mentre la lettura di Cosa accadde? impressiona per la sua espressività sofferente, quasi meccanica.
“Celan – ci testimonia ancora Ilana Shmueli - voleva che le sue poesie fossero lette, vissute e capite nel modo più personale” – la voce di Celan stesso viene a confermarcelo. Misurata, accorta, densissima: basti ascoltare la lettura di Corona e di Conta le mandorle. Entusiasmo e dolore misurati, l’intensità del desiderio fatta tremito leggerissimo e insieme coraggio nella voce che lo esprime come una decisione presa, ineludibile - un desiderio che può solo essere esaudito: “Rendimi amaro. / Conta me tra le mandorle”. E’ Celan negli anni di Bucarest e Vienna, poi dei primi a Parigi, dopo la guerra e la perdita della famiglia nella Shoa, salvo chissà come: Celan che ricorda e piange, Celan che ama e gioisce e teme. L’ebreo Celan e la straniera, la non-ebrea: In Egitto ne racconta il turbamento, la volontà di coniugare in sé due mondi, l’ebraico e il gentile – che la straniera sappia di Ruth, di Noemi, di Myryam: che sappiano le une dell’altra, che siano l’una ornamento per l’altra, e che negli occhi della straniera le ebree si lascino trovare. “E’ tempo”, dice in Corona: “tempo che sia tempo”, che si sappia dell’amore nato in chi porta il lutto: tempo che “la pietra si disponga a fiorire”. Nel ricordo, sempre, della madre uccisa dai persecutori: amaro nell’intimo, contato per volontà e scelta, liberamente, tra le mandorle (Conta le mandorle). Celan testimonia della Shoa - è la Fuga della morte: una lirica tra le più famose. Legge davvero come se suonasse una fuga, mettendo in risalto gli elementi che si riprendono e si inseguono, soggetto e controsoggetto, diversione, voce e altra voce; rallenta, alla fine (“…la morte è Maestro Tedesco…”) per introdurre l’opposizione tonale che chiude la fuga, accordo maggiore e accordo minore: “D’oro i capelli, Margaréte / di cenere i tuoi, Sulamìt”).
Di seguito, traduco le cinque liriche che è possibile ascoltare dalla voce di Celan collegandosi a www.geocities.com/Athens/Chariot/3474/voice.htm; ne riproduco il testo tedesco presente in Paul Celan, Poesie, a cura e con un saggio introduttivo di Giuseppe Bevilacqua, Mondadori, Milano 1998 (l’indicazione di pagina che accompagna le liriche è riferita a questo volume).
Quanto al tradurre e interpretare Celan, credo che vada accolto senza esitazioni ciò che afferma Francesco Camera4: “Va sempre tenuto presente che l’obiettivo del comprendere non è quello di arrivare ad una spiegazione definitiva del testo, bensì il ‘prender parte’ ad un processo infinito che porta ad ampliare lo spazio di risonanza del testo e ad arricchire di senso quanti partecipano a questo processo. [...] L’interprete non tende infatti a costruire un ‘suo’ testo nella forma di un commento da porre estrinsecamente vicino al testo che interpreta, ma in atteggiamento di pietas ermeneutica si pone esclusivamente a servizio del testo. [...]Infatti, ‘l’interpretazione di una poesia è esatta solo quando alla fine è in grado di scomparire completamente perché è entrata a formare una nuova esperienza della poesia stessa’”.
La lettura di Celan è partecipazione intima, degustazione (her sich ejn...), apertura di sé perché il dono della parola trovi un terreno e possa dare frutti: si legge con amore, mettendo a disposizione se stessi come un tu necessario. Ciò che accogliamo non è solo la testimonianza di qualcosa che è avvenuto – anche questo: ciascuno può leggervi la propria storia, esattamente come si è svolta, oltre alle vicende di Celan stesso, della sua famiglia e di tutto Israele. Ciò che ci viene incontro è una parola viva, che può irrigare e diffondere sementi, che sa arare e potare perché tutto diventi fecondo – da qui la sua durezza, a volte, o la sua dolcezza di gesto; da ciò l’esattezza sapiente della sua presenza. Nella vita di ciascuno, la parola vera di Celan può far nascere una nuova realtà, aperta al futuro: vuole esattamente questo. Così è con la Torah: si legge – cioè, si ascolta – esattamente per questo. Nota M.A. Ouaknin, a proposito della lettura ebraica della Scrittura e del Midràsh in particolare: “Definiamo questo modo di essere, questo rapporto con il testo, ‘carezza’. ‘La carezza consiste nel non impadronirsi di niente, nel sollecitare ciò che sfugge continuamente dalla sua forma verso un avvenire - mai abbastanza avvenire - nel sollecitare ciò che si sottrae come se non fosse ancora’. Insomma, la carezza è ricerca. In questa ricerca, la carezza non sa ciò che cerca”5. “Le mie poesie implicano il mio ebraismo”: credo che questa affermazione di Celan vada molto al di là di una semplice indicazione di contenuti o di ispirazione, ma coinvolga l’atteggiamento profondo di chi scrive e di chi legge – cioè, la cifra ermeneutica del testo e la sua stessa ragion d’essere.
La parola esatta, dunque, è la parola “giusta”, nel senso dell’ebraico tzaddìk: la lettura e l’interpretazione di Celan sono un fatto etico prima che estetico o conoscitivo. Lo tzaddìk, afferma il Salmo 1, sta come un albero in riva all’acqua: le sue radici ne assorbono, a poco a poco, costantemente; ed egli darà al tempo esatto il proprio frutto, secondo la propria natura. Il fiume, lo tzaddik se lo può scegliere: in ciò sta il suo merito - se è poi davvero un merito poter accogliere una grazia.
La traduzione (cioè, l’interpretazione) viene di conseguenza, e resta aperta. Non c’è una verità oggettiva, quanto piuttosto una verità relazionale: una relazione autentica, un ascolto reale qui e oggi, un amore attento: una fedeltà (‘emunà).
Aggiungo di seguito i testi che Celan legge nelle registrazioni sul web, con le mie traduzioni.
1
CORONA
da Mohn und Gedächtnis
Aus der Hand frisst der Herbst mir sein Blatt: wir
sind Freunde.
Wir Schälen die Zeit aus den Nüssen und lehren
sie gehen:
Die Zeit kehrt zurück in die Schale.
Im Spegel ist Sonntag,
im Traum wird geshlafen,
der Mund redet wahr.
Mein Aug steigt hinab zum Geschlecht der
geliebten:
wir sehen uns an,
wir sagen uns Dunkles,
wir lieben einander wie Mohn und Gedächtnis,
wir schlafen wie Wein in der Muscheln,
wie das Meer im Blutstrahl des Mondes.
Wir stehen umschlungen im Fenster, sie sehen uns
zu von der Sraße:
Es ist Zeit, das man weißt!
Es ist Zeit, das der Stein sich zu blühen bequemt,
dass der Unrast ein Herz schlägt.
Es ist Zeit, das es Zeit ist.
Es ist Zeit.
CORONA
da Papavero e memoria
(pp. 58-59)
Dalla mano l’autunno mi bruca una foglia:
è sua, siamo amici.
Facciamo sgusciare il tempo via dalle noci e gli
insegniamo ad andare:
il tempo si dirige all’indietro, nei gusci.
Nello specchio è domenica,
nel sogno potremo dormire,
la bocca in verità conversa.
Il mio occhio corre giù, fino al grembo
dell’amata:
ci guardiamo a vicenda,
ci diciamo oscure parole,
ci amiamo l’un l’altra come papavero e memoria,
dormiamo come vino nelle conchiglie,
come il mare nel chiaro-sangue di luna.
Abbracciati, stiamo alla finestra, ci vedono
su dalla strada:
è tempo, che si sappia!
E’ tempo, che la pietra si disponga a fiorire,
che l’ansia un cuore possa colpire.
E’ tempo, che sia tempo.
E’ tempo.
2
TODESFUGE
da Mohn und Gedächtnis
SCHWARZE Milch der Frühe wir trinken sie
Abends
wir trinken sie mittags und morgens wir trinken
sie nachts
wir trinken und trinken
wir schaufen ein Grab in den Lüften da liegt man
nicht eng
ein Mann wohnt in haus der spielt mit den
Schlagen der schreibt
der schreibt wenn es dunkelt nach Deutschland
dein goldenes Haar Margarete
er schreibt es und tritt vor das Haus und es
blitzen die Sterne er pfeift sein Rüden herbei
er pfeift seine Juden hervor lässt schaufeln ein
Grab in der Erde
er befielt und spielt auf nun zum Tanz
Schwarze Milch der Frühe wir trinken dich
Abends
wir trinken sie mittags und morgens wir trinken
dich nachts
wir trinken und trinken
ein Mann wohnt in haus der spielt mit den
Schlagen der schreibt
der schreibt wenn es dunkelt nach Deutschland
dein goldenes Haar Margarete
dein aschenes Harr Sulamit wir schaufeln
ein Grab in den Lüften da liegt
man nicht eng
Er ruft stecht tiefer ins Erdreich ihr einen
ihr andern singet und spielt
er greift nach dem Eisen im Gurt er schwingst
seine Augen sind blau
stecht tiefer die Spaten ihr einen ihr andern spielt
weiter zum Tanz auf
Schwarze Milch der Frühe wir trinken dich
nachts
wir trinken sie mittags und morgens wir trinken
dich abends
wir trinken und trinken
ein Mann wohnt in haus dein goldenes Haar
Margarete
dein aschenes Harr Sulamit er spielt mit den
Schlangen
er ruft spielt süßer den Tod der Tod ist ein
Meister aus Deutschland
er ruft streicht dunkler die Geigen dann steigt
ihr als Rauch in der Luft
dann habt ihr ein Grab in den Wolken da
liegt man nicht eng
Schwarze Milch der Frühe wir trinken dich nachts
Wir trinken dich mittags der Tod ist ein
Meister aus Deutschland
Wir trinken dich abends und morgens wir
trinken und trinken
Der Tod ist ein Meister aus Deutschland
sein Auge ist blau
Er trift dich mit bleierner Kugel er trifft
dich genau
Ein Mann wohnt im Haus dein goldenes
Haar Margarete
Er hetzt seine Rüden auf uns er schenkt uns
ein Grab in der Luft
Er spielt mit den Schlagen und träumet der Tod
ist ein Meister aus Deutschland
Dein goldenes Haar Margarete
Dein aschenes Haar Sulamit
FUGA DELLA MORTE
da Papavero e memoria
(pp. 62-65)
NERO latte dell’alba lo beviamo alla sera
lo beviamo al meriggio e mattino lo beviamo la notte
beviamo e beviamo
scaviamo una tomba nell’aria nessuno sta stretto
un uomo abita la casa gioca con le serpi scrive
scrive appena fa buio in Germania d’oro i capelli Margaréte
lo scrive e cammina di fronte alla casa lo dicono
a lampi le stelle comanda col fischio i suoi lupi
stana col fischio gli ebrei a scavare una tomba nella terra
ordina adesso suonate adesso si balla
Nero latte dell’alba ti beviamo alla sera
ti beviamo al meriggio e mattino ti beviamo la notte
beviamo e beviamo
un uomo abita la casa gioca con le serpi scrive
scrive appena fa buio in Germania d’oro i capelli Margaréte
di cenere i tuoi Sulamìt scaviamo una tomba
nell’aria nessuno sta stretto
Grida più giù nella terra voi e voi cantate suonate
estrae dal fianco la spada la leva celesti i suoi occhi
più giù quelle zappe e voi e voi ancora suonate
si balla
Nero latte dell’alba ti beviamo la notte
ti beviamo al meriggio e mattino ti beviamo la sera
beviamo e beviamo
un uomo abita la casa d’oro i capelli Margarete
di cenere i tuoi Sulamìt gioca con le serpi
grida suonate più dolce la morte la morte è Maestro Tedesco
grida più a fondo i violini
ché andate nel fumo nell’aria
ché avrete una tomba per voi tra le nubi nessuno sta stretto
Nero latte dell’alba ti beviamo la notte
beviamo al meriggio la morte è Maestro Tedesco
beviamo la sera e mattino beviamo e beviamo
la morte è Maestro Tedesco celesti i suoi occhi
ti coglie con palle di piombo preciso ti coglie
un uomo abita la casa d’oro i capelli Margaréte
aizza i suoi lupi su noi ci dona una tomba nell’aria
gioca con le serpi e sogna la morte è Maestro Tedesco
D’oro i capelli Margaréte
di cenere i tuoi Sulamìt
3
IN ÄGYPTEN
da Mohn und Gedächtnis
Du sollst zum Aug der Fremden sagen: Sei das Wasser.
Du sollst, die du im Wasser weißt, im Aug der fremden suchen.
Du sollst sie rufen aus dem Wasser: Ruth! Noëmi! Mirjam!
Du sollst sie schmücken, wenn du bei der Fremden liegst.
Du sollst sie schmücken mit dem Wolkenhaar der Fremden.
Du sollst zu Ruth und Mirjam und Noëmi sagen:
Seht, ich schlaf bei ihr!
Du sollst die Fremde neben dir am schönsten schmücken.
Du sollst sie schmücken mit dem Schmerz um Ruth, um Mirjam und Noëmi.
Du sollst zur Fremden sagen:
Sieh, ich schlief bei diesen.
IN EGITTO
da Papavero e memoria
(pp. 70-71)
Devi, all’occhio della straniera, dire: sii l’acqua.
Devi, loro che sai nell’acqua, nell’occhio della
straniera cercarle.
Devi chiamarle dall’acqua: Ruth! Noemi! Miriam!
Devi ornarle, se stai con la straniera.
Devi ornarle con i capelli di nuvola della straniera.
Devi, a Ruth e Miriam e Noemi, dire:
Guardate, dormo con lei!
Devi, la straniera vicino a te, nel modo più bello
adornarla.
Devi adornarla con il dolore per Ruth, per Miriam
e per Noemi.
Devi alla straniera dire:
guarda, ho dormito con loro.
4
ZÄHLE DIE MANDELN
Da Mohn und Gedächtnis
ZÄHLE die Mandeln,
zähle, was bitter war und dich wachhielt,
zähl mich dazu:
Ich suchte dein Aug, als du’s aufschlugst und
niemand dich ansah,
ich spann jenen heimlichen Faden,
an dem der Tau, den du dachtest,
hinunterglitt zu den Krügen,
die ein Spruch, der zu niemandes Herz fand,
behütet.
Dort erst tratest du ganz in den Namen, der dein ist,
schrittest du sicheren Fußen zu dir,
schwangen die Hämmer frei im Glockenstuhl
deines Schweigens,
stieß das Erlauschte zu dir,
legte das Tote den Arm auch um dich,
und ihr ginget selbdritt durch den Abend.
Mache mich bitter.
Zähle mich zu den Mandeln.
CONTA LE MANDORLE
Da Papavero e memoria
(pp. 130-131)
Conta le mandorle,
contalo, ciò che fu amaro e ti tenne sveglia,
là conta anche me:
lo cercai, il tuo occhio, così come tu lo chiudesti
e nessuno ti poté vedere,
io tesi quel filo intimo,
su di lui la rugiada che tu hai pensato
scivolò giù, fino alle urne:
una parola, che non trovò strada fino al cuore
di nessuno, le custodisce.
Solo là camminasti nel Nome, che ti
appartiene,
con passi sicuri entrasti in te stessa,
oscillarono i martelli, liberi dentro la campana
del tuo silenzio,
ti colpì ciò per cui t’eri messa in ascolto,
distese la morte il suo braccio anche attorno a te,
e andaste, voi, in tre attraverso la sera.
Rendimi amaro.
Conta me tra le mandorle.
5
WAS GESCHAH?
Da Die Niemandrose
WAS GESCHAH? Der Stein trat aus dem Berge.
Wer erwachte? Du und ich.
Sprache, Sprache. Mit-Stern. Neben-Erde.
Ärmer. Offen. Heimatlich.
Wohin gings? Gen Unverklungen.
Mit dem Stein gings, mit uns zwein.
Herz und Herz. Zu schwer befunden.
Schwerer werden. Leichter sein.
COSA ACCADDE?
Da La rosa di nessuno
p. 460-461
COSA ACCADDE? La pietra camminò
fuori dal monte.
Chi si svegliò? Tu e io.
Linguaggio, linguaggio. Con- stella. Accanto-terra.
Più povero. Aperto. Come a casa.
Dove si andò? Dove non c’è lamento.
Con la pietra si andò, con noi due.
Cuore e cuore. Troppo pesante l’abbiamo trovata.
Via via, più pesanti. Adesso, più leggeri.
1 Marc-Alain Ouaknin, La ‘lettura infinita’. Introduzione alla meditazione ebraica, ECIG, Genova 1998 (traduz. di Ottavio Di Grazia), p. 107.
2 Ilana Shmueli, Di’ che Gerusalemme è. Su Paul Celan: ottobre 1969 – aprile 1970, a cura di Jutta Leskien e Michele Ranchetti, Quodlibet, Macerata 2002, p. 15 e p. 31.
3 I. Shmueli, Di’ che Gerusalemme è, p. 83.
4 Francesco Camera, Introduzione, in Hans Georg Gadamer, Chi sono io, chi sei tu. Su Paul Celan, Marietti, Genova 1989 (traduz. di Franco Camera), p. XV-XVI.
5 M. A. Ouaknin, La lettura infinita, p. 97.
3 commenti:
ubicue Psalm grazie
Grazie Lorenzo per questo bel pezzo su Celan, e grazie per avermi fatto scoprire che lui amava un accesso personale e intimo alla sua poesia, perché è l'unico con cui l'ho sempre letto, spesso ad alta voce, commossa .
Un grazie per il lavoro di presentazione del poeta Celan, oggi ho letto, poi ripasso per ascoltare.
Questo tuo modo accurato di offrire il blog, è trasmettere cultura.
anna maer
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