
29 giugno 2009
UNA COSA BUONA di P. Paolo Gobbi

12 giugno 2009
LIBERTA' VO' CERCANDO di P.Paolo Gobbi

venerdì 12 giugno 2009
ho pensato a lungo a chi indirizzare questa lettera, se al sindaco del mio comune, se al segretario attuale del Pd, se a un sito Internet piuttosto che a un giornale di opposizione o a un organo di informazione filo governativo. In verità ho pensato a lungo anche se scriverla, perché in fondo che interesse può suscitare l’opinione di un cittadino deluso dalla politica e deluso dalla sua amministrazione comunale, ma convinto che in Italia è comunque ancora possibile tentare di dare un significato al termine partecipazione e confidare in un ritorno dei contenuti nel confronto politico? Alla fine ho deciso di scrivere e ho immaginato di rivolgermi a Lei: in quanto donna, in quanto madre, in quanto professionista, in quanto “di sinistra”, in quanto direttore di un giornale che rappresenta un universo politico che non ho mai appoggiato ma al quale vorrei potermi rivolgere. Strano, no? Non vi voto, ma vorrei farlo. Può avere un senso, per un Pd in cerca di direzione, questa tensione?
Taglio corto e parto dal fatto concreto, dall’elemento detonante, dalla ragione più recente della mia delusione. E mi scuso se riporto un fatto personale ma, spero capirà, mi serve solo per trarre una serie di considerazioni di carattere più generale.
Dunque, abito in una grande città del Nord Italia, periferia di Milano, un tempo città amica dei lavoratori e governata dalla sinistra da quando esiste la democrazia in Italia. La mia famiglia, intendo i miei antenati, è qui da più di un secolo e la nostra è una storia di lavoratori dipendenti, quindi di onesti contribuenti o, come si dice in America, di “taxpayer”.
Ho un lavoro che mi consente un discreto stipendio ma che si giustifica in quanto mi impegna oltre dieci ore al giorno in ufficio e fino oltre le 22,30, una moglie co.co.co., la fortuna di due figli molto piccoli. Bene, nonostante queste caratteristiche, i miei bimbi non hanno trovato posto al nido comunale. Poco male, Lei dirà, in fondo ci sono i nidi privati. In effetti è lì che inseriremo anche il secondo figlio, nella stessa struttura che già accoglie il primo. Il problema è che un posto part-time per un figlio viene a costare 700 euro al mese, mentre due posti in contemporanea, dopo aver ottenuto un ulteriore sconto, ben 1.200 euro mensili.
Sono consapevole del fatto che in questo periodo di grandi difficoltà economiche per molte famiglie, di recessione e di perdita di posti di lavoro, avere due bimbi e un lavoro è già di per sé una grande fortuna. Il punto non è questo, caro direttore. Sono le conseguenze politiche di una certa impostazione culturale a suscitare in me molti interrogativi.
Dunque io mi chiedo. È una mente “di sinistra” e al passo con la società contemporanea e con la realtà del lavoro di oggi, quella che non comprende le ragioni di una donna che è sì a casa, ma da casa deve lavorare e onorare un contratto, e non deve non fare “piccoli lavori” di taglio e cucito nei ritagli di tempo? È “di sinistra” parlare di “controllo sui progetti educativi” e non pensare invece di sostenere le iniziative di sostegno alle famiglie proposte dal privato sociale, dalle cooperative e dal settore non profit? È “di sinistra” escludere i “residenti storici” dai servizi cittadini, alimentando ingiustificate quanto spiacevoli “guerre tra poveri” e favorendo sentimenti xenofobi nelle persone culturalmente meno attrezzate? Io so che non tutte le amministrazioni comunali di sinistra operano così, e che situazioni come quella che le ho appena raccontato sono frequenti e diffuse. Ma vede direttore, il caso di questi giorni scoppiato a Milano per la carenza di posti nei nidi è un fatto eccezionale e ha giustamente trovato larga eco sulla stampa. E chi viene invece in provincia a controllare come funzionano le amministrazioni, che problemi hanno i residenti, quale rabbia monta.
Per questo credo che sia “a sinistra”, a una sinistra che oggi appare disorientata e in cerca di idee e di valori, che vada chiesta l’elaborazione di un progetto politico onesto, di attenzione alle nuove povertà, alle nuove fasce deboli, ai nuovi bisogni, che sono anche - ma non solo - di carattere economico. L’esempio del nido è in fondo un pretesto, ma credo ad alto contenuto simbolico. Le cito una frase del sindaco Pd di Cormano, Roberto Cornelli, 35 anni, rieletto col 66% dei voti e intervistato dal Corsera: «Lavoriamo per l’integrazione attraverso l’intervento nei servizi pubblici. Abbiamo mantenuto i posti nei nidi. Per tutti, italiani e stranieri. Se i posti sono pochi, si scatena la competizione tra poveri. Se invece si risponde ai bisogni della città si fa vera integrazione e senza cavalcare le paure si fa un buon servizio».
Estendo la sfida. È così difficile trovare un leader che sappia unire e non dividere il paese, che sappia dire “Sì, noi possiamo vivere tutti insieme e possiamo vivere meglio”, che sappia parlare alle famiglie, a tutte e non solo a quelle ai margini della statistica e della società, dicendo loro che l’Italia crede e investe su chi le attribuisce fiducia? Un leader che non spacci una “politica vecchia” vendendola come “politica per gli anziani”? È così difficile immaginare un partito che accetti l’idea – come milioni di persone sanno, pure di estrema sinistra, e come sosteneva anche Karl Marx – che l’istruzione è bene che sia gratuita, ma non necessariamente “statale”?
Che una parrocchia è una ricchezza, che la Chiesa a qualcuno potrà anche sembrare invadente ma che se si ha veramente voglia di ascoltarla non trasmette valori poi così lontani da quelli che ogni persona di buon senso può riconoscere come validi e importanti? Che le differenti sensibilità di questo paese possono vivere nel rispetto reciproco e nella volontà comune di costruire un paese vivo e non di spettri, una nazione di entusiasti della vita, non di amanti della sua fine? Un partito che dica ai suoi sindaci: da domani le vostre città devono diventare il sogno di ogni giovane e di ogni giovane coppia, con una competizione al rialzo sui servizi e sulla qualità degli spazi del vivere comune, non di promozione dei luoghi di alienazione sociale nei quali la solitudine viene esaltata e mitizzata, agevolata e cullata, e dove il comportamento che corrompe la comunità viene se possibile isolato. Città nelle quali le meravigliose famiglie di stranieri – loro sì capaci di investire ancora sulle nuove generazioni e per questo vincenti e da erigere a modello – possono condividere con noi il medesimo desiderio di progresso sociale?
Vede, caro direttore, ragionando sull’esclusione dei miei figli dalle graduatorie comunali dei nidi ho desiderato ardentemente l’emersione di un leader politico giovane ma concreto, una persona che sia portatore di un progetto di società aderente ai bisogni della società, che sia più di un prodotto mediatico spigliato, brillante e di bella presenza ma capace solo di entusiasmare platee temporanee ed elettorati più simili a spettatori di Isole e Grandi Fratelli. Un leader che non sia una banderuola al servizio degli studiosi di flussi elettorali o ostaggio di ideologie vetuste, ma che abbia la forza di fare sintesi delle aspirazioni di un Paese che è più unito e coeso di quanto non vogliate fare apparire sui giornali. Un segretario indenne dal fascino delle élite molli che si trascinano da un salotto all’altro nei centri metropolitani, un leader che sappia riconoscere i segni della decadenza di una società ed evitarne di essere contagiato. Un leader così non esiste? Io credo di sì. Perché se a monte c’è un’idea, un quadro di valori forte e condiviso, il senso di un progetto autentico, sono convinto che “a valle” vedremo presto nascere anche chi sarà capace di reggere il partito.
Caro direttore, io credo che davanti a un semaforo verde – scusi la banalità dell’esempio – tutti abbiano il diritto di passare, bianchi o neri, clandestini o regolari, e che quando scatta il rosso tutti abbiano il dovere di fermarsi. Non condivido chi in questi giorni cavalca le paure, in una deprimente e umanamente degradante competizione politica al ribasso, o ha interesse a proporsi nello scontro e nella contrapposizione perenne. Credo però che un nuovo partito possa nascere o rinascere magari decidendo che tutte le famiglie in Italia, ricche o povere che siano, dovrebbero essere aiutate fiscalmente, anche solo un pochino, e che tutte le famiglie debbano avere il diritto, se lo desiderano o ne hanno necessità ovviamente, a un posto in un asilo nido. Tutto il resto, io ne sono convinto, tutti gli altri diritti, le fortune, il consenso, persino l’accettazione di nuove frontiere della convivenza, verranno di conseguenza. Perché è dalle idee più semplici, dalla base, che si costruisce un edificio solido e duraturo. È guardando avanti, progettando spazi per bambini e non solo bocciofile, che si torna a crescere. E lo ripeto: a crescere insieme.
Caro direttore dell’Unità, non ho avuto la forza di inviare direttamente a Lei questa lettera, perché ha prevalso in me la sfiducia verso il suo universo di riferimento, la certezza che comunque queste considerazioni vi sarebbero passate sopra la testa, presi come siete nella ricerca dell’ennesimo leader mediatico e capace più di bucare lo schermo che di costruire un progetto per il paese.
Spero non me ne vorrà. Cordiali saluti,
Mauro Calloni
29 maggio 2009
LA TEORIA DEL MONDO GIUSTO di Lorenzo Gobbi

“Piove sempre sul bagnato”: sembra scritto a lettere di fuoco nel cuore di chi è asciutto.
E’ la “teoria del mondo giusto”. Si è poveri, malati, precari unicamente per colpa: giustamente lo si è. Si è deboli perché così dev’essere, e la pietà è vergogna per chi debole non è: viltà la comprensione, stoltezza il vedere nell’altro non proprio se stessi, ma appena un’immagine che vagamente ci somigli.
Il senso di giustizia non sente ragioni, e legge i dati della realtà sulla base di se stesso. Si sa nobile, in armonia con le leggi del cosmo, rispettoso della verità. Non crede alle “panzane”: non ci casca, proprio no. Il mondo è giusto: chi è povero, lo merita, e i fatti lo dimostrano – a me, non la si racconta!
Così, la signora abbandonata dal marito senza nulla, strangolata dal mutuo, rimasta improvvisamente priva di lavoro e con un figlio handicappato, ora che riceve con vergogna e umiliazione qualche uomo, è una prostituta, tutto qui, e un po’ zoccola, di certo, è sempre stata – le cose sono sempre più semplici di quello che ti vanno a raccontare.
La collega dalla salute fragile va tenuta d’occhio: lavorare bene è un dovere, e un cancro non è una scusa per non impegnarsi – se no, tutti ne avremmo, di scuse! E poi, io non le ho viste, le sue analisi: chi mi dice che ce l’ha? Vedrai che è una furbona…
Ci sono Paesi in cui la vita è impossibile, ma questi “pagano il biglietto” per venire qua – lo sanno tutti, no? Vanno trattati per quello che sono…
Che tempi meravigliosi, i nostri! Ciascuno può e vuole farsi giudice e giustiziere, per tutelare il sacro ordine del “mondo giusto”; ciascuno collabora volentieri a “mettere le cose a posto” - non solo gratis, ma anche con incomodo notevole.
Esiste, in contrapposizione, la “teoria del mondo ingiusto”. Dice che la terra su cui piove è sempre la migliore; che la terra asciutta lo è per ipocrisia e malvagità, e che deve lacerarsi per la vergogna, certa della propria indegnità; che deve gioìre nell’umiliarsi, nel ritrarsi, perché solo così il mondo torna giusto.
Allora, lo studente straniero che bestemmia in faccia all’insegnante è un povero “moretto” escluso ed esasperato dai razzisti di questa Vandea; se distrugge a calci le porte dei bagni, sta mandando un segnale alla nostra società marcia e violenta, nell’unica lingua che essa gli ha insegnato. E’ sincero, e chiede il giusto risarcimento per le colpe dell’Europa; è sensibile, solidale, puro e incorrotto. E’ chiaro che la nostra società lo emargina: lo fa per non mettere in discussione il proprio egoismo, la propria ipocrisia, ecc. ecc. – per difendersi dal bene, ne chiede la sospensione!
La verità non sta nel mezzo, ma da tutt’altra parte: irraggiungibile, ormai, per lungo tempo.
O si esce da questi schemi, o prevale la “teoria del mondo giusto” - mentre la sua esatta corrispondente, che è anche la sua migliore alleata, diventa il punto di ritrovo di un’èlite gratificata e senza dubbi, felice di essere se stessa, con i propri giornali, le proprie strutture, la propria fetta di finanziamenti pubblici e i propri privilegi.
Gridano, i “giustizieri”; meglio educati, almeno all’apparenza, i “buoni” rispondono, sulle prime, con la finta pacatezza del disprezzo, del sorrisino di compiacenza per gli “ignoranti”, per i “beceri”; a poco a poco, le voci si alzano e si sfidano nell’aria, e si va alla conta dei voti, degli appoggi: ognuno cerca di prevalere sull’altro, e solo i numeri contano – chi ha più forza, chi ne ha meno. Vox populi… ed è tutto.
Le lacrime dei poveri, quelle vere, non le nota più nessuno; il silenzio degli umiliati resta sullo sfondo.
Dio lo ascolta: oh, sì! E’ forse l’unico suono che gli arrivi.
08 maggio 2009
TRANQUI, PROF, NON E' TOCCATO A LEI... di Lorenzo Gobbi

27 aprile 2009
SUL LATO PIU' LUMINOSO DEL DUBBIO di P.Paolo Gobbi
Fussli, Solitudine all'alba28 marzo 2009
UN SORRISO MICA SCEMO di P. Paolo Gobbi
Bill Congdon, Campo, orzoQuante persone ho incontrato questa settimana. Quanto ho ascoltato, quanto non sono riuscito a dire. Bambini, genitori, i miei fratelli, mio padre, mia madre, il benzinaio, la vecchia barista che nel baretto lungo la strada da 5o anni fa il caffè e sorride senza chiederti se sei un santo o un brigante, l'uomo che al mattino presto raccoglie i sacchi dei rifiuti a mano e li lancia sul camion con la delicatezza di un gesto che non vuole disturbare chi ancora dorme...quanta gente ho incontato...e chi ha letto il mio libro e mi ha scritto commosso, chi mi ha fatto domande, chi non lo ha letto o ha taciuto...va bene così.
19 marzo 2009
La vera somiglianza di P.Paolo Gobbi

“Benedire” è trasmettere il “ bene” che abbiamo ricevuto, che ha sostato tra di noi, nella nostra famiglia e poi ha ripreso il suo viaggio per il mondo e ora vive rinnovato nei volti dei piccoli di casa, nei nostri talenti, nei giorni di lavoro, negli incontri.
Senza un padre che dica e testimoni riconoscenza per il bene della vita, è più difficile crescere e vivere. Si può fare ma costa di più e chi ce l’ha fatta è davvero un uomo.
Ne ho amici che hanno perso il padre da piccoli o ne hanno avuto uno lontano, mancato, perduto. Sono stati in gamba e a volte la vita è anche più forte o migliore del padre, per fortuna.
C’è un bellissimo libro di un giovane autore italiano, Cristiano Cavina, che parla, con profondità e leggerezza, proprio di questo: si intitola “I frutti dimenticati”, ti piacerebbe, ne sono certo!
Non sarei sincero se non dicessi che il mio rapporto con te, come con ogni padre, è anche un appuntamento mancato e che sta sempre per compiersi.
Il padre ideale, mitico che ogni bambino e anche io mi sono costruito, un giorno finisce; la relazione con il padre rimane sempre asimmetrica, l’ascolto non è mai pieno e il figlio è dal padre costantemente rimandato a se stesso, ad una insopprimibile “distanza”, che resta anche nelle migliori relazioni.
Dentro ad ogni figlio rimane uno scarto tra il desiderio di essere compreso dal padre e di comprendere il padre, e la realtà di una impossibilità che questa comprensione sia piena.
C’è una “solitudine”, nel padre e nel figlio: anch’io l’ho sentita e a volte la sento.
Ma, con il tempo, ho imparato che è proprio questo lo spazio del rispetto vero tra padre e figlio e la possibilità di volersi bene realmente: il padre non schiaccia il figlio, il figlio non sa tutto del padre. Padre e figlio sono separati e proprio per questo ci può essere dialogo.
So che dire questo non è “politicamente corretto” in tempi di genitori“amici” e del “diciamoci tutto”, ma io penso così.
E’ necessario accettare ed abitare questa incompiutezza per crescere ed essere uomini.
Crescendo il figlio si fa uomo, il padre diviene vecchio e se lo spazio tra di loro è stato rispettato e curato nei giorni belli e in quelli tristi, possono nascere un dialogo e una comprensione più profondi, che vivono di poche e preziose parole e si nutrono del pensiero silenzioso e riconoscente che ognuno sente per la vita dell’altro, che si è svolta accanto e dentro, nel segreto del cuore, anche quando la parola non ha saputo dirlo..
E’ questa “comprensione” un dono grande che la vita può fare al padre e al figlio, un dono da attendere, da riconoscere, da accogliere con stupore. E se accade, non va lasciato soffocare dai risentimenti e dalle ferite che ogni relazione umana porta con sé.
Certo, il silenzio del padre non deve essere stato il “mutismo o il volto della durezza o del giudizio. Ci deve essere stato dialogo di corpi e poi parole, avventure, orizzonti e valori condivisi.
E, allo stesso tempo, la naturale contestazione di ogni figlio al padre, anche se violenta e accesa, deve aver conservato il rispetto e la consapevolezza di un legame profondo, di carne e spirito, che rimane vivo, qualunque cosa accada
Solo così un giorno il figlio giunge a comprendere che un padre imperfetto è preferibile ad uno troppo perfetto. E il padre si rallegra del figlio, proprio perché diverso e simile a lui.
E’ questa scoperta quotidiana che genere lo stupore e il riconoscimento di una vera somiglianza, proprio “là dove non si vede”, come canta un poeta. Una “somiglianza” che rende possibile il “dono” del perdono, come riconoscimento della comune fragilità.
Allora sì che è possibile “uno sguardo d’uomo che si incontra con uno sguardo d’uomo”, come diceva Peguy.
Di questa somiglianza parla un poeta contemporaneo che, tu sai, io stimo. E’ Davide Rondoni in una poesia per suo figlio.
E’ un pensiero davvero profondo su come un padre può guardare al figlio che cresce e riconoscere che non basta un padre per crescere un figlio. C’è qualcosa di più: un figlio cresce dentro un amore più grande.
Il poeta parte da un’esperienza comune lungo il viaggio della vita, l’hai fatta tante volte anche tu: una sosta in autogrill di notte, quando c’è poca gente e il padre pensa alla sua casa, alla famiglia, al figlio, che crescendo farà la sua strada, si fermerà nell’autogrill, magari lo stesso, stanco, una sera. Poi ripartirà e c’è un segreto tra di loro, una forza segreta e il padre quello vero sarà …
La dedico a tutti i padri che stanno leggendo questo libro e anche a te. Dice in modo profondo, come solo la poesia vera è capace, quello che non sono riuscito a dirti: non servono a questo le poesie? Non ci prendono per mano come i bambini ad approfondire la vita?
Bartolomeo
autogrill e il viso stanco
vedrai rapido
sui vetri, sull’alluminio del banco,
sarà una sera come questa
che nel vento rompe la luce
e le nubi del giorno, sarà
un grande momento:
lo sapremo io e te soli.
Ripartirai
con un lieve turbamento, quasi
un ricordo e i silenzi delle scansie di oggetti,
dei benzinai, dei loro berretti,
sentirai alle tue spalle leggero
divenire un canto.
La felicità del tempo è dirti sì,
ci sei, una forza segreta
uno sgomento ti fa, non la mia
giovinezza che cede, non l’età
matura, non il mio invecchiamento-
la nostra vera somiglianza
è là dove non si vede.
Mio figlio, mio viaggiatore,
sarà il tuo inferno, la tua virtù
questo udito da cane o da angelo,
che sente all’unisono il giro dei pianeti
e la pastiglia cadere nel bicchiere
due piani sotto, dove due vecchi
si accudiscono.
Sarà questo amore strepitoso
tuo padre, quello vero.
Fermati ancora in questo autogrill,
dal buio mi piacerà rivederti…
Grande poesia! Che davvero ci fa “vedere” meglio la realtà di essere padre e figlio.
Caro papà, da quanto ci conosciamo!
Chi è il padre per me? Chi sei tu? Come dirlo veramente?
Le parole non bastano.
Padre è chi risponde alla vita di un altro, è un vivente che mantiene la parola, attraversato da una vita che si dona, è un corpo che si fa parola, che lo lega non solo a chi è generato, ma a una vita e un amore più grandi.
Ha scritto un giorno Simone Weil, un’autrice che so stai leggendo, che “per elevare qualcuno, sia adulto che bambino, occorre anzitutto elevarlo ai suoi propri occhi”.
…E quando un giorno camminando da solo ti fermerai a osservare il volo dei cocai o il ritorno delle rondini sul fiume, credi che davvero non può essere che l'amore vada perso.
Poi, un giorno, ci ritroveremo, io lo spero, là dove padre e figlio è una parola sola".
15 marzo 2009
I MERCANTI DAL TEMPIO di Lorenzo Gobbi
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04 marzo 2009
LUCA E IL DIVISORE (e la chiudiamo qua...) di Lorenzo Gobbi
24 febbraio 2009
IL MAESTRO DEGLI AQUILONI

Il maestro degli aquiloni
Conoscere e comprendere i bambini, per aiutarli a crescere
Recensione e notizie su
23 febbraio 2009
LUCA PARLA CON IL CUORE IN MANO di Lorenzo Gobbi
18 febbraio 2009
LA VITA EFFIMERA DEI LIBRI di Lorenzo Gobbi

14 febbraio 2009
A ciascuno, vedi, la sua pace - ed io
non so cosa m'ha còlto, cosa m'abbia
intriso, trasformato: nel fuoco
alto l'ho gridato, tutto è grazia.
09 febbraio 2009
TRE DITA di Lorenzo Gobbi
Spesso, nella dura, estrema
debolezza - quando tanto c’è
da fare e il male avanza mentre
con le mani nude edifichiamo
argini di sabbia e sangue nostro
inutilmente, senza più
pensiero, senza forze vere
un giorno dopo l’altro - ecco,
appaiono figure di scoperti amici,
di alleati alacri quanto noi
(è dopo, Layla, quando nulla
resta più da contrastare e porti
i segni della resa
e del dolore concavo, del vuoto
in cui vagare devastato,
debolissimo e confuso
in un cratere vasto
d’esistenza e tempo - dopo,
quando nulla senti più
né vedi nulla e dài
richiami ripetuti a chi
sta intorno - è dopo
che svaniscono figure umane,
che fuggono da te per colpe
che non sai e non ricordi più
nemmeno i loro volti, non ricordi
neanche più se sono stati).
04 febbraio 2009
LASCIATELA A LORO di Lorenzo Gobbi
31 gennaio 2009
AD ALTEZZA DEL VOLTO di Pier paolo Gobbi

da che il volto umano parla e respira
si ha ancora l’impressione
che non abbia ancora cominciato
a dire ciò che è e che fa… »
A. Artaud (Le visage humain)
L’uomo ha sempre riflettuto sul corpo e sul rapporto con l’anima. Nel corso dei secoli il corpo è stato il luogo dell’esaltazione e del disprezzo, del sospetto e dell’ambiguità. Cos’è il corpo? Questa domanda riguarda l’identità profonda e il destino di ognuno, bisogna prima o poi rispondere. Se non si risponde a questo interrogativo si rischia di adeguarsi passivamente a una concezione corrente del corpo, dettata dalla moda, dai mass media, dalle urgenze del momento. Cos’è il corpo?
Il nostro corpo è fatto di un volto, di mani, occhi, bocca, cuore, cervello, orecchie, piedi. Con il corpo si nasce, si muore, si mangia, si ama, si abbraccia, si accarezza, si colpisce, si lavora, si dorme, si ride, si piange, si corre, si ascolta, si parla.
Il corpo è lodato, curato, esaltato, amato, venduto, disprezzato, umiliato. Anche il corpo del bambino non sfugge a questa realtà meravigliosa e a volte triste. Il rischio è di prestare al corpo un’attenzione eccessiva ed ossessiva, di spezzettarlo nelle sue parti, vedendole come “oggetti” da curare se si “rompono” o migliorare, magari di fronte all’inevitabile invecchiamento, smarrendo il suo senso globale, il valore di “relazione” con gli altri, l’apertura alla trascendenza che lo fonda. Solitamente è il tempo della malattia (nostra o di una persona amata), quello nel quale il corpo è “messo alla prova” e la domanda «che cos’è il corpo?», punge dentro di noi e cerca una risposta.
Io “sono” il mio corpo ma anche io “ho” un corpo. Il corpo mi definisce e delimita, può anche chiudermi in me stesso. È l’apertura verso il mondo e gli altri, mi mette in contatto con ciò che sta “oltre” me. È qualcosa nel quale sono “dentro”, che posso toccare, sentire, misurare e distinguere da un altro corpo, ma non è facile definirlo.
Spesso in noi e nelle persone che incontriamo sembra più chiaro lo spirito! Non lo si vede e non lo si tocca, ma lo si avverte presente nel volto, negli occhi, nel tono del corpo, nella carica umana, nell’agilità del corpo, nelle sue realizzazioni. Pensiamo a una danzatrice: è il suo corpo o lo spirito che danza? Pensiamo al volto felice di un bambino: non è lo spirito che si affaccia in quegli occhietti ricolmi di luce?
Il corpo è anche il luogo degli opposti: è unico e ha bisogno degli altri, fa tutto ma non è tutto, conosce la bellezza e la salute, ma anche l’abbrutimento e la malattia, fino ad un istante di tempo preciso non c’era, ora c’è e un giorno non ci sarà più, vive in uno spazio e in un tempo ma non sa fino a quando, nè dove andrà domani. Mi muove e mi ferma, è attratto e respinto, parla e ascolta, con il suo stesso essere. Il corpo è la nostra in-scrizione originaria nel senso della vita ed è straordinario che ciò che sento come inalienabilmente mio non viene da me, non me lo sono dato: è ricevuto, è un dono al quale non posso aggiungere niente.
È relazione: appello a vivere con gli altri, grazie agli altri e per gli altri. Vivere la condizione umana è assumere e vivere la corporeità. Questa è anche la strada della crescita di ogni bambino: nasce dentro il corpo di un altro, cresce tra le braccia di un altro, si percepisce gradualmente “separato” attraverso la relazione con un altro corpo, se ne distanza per divenire un individuo autonomo e potersi relazionare nella libertà e autenticità.
Toccate o muovete la parte del vostro corpo che vi piace di più, che “sentite” di più. Cosa vi suscita, come ne parlereste? Io ho scelto di “sentire” il mio volto, me lo sono toccato e accarezzato. Che cos’è un volto? Il mio volto?
È una superficie corporea, dove si accostano armoniosamente gli occhi, il naso, la fronte, le guance, la barba da fare, il mento, le rughe che iniziano, ma esso è di più: «È il luogo unico in cui si trasgredisce incessantemente la distinzione tra materia e spirito, tra anima e corpo, tra forma e contenuto. Il volto è l’espressione dell’identità umana all’incrocio tra il visibile e l’invisibile».
A chi assomiglio? Nessuno ha esattamente il mio volto. Il volto è la mia identità.
Qual è l’esperienza originaria del volto che ho fatto da bambino? Il primo volto che ho visto è stato il volto della mia mamma. Anch’io sono esistito fin dal primo istante in questo “volto a volto”: l’uomo riceve il suo volto dall’altro, non vede mai direttamente il suo volto! Io mi vedo nel volto dell’altro, che, con il suo volto e lo sguardo mi accoglie o respinge, mi valorizza o disprezza, mi dà luce o mi rattrista.
Tutta la vita è quest’arte mai finita di fare del “volto a volto” una relazione “buona” , così da essere davvero all’“altezza del volto”, del destino di bellezza e di bene, che esso convoca nello spazio di ogni viso incontrato nella luce di ogni mattino. Altrimenti la vita è violenza, nelle sue mille forme.
Ogni balbettio sul volto umano sfocia nel mistero: il volto giunge a designare un “oltre” se stesso, è una breccia nel tessuto della realtà e lascia intuire la trascendenza di ciò che vediamo e sperimentiamo. Come scrive Anne Philippe: «Il tuo sorriso e il tuo sguardo, il tuo passo e la tua voce, erano materia o spirito? L’uno e l’altro, ma inseparabili».
Il volto non è né materia né spirito, ma la danza di entrambi indissolubilmente.
Per chi è cristiano poi, la vita è “buona” se il volto di Dio è rivolto verso di noi. Anche la speranza della resurrezione è narrata dalle Scritture come la speranza in un “faccia a faccia”, in un incontro, in cui finalmente lo vedremo come Egli è e anche il nostro volto ci sarà rivelato in pienezza.
Anche osservando i volti gioiosi dei bambini si intuisce la stessa realtà, una promessa di vita piena.
Mi ha sempre colpito la frase del Vangelo di Giovanni: «Dio nessuno l’ha mai visto ma se ci amiamo è qui con noi».
17 gennaio 2009
I FATTI ROCCIOSI E GLI UOMINI VISIONARI di P.Paolo Gobbi
Daniel Lifschitz, Gerusalemme, città santa08 gennaio 2009
UNA PREGHIERA SU HAHARETZ di Lorenzo Gobbi
A Jew's prayer for the children of Gaza
07 gennaio 2009
PER UN'IDEA DEI FATTI
06 gennaio 2009
Ha-Tikvah (la speranza) di Lorenzo Gobbi


31 dicembre 2008
UN LAVORO COMUNE di P.Paolo Gobbi

27 dicembre 2008
PERCHE' NO? di Lorenzo Gobbi
Scrivevo così, diversi anni fa:
20 dicembre 2008
CON I NOSTRI OCCHI di Pier Paolo Gobbi

13 dicembre 2008
Ed ora accadrà una cosa nuova
08 dicembre 2008
UN CESTO, PER PARTIRE E PER RESTARE di P.Paolo Gobbi

Ricordo un’estate nel mare dell’isola, il fresco dell’acqua più bella che mai ho sentito, i corpi leggeri di pesci e creature.
A volte la sera scrivevo qualcosa, come piccoli frutti di parole per quel cesto, per chi deve partire, per chi deve restare.
(I) - Per Paola
Come sposo
Lo so
che il male urta
contro il vivo
lo umilia, lo rapina.
E non salva la parola
nelle notti di tubi
che sei sola e preghi
che finisca presto
questa attesa di ritrovare
il bene che fu speso,
e un volto dentro gli occhi
come sposo
Ora
Nevica il ricordo
ora
che ti hanno rinchiusa
nel buio che amavi
liberare.
Perdona anche tu
ora
che il tempo
per te
è scivolato
ai lati
della luce
(II) - Per Lorenzo
Al ritorno (per Lorenzo)
Si sporge
il dolore
sul ciglio bianco
del tempo
attende
il rumore
di passi leggeri
al ritorno
Sarà (resurrezione)
Sarà una festa
di piedi nudi
sulla neve
caldi e ancora lesti
come cerbiatti
che l’ombra
del bosco
ha liberato
- III -
parole
come orecchie
e poi silenzi giunti,
quieti come i larici
del bosco
dove ora
29 novembre 2008
L'UNICA LUCE CHE CONTA di Pier Paolo Gobbi

22 novembre 2008
LA VITA CHE SALVI di Pier Paolo Gobbi

16 novembre 2008
SI' SEMPLICE di Pier Paolo Gobbi

08 novembre 2008
IL TEMPO DEI SALMONI di P.Paolo Gobbi
Ho inteso questo spazio come un dono di "attenzione" , non di rissa culturale , politica, o luogo di rivendicazioni con pensieri e linguaggio che a me paiono in molti blog spesso preoccupanti, quasi al pari del "male" che denunciano...Ne hanno diritto se è questo che desiderano , se ne sono contenti, se li aiuta a trovare senso alla loro vita. Ma non sarà il caso di custodire con più cura anche i pensieri e le parole? Io vorrei e cerco che questo piccolo spazio sia un momento di speranza, un vuoto dove qualche riverbero della vita infinita dentro e fuori di noi, possa vibrare. Tutto qui. Ma non vivo fuori dalla realtà, leggo tanti giornali, di tutti i colori, seguo i problemi del nostro paese, dibatto, lavoro, fatico e mi arrabbio, ascolto e difendo le mie idee. Poi a sera cerco, se riesco, di non credermi sempre nel giusto e credo e spero che tutti stiamo vivi dentro un amore più grande.
Ciò che tiene in vita la nostra società è ormai soltanto lo scagliarsi contro. I demoni si susseguono all’orizzonte come i pupazzi ruotanti di un tirassegno, sempre diversi e sempre uguali. Per finire nel loro novero, basta farsi estrapolare, da un discorso complesso, alcune frasi politicamente scorrette e darle in pasto alla malevola onnipotenza dei media. Ed ecco il nemico quotidiano è servito e, confortati dal calore collettivo, ci possiamo scagliare contro di lui, sentendoci così nobilmente superiori e protagonisti di un profondo rinnovamento positivo della società. Cambiano i volti dei pupazzi, cambiano gli abiti e le tonache, ma il furore irragionevole che monta è sempre lo stesso e sempre la stessa è la certezza che solo eliminando quella persona si avrà una società più giusta. E dietro questi furori indignati, dietro queste invocazioni alla salvezza della civiltà e del progresso, si intravede purtroppo sempre l’ombra del muro, del cappio, della folla o del singolo pronti a fare giustizia. Che civiltà è una civiltà che non è capace di riconoscere che il male non è fuori di noi, ma al nostro interno? Riconoscere il male dentro di sé, disinnesca automaticamente la sete di capro espiatorio. Solo nel momento in cui non si vede belzebù davanti a noi ma un altro essere umano, che condivide le nostre stesse fragilità e le nostre stesse incertezze, si può cercare di lavorare insieme per quella cosa così importante, eppure così scomparsa dai nostri orizzonti, che si chiama bene comune.
C’erano, e ci sono, tutte le condizioni per dire agli studenti: siete stati ascoltati, tornate nelle vostre scuole e università. Chi avrebbe dovuto dirlo? L’opposizione, è ovvio. In questi giorni ci stiamo ubriacando di cultura politica americana e stiamo ammirando un Paese che si divide nel voto e poi, subito dopo, si unisce nell’applauso al vincitore; un Paese in cui è alto il senso della comune appartenenza, in cui i due candidati che si combattevano per le presidenziali si sono recati dal presidente in carica per condividere le sue decisioni sull’economia. Una grande nazione. Vista da qui, l’America appare su un altro pianeta.
L’opposizione dovrebbe dire cose chiare agli studenti. Come si è visto non è in discussione il loro diritto di protestare. Sono in discussione altri diritti e un dovere. Il diritto di chi non può vedersi sottrarre libertà dagli studenti in lotta (altri studenti, gli automobilisti di Ponte Garibaldi, i viaggiatori di Roma e Pisa) e il dovere di riprendere l’anno scolastico e universitario affidando alle delegazioni e alla trattativa il compito di migliorare o contrastare le proposte di riforma.
Se l’opposizione non coglie il dovere di essere pedagogica nei confronti di giovani che riprendono il tragico cammino della violenza di piazza viene meno al suo compito storico. Si sta con il movimento, rispettandone l’autonomia, quando la protesta è giusta. Ci si dissocia quando la protesta è infondata e quando le forme di lotta sono sbagliate. Soprattutto in questo ultimo caso. Ci sono state intere generazioni che hanno rovinato la propria gioventù perché la politica non è riuscita a metterli in guardia. Ieri su Facebook c’era la foto della scuola in Kenya che Veltroni ha fatto costruire. Molto bene. Un impegno assai più difficile deve essere speso dal capo del Pd alla costruzione di una coscienza democratica e non violenta dei ragazzi dei movimenti studenteschi.
Infine, vorrei ricordare che un atteggiamento tartufesco di fronte ai primi gravi cenni di violenza giovanile non giova elettoralmente. Non stiamo vivendo il pre-68, l’opinione pubblica è preoccupata e spaventata, se ha l’impressione che stanno tornando gli anni ’70, con il loro carico di violenza, punirà chi tace perché teme che acconsenta.
01 novembre 2008
UN CANTO DI SEMI

24 ottobre 2008
MA LO SPIRITO SOFFIA DOVE VUOLE di Roberta De Monticelli

Ma lo Spirito soffia dove vuole
di Roberta De Monticelli
L’articolo, come sempre limpido ed essenziale, di Vito Mancuso apparso su “Il Foglio” il 20/10 scorso mi dà l’occasione di una riflessione che forse può essere utile a molti, e contribuire a riportare sul piano del dibattito di idee una vicenda che invece, in quanto ha di personale, può interessare a ben pochi. Che cosa significa oggi appartenere alla Chiesa cattolica? Mi ero posta la stessa domanda, in termini meno espliciti, in anni non certo remoti – sulla rubrica settimanale che tenni per “Avvenire”. Me la ponevo in termini meno espliciti perché partivo da una constatazione fenomenologica e sociologica: spesso a chi scrive di cose dell’anima (per farla breve) viene posta, se scrive o parla in pubblico, una domanda che si può percepire come terribilmente impudica: Lei è cattolico/a? La mia stessa reazione – come di fronte a una domanda inopportuna – mi pareva allora richiedere una chiarificazione preliminare: che cosa vuol dire oggi, essere cattolici? Se esserlo vuol dire, per prima cosa, sapere per certo di esserlo e volerne dare testimonianza, ebbene allora no, chi ha una reazione di sconcerto, come per una domanda terribilmente indiscreta, quando gliela fanno, cattolico non è. Ma l’ipotesi è vera? E’ necessario saperlo per certo, e volerne testimoniare, per esserlo? E mi davo una risposta molto simile a quella che suggerisce Mancuso in conclusione al suo articolo: forse no. Rispondere sì darebbe certo un criterio semplice e chiaro, e anche distintivo del cattolicesimo, rispetto ad altre confessioni cristiane, che sottolineano l’intima relazione al divino, piuttosto che l’appartenenza a un “noi”, a una comunità visibile, gerarchicamente organizzata, la cui identità è data dai pronunciamenti delle gerarchie stesse. Ma se così fosse non avrebbero torto quegli storici che, come Galli della Loggia, identificano
Il peggio, però, doveva ancora venire: e venne con il caso Welby. Kant avrebbe detto: criterio per “essere cattolici” è riconoscere un’autorità anche morale, sopra la propria coscienza e i propri più vagliati sentimenti, alla Chiesa. Se così fosse, ancora una volta, sarebbe facilissimo non essere cattolici, non appena si sia raggiunta la maggiore età morale e anagrafica. Ma – mi chiedevo - c’è forse un solo pensatore “cattolico” che non abbia metabolizzato questo po’ di kantismo, espressione dell’età adulta in morale, e ancora pretenda che sia degna del nome di morale una scelta fondata sull’autorità e non nell’intimità della propria coscienza? Purtroppo oggi vediamo meglio che c’è: e come Mancuso ci mostra non è uno solo né pochi. Ma la sua riflessione, insieme al dibattito che nei giorni scorsi ha avuto luogo, può aiutare molti a ritrovare quella serena intelligenza dei dati che è preliminare ad ogni vera scelta. Vorrei quindi aggiungere una postilla sulle ragioni che – molti me le hanno chieste con stupore – possono portare una persona a disperare ora e non prima della capacità di rinnovamento di questa millenaria istituzione. La grande, veramente rivoluzionaria novità del Concilio Vaticano II (ben al di là di tutta la vernice socializzante e solidaristica) era stata appunto il riconoscimento di questa competenza morale ultima della coscienza personale da parte della Chiesa (essa esiste, Mancuso me lo confermerà, nel pensiero filosofico e morale di tutti i Padri e i Dottori, anche se coesiste in alcuni passi con la sua negazione). Questa sola ammissione comunque poteva significare la completa conciliazione del cattolicesimo e con la modernità, cioè (con parole di Kant) con la coscienza dell'età adulta che l'uomo ha raggiunto. Poteva, purché però non durasse ancora troppo a lungo quel regime del sì e del no, per aver messo in luce il quale il grande Abelardo ebbe a soffrire. Perché decisivo oggi è un sì o un no sulla questione: l’appartenenza alla Chiesa cattolica è o no definita dall’accettare la soggezione della propria coscienza in materia morale all’autorità magisteriale, in tutti i casi in cui la propria coscienza (morale) si trovi in conflitto con quell’autorità sulla questione di quale sia effettivamente il bene e il dovere? A me pareva che quella grande innovazione del Concilio comportasse la risposta: no. Non più. Perché questo è tanto importante? Perché diventa la sola garanzia che non sia mai più confuso ciò che una persona deve a tutte le altre in assoluto, con ciò che obbliga soltanto un credente, vale a dire ciò che non è evidentemente universalmente ammesso dalla coscienza morale. Così ad esempio sulla propria (non altrui) vita e sulla propria (non altrui) morte non è evidente a tutti, non credenti compresi, che debba decidere qualcun altro, e non noi stessi. Una scelta, ad esempio, di completo e fiducioso abbandono, che mi porti, in una situazione come quella in cui era Welby, addirittura a prescindere da ogni desiderio di affermare la propria dignità e di morire in pace, può ben essere la scelta sublime di un uomo di fede, può ben essere una scelta d’amore. Ma c’è cosa più abominevole dell’ipotesi che questo amore sia imposto (per via di legge) da un uomo a un altro uomo? Non è appunto l'abissalità di questi consensi, di questi affidamenti supremi, come ogni atto di fede (il sacrificio di Abramo, per esempio, o quello di Cristo!), a esigere la più gelosa, la più imprescrittibile, la più silenziosa ultima libertà che una coscienza ha di consentirvi o no? Ecco: è la maturità della nostra età adulta, che ci ha resi consapevoli, di fronte a questo terribile rischio, della necessità di distinguere fra morale, religione diritto. Questa distinzione è lo strumento che gli uomini hanno trovato per evitare che le coscienze possano cadere soggette all'arbitrio del potere, cioè in sostanza a forme di teopolitica, di sharia. Ma alla sua base, ancora una volta, c’è un’esigenza morale assoluta: che a ciascuno, ateo o credente, sia garantita l’ultima libertà di determinarsi (salva assenza di reato) in quei comportamenti che siano prescritti da una fede, e non dalla ordinaria coscienza morale umana. Quell’esigenza appunto che gli ultimi pronunciamenti della Cei sconfessano.
Altra cosa è la viva e magnifica discussione che nei secoli arricchisce l’intero patrimonio dell’umanità in materia teologica e spirituale. Un Padre ha dolcemente contestato l'altro, un Dottore ha radicalmente confutato l'altro, e se Dio vuole non c'è una sola opinione dottrinale, teologica o spirituale che non sia stata contestata. Chissà che non vengano teologi nuovi, e cambino le cose? Se Vito Mancuso può crederlo, è perché può contribuire a farlo. E allora, che continui! Infinite, dicono, sono le vie….e lo Spirito continua a soffiare dove vuole!
19 ottobre 2008
IL BICCHIERE DELLA DOMENICA di P.Paolo Gobbi
E' domenica e vorrei invitarvi a proseguire la conoscenza del "Libro d'ore" di R. M. Rilke, tradotto da mio fratello Lorenzo e appena edito da Servitium.
Ho scelto oggi una lirica dal "Libro della vita monastica". Parla del poeta, di un bicchiere , di un mendicante e di un sogno. Forse parla di noi e vi invito oggi nel bichciere di vino domenicale che forse berrete a gustare anche queste parole e il gusto di questo sogno.
Insieme al bellissimo quadro di Daniel Lifschitz è per una buona domenica!
I poeti hanno te disseminato
17 ottobre 2008
NOT IN MY NAME
12 ottobre 2008
LE FOGLIE D'ORO DI RILKE di P. Paolo Gobbi

10 ottobre 2008
QUESTA E' LA CHIESA

05 ottobre 2008
LETTERE A ROBERTA DE MONTICELLI
Cara Roberta,
LA COSCIENZA LIBERA DI DE MONTICELLI E' ABISSALE FINO A DIVENTARE UN'INCOGNITA ( di Giuliano Ferrara)
Ieri Roberta De Monticelli ha abiurato su questo giornale ogni relazione personale con la chiesa cattolica, che ama e nella quale non si riconosce più, e lo ha fatto con dolore (come ha scritto). De Monticelli è una filosofa e una cristiana laica di idee ferventi, notevole erudizione, sensibilità nell’interpretazione dei testi e chiara scrittura (mi sono occupato di un suo libretto interessante e vivido sulla relazione tra cristianesimo ed etica qualche tempo fa nel Foglio). Il punto di rottura la filosofa (e donna di fede) lo ha individuato in due dichiarazioni di monsignor Giuseppe Betori, arcivescovo di Firenze, rilasciate alla stampa nella sua qualità di segretario uscente della Conferenza episcopale italiana. La prima dichiarazione dice che, in materia di vita e morte (perché di questo poi si tratta, quando si parla di testamento biologico e affini), “la decisione non deve spettare alla persona”. La seconda dichiarazione reca un sonante: “Non siamo per il principio di autodeterminazione”.
Naturalmente non m’immischio nella questione personale dei rapporti tra la credente De Monticelli e la chiesa, per quanto sia considerata simbolica e necessariamente pubblica dalla stessa scrittrice che la pone, perché dalla chiesa sono fuori, e non ho la fede cristiana pur cercando di essere un tipo d’uomo cristianissimo. Ma il resto, ovvero le idee, l’etica, l’antropologia, la storia, la verità, l’autorità, la coscienza e la libertà, questo è pane per i nostri denti di liberali metodologici, di radicali e conservatori, di laici devoti che non si sottomettono al conformismo ideologico del mondo ultrasecolarizzato. Anche perché le due dichiarazioni ecclesiali incriminate, secondo le quali non è necessariamente e sempre il soggetto che decide di sé, e l’autodeterminazione è un principio da respingere, sono miele per le mie orecchie (disimpegnate dall’autorità del vescovo, ma non dalla rilevanza delle sue idee). Miele, proprio miele. In un senso che tutto il nostro lavoro giornalistico, lato filosofico e antropologico, cerca di mostrare. E che ora cerco di precisare.
La coscienza libera di Roberta De Monticelli è, come direbbe il geniale antropologo e filosofo tedesco Odo Marquard, abissale. Abissale fino a diventare un’incognita. Io liquido il diavolo, come scrisse Joseph Ratzinger, fonte ispiratrice di Marquard, e mi faccio imputato umano, troppo umano, per la questione del male. Non è più Dio, come nella antica e medievale teodicea, che porta il fardello del male nel mondo, magari attraverso il suo angelo caduto. Eliminato Dio, il compito tocca all’uomo, che inventa con la filosofia della storia la ipertribunalizzazione della storia stessa, si fa imputato e giudice contemporaneamente, e alla fine naturalmente si assolve in questo grande teatro antigiuridico. Lo strumento della grande assoluzione è la libertà di coscienza intesa come un assoluto misterioso, originario, spiritualmente indipendente dalla società, dalle istituzioni, dalla religione, dal costume, dalla cultura e dalla storia. Un assoluto soggettivo che non è oggettivabile, che non si forma nella società razionale e politica ma nel cuore. La coscienza mi porta a decidere quando devo morire, e con la stessa cogenza mi impedisce di considerarmi colpevole quando a morire per volontà della mia libera coscienza è un bambino nella mia pancia. Posso anche socialmente dare la morte, disidratare e affamare i corpi, perché la legge della mia coscienza è formalisticamente, nonché spiritualmente, superiore alla carità, all’amore.
Per invocare la libertà soggettiva senza confini in fatto di vita e di morte, in regime di piena autodeterminazione personale, così come fa la De Monticelli, bisogna considerare la coscienza libera e padrona come l’unica voce di Dio che l’uomo debba ascoltare, come un sostituto della parola, della liturgia e, in termini laici, della comunità politica e della socialità morale dell’esistenza umana. La coscienza interiore diventa legge obbligante, la nuova tavola dei comandamenti riscritta dall’umanità per il suo uso moderno. In nome di quella assolutizzazione della libera coscienza, una concezione di derivazione teologica luterana, dunque spiritualmente immensa e impregnata di genio religioso, una sorta di sintesi esplosiva di certi aspetti del paolinismo e dell’agostinismo, tutto è affidato al lato irrazionale e misterioso della fede, niente resta per la fede petrina che è tenuta a spiegare la sua ragione. Niente resta, appunto, per la chiesa e per il Papa, e niente resta per il fondamento naturale indiscutibile delle costituzioni liberali moderne, per la Grundnorm, la norma fondamentale.
Il problema posto da De Monticelli va rovesciato. Come ha suggerito tra gli altri un illuminista e laico americano, Austin Dacey, nel suo libro sulla coscienza secolare moderna, di cui si è parlato in un bel colloquio con lui di Amy Rosenthal nel Foglio del 16 settembre. Per generazioni in occidente si è affermata l’idea che le questioni di coscienza sono faccende private che non hanno un loro posto nella vita pubblica. Ma questo, ci ha detto Dacey convergendo con una linea di ricerca del Foglio attiva da molti anni, è “un tradimento della tradizione del liberalismo laico”, perché “le questioni di coscienza devono essere sottratte al potere dello stato, ma questo non significa che siano private nel senso di soggettive o personali”. Dacey cita Spinoza, Kant, Locke, Jefferson, Madison e Mill per dire che questi colossi del liberalismo moderno non pensavano che lo statuto della coscienza, anche di quella etica e teologica, consista “in ragioni private che non hanno posto nella politica”. Per quei profeti del mondo moderno, al contrario, “l’ordine liberale è quello che fa emergere queste verità aprendo uno spazio nella vita pubblica in cui i cittadini possano discuterne insieme nel corso di una conversazione libera e priva di ogni ipoteca esterna”.
Lo stato non ti può imporre un suo pensiero in tema di vita o di morte, in tema di morale e distinzione del bene e del male. Ma la norma pubblica in materia, quando ce ne sia bisogno, non è la semplice autorizzazione procedurale a fare ciascuno quel che crede. La norma o la scelta di sottrarre un certo campo dell’azione umana alla norma devono nascere da una discussione informata in cui trovi spazio, in senso pieno e ricco, il punto di vista religioso, cioè quello di una fede che si incarna in un’istituzione. Con la coscienza misteriosa e abissale dell’homo compensator, quell’uomo senza Dio che secondo Marquard si assolve mentre si fa giudice di se stesso, non si fanno le leggi, non si praticano né il terreno della morale né quello del diritto, al massimo si fa il caos interiore di una fede fervente che rifiuta di dire le sue ragioni. E che nel mascheramento moderno, un secolarismo che diventa religione dei diritti individuali, si fa chiamare libertà dell’individuo e autodeterminazione.
03 ottobre 2008
E CHE SIA UN ARRIVEDERCI
RISPETTOSA OBIEZIONE ALLA PROFESSORESSA DE MONTICELLI . Chiedo anch’io la libertà di coscienza. Altra cosa dall’auto-determinazione ( di Giuseppe Betori)
Sul ' Foglio' di ieri, Roberta de Monticelli prende spunto da alcune mie dichiarazioni, nel contesto di una conferenza stampa, per dare il suo « addio » « a molti cari amici - in quanto cattolici » , « un addio a qualunque collaborazione che abbia una diretta o indiretta relazione alla chiesa cattolica » . Trovarmi coinvolto in una così seria decisione mi turba, ma vorrei ricordare che quella parola, « addio » , percepita di primo acchito sinistra, contiene in sé una radice promettente. E’ la preposizione ' ad' che spinge verso altro, in ogni caso fuori dal soggetto. E in effetti visto che l’argomento del contendere è la ' fine della vita', tutto cambia a seconda se la vita è destinata oppure senza scopo. In altre parole se la vita si spiega da sé o sottostà come tutta la realtà a quel principio per cui nessuno trova in se stesso la spiegazione del proprio essere. Se si tiene conto di questo, forse si riesce a capire cosa nasconda la parola ' autodeterminazione', che vorrebbe fare a meno di questa evidenza. E se la signora de Monticelli avesse colto tale passaggio, avrebbe certo compreso che dietro le mie parole « non spetta alla persona decidere » si cela non la negazione della coscienza, ma semmai dell’autosufficienza. Per questo, proprio appellandomi alla coscienza, che l’illustre interlocutrice difende con tanta passione, non posso non prendere le distanze dalla posizione che mi costruisce addosso e che mi viene attribuita senza fondamento. Sono infatti sinceramente amareggiato che la mia dichiarazione sia stata letta come « la più diabolica negazione di esistenza della possibilità stessa di ogni morale » . Insomma, sarei io – e la Chiesa con me – ad autorizzare il male, negando la possibilità di fare il bene, e farei tutto questo perché non sono per « il principio di autodeterminazione » . Qui si sta costruendo un grande malinteso, legato a cosa significhi in questo contesto il « principio di autodeterminazione » : non si può confondere la libertà di coscienza con la possibilità di fare quello che ci pare. Anche se ragionassi in termini puramente laici, non potrei giustificare un assassinio dicendo che l’ho fatto per rivendicare la mia libertà di coscienza. La legge che punisce l’omicidio non elimina la libertà di coscienza: anzi la piena libertà dell’assassino è il primo presupposto della condanna. Non possiamo confondere, insomma, la libertà della nostra coscienza con la legittimità delle nostre azioni. Il « principio di autodeterminazione » non è mai stato un caposaldo della dottrina della Chiesa: quando S. Agostino scrive « ama e fa’ ciò che vuoi » , indica che le nostre azioni sono buone solo quando si ispirano a Dio, che è Amore. La coscienza è la sede della nostra scelta, è il luogo dove decidiamo, ma non è il criterio della scelta. Il criterio non ce lo diamo da soli: ce lo dona Dio, che è Amore, ed è percepibile ad ogni indagine razionale come il fondamento della nostra stessa identità o natura. Allo stesso modo, la vita non ce la diamo da soli, ma ci viene donata. Difendere questo dono è difendere il bene: difendere la vita significa difendere la possibilità della coscienza, non negarla. Se non sono vivo, certo non posso scegliere. È proprio questa precedenza della vita rispetto ad ogni scelta, questo dono che mi viene fatto, che mi orienta nel valutare le opzioni di fronte a me. Del resto, anche la mia coscienza non me la sono data: genitori, insegnanti, amici mi hanno insegnato a parlare e a pensare. Questo tipo di considerazioni porta San Tommaso a insistere tanto sulla prudenza come regola per l’azione: se non si può scegliere in astratto, ma solo a partire dalle concrete situazioni della vita personale, non si può essere buoni in astratto, come vorrebbe l’astratto « principio di autodeterminazione » . Bisogna cercare di essere « il più buoni possibile » nelle circostanze date: per questo la Chiesa si è decisa per una legge sul ' fine vita'. Un realismo, il suo, che è da sempre il criterio ispiratore della riflessione cattolica, nello sforzo di rendere possibile una scelta buona nella vita di tutti i giorni. La vita che viviamo è frutto di relazioni che la generano, sia nel momento del concepimento, sia durante tutto il suo corso. Queste relazioni non terminano con la sofferenza: il dolore non colpisce solo chi soffre – a volte in condizioni estreme – ma anche chi attorno è testimone di tale sofferenza. Tale comune sentire umano – direi questo consentire – sta da sempre a cuore alla Chiesa: davvero non vale niente? E questa passione per l’uomo sarebbe davvero « nichilismo » come conclude l’articolo su Il Foglio? O forse nichilismo è credere che non ci sia nulla oltre l’individuo e la disperata coscienza della sua solitudine? Spero che Roberta de Monticelli – e quanti sono interessati a un dialogo sulla bellezza, la libertà, la vita – non rinunci alla possibilità di un incontro con chi segue Gesù, che è venuto non « per condannare il mondo, ma per salvare il mondo » ( Gv 12,47). Per questo mi auguro che il suo sia solo un ' arrivederci'.
02 ottobre 2008
IL VANGELO DEI SEMPLICI
Questo è un addio. A molti cari amici – in quanto cattolici. Non in quanto amici, e del resto sarebbe un fatto privato. E’ un addio a qualunque collaborazione che abbia una diretta o indiretta relazione alla chiesa cattolica italiana, un addio anche accorato a tutti i religiosi cui debbo gratitudine profonda per avermi fatto conoscere uno dei fondamenti della vita spirituale, e la bellezza. La bellezza delle loro anime e quella dei loro monasteri – la più bella, la più ricca, e oggi, purtroppo, la più deserta eredità del cattolicesimo italiano. O diciamo meglio del nostro cristianesimo. L’eredità di Benedetto, di Pier Damiani, di Francesco, dei sette nobili padri cortesi che fondarono la comunità dei Servi di Maria, di tanti altri uomini e donne che furono “contenti nei pensier contemplativi”. E anche l’eredità di mistici di altre lingue e radici, l’eredità, tanto preziosa ai filosofi, di una Edith Stein, carmelitana che si scalzò sulle tracce della grande Teresa d’Avila.
Questo addio interessa a ben poche persone, e come tale non meriterebbe di esser detto in pubblico. Ma se oggi scrivo queste parole non è certo perché io creda che il gesto o la sua autrice abbiano la minima importanza reale o morale: bensì per un senso del dovere ormai doloroso e bruciante. Basta. La dichiarazione, riportata oggi su “Repubblica”, di Mons. Betori, segretario uscente della Cei, e “con il pieno consenso del presidente Bagnasco”, secondo la quale, per quanto riguarda la fine della propria vita, alla volontà del malato va prestata attenzione, ma “la decisione non deve spettare alla persona”, è davvero di quelle che non possono più essere né ignorate né, purtroppo, intese diversamente da quello che nella loro cruda chiarezza dicono.
E allora ecco: questa dichiarazione è la più tremenda, la più diabolica negazione di esistenza della possibilità stessa di ogni morale: la coscienza, e la sua libertà. La sua libertà: di credere e di non credere (e che valore mai potrebbe avere una fede se uno non fosse libero di accoglierla o no?), di dare la propria vita, o non darla, di accettare lo strazio, l’umiliazione del non esser più che cosa in mano altrui, o di volerne essere risparmiato. Sì, anche di affermare con fierezza la propria dignità, anche per quando non si potrà più farlo. E’ la possibilità di questa scelta che carica di valore la scelta contraria, quella dell’umiltà e dell’abbandono in altre mani. Ma siamo più chiari: quella che Betori nega è la libertà ultima di essere una persona, perché una persona, sant’Agostino ci insegna, è responsabile ultima della propria morte, come lo è della propria vita. Fallibile, e moralmente fallibile, è certo ogni uomo. Ma vogliamo negare che, anche con questo rischio, ultimo giudice in materia di coscienza morale sia la coscienza morale stessa? Attenzione: non stiamo parlando di diritto, stiamo parlando di morale. Il diritto infatti è fatto non per sostituirsi alla coscienza morale della persona, ma per permettergli di esercitarla nei limiti in cui questo esercizio non è lesivo di altri. Su questo si basano ad esempio i principi costituzionali che garantiscono la libertà religiosa, politica, di opinione e di espressione.
Oppure ci sono questioni morali che non sono “di competenza” della coscienza di ciascuna persona? Quale autorità ultima è dunque “più ultima” di quella della coscienza? Quella dei medici? Quella di mons. Betori? Quella del papa? E su cosa si fonda ogni autorità, se non sulla sua coscienza? Possiamo forse tornare indietro rispetto alla nostra maggiore età morale, cioè al principio che non riconosce a nessuna istituzione come tale un’autorità morale sopra la propria coscienza e i propri più vagliati sentimenti? C’è ancora qualcuno che ancora pretenda sia degna del nome di morale una scelta fondata sull’autorità e non nell’intimità della propria coscienza? “Non siamo per il principio di autodeterminazione”, dichiara mons. Betori, e lo dichiara a nome della chiesa italiana. Ma si rende conto, Monsignore, di quello che dice? Amici, ve ne rendete conto? E’ possibile essere complici di questo nichilismo? Questa complicità sarebbe ormai – lo dico con dolore – infamia.
Sapessi, Roberta, il disagio che provo nel leggere la dichiarazione di Mons. Betori - per le stesse tue ragioni. Ed è lo stesso disagio che provavo nel leggere le dichiarazioni degli esponenti radicali, benchè opposte nella sostanza, a suo tempo - sulla fine della vita, ma anche sull'interruzione della gravidanza, sulla fecondazione assistita, sulla ricerca sulle staminali... Sui contenuti non mi mancano (come non mancano a te, e a maggior ragione) le armi affilate della dialettica; ma è il tono che mi disarma e mi annienta.
La priorità della coscienza dovrebbe essere un valore acquisito - lo stesso San Tommaso insegnava che si è tenuti a separarsi dalla comunione cristiana quando la coscienza ci impedisca di continuare a credere nella divinità di Cristo. Bonaventura, come ben sai, obiettava che la coscienza ci è data per individuare il bene, e che quando essa ci comanda il male, ad esempio la separazione dalla comunione cristiana, essa va sacrificata sull'altare del bene oggettivo che la comunione cristiana garantisce. E' un argomento che turba ancora molti, e la questione è tutt'altro che pacifica, purtroppo.
Tanto avrei da dire - nel nome di chi, come me e te, ha avuto di fronte agli occhi la sofferenza senza speranza di persone amate: da ciò una pelle viva, una sensibilità acuta per la profanazione - per un'argomentazione che ad altri sembra una disputa accademica, o una questione teologica, o peggio ancora una tessera del difficile mosaico delle relazioni stato-chiesa nel nostro Paese.
Dico solo che sta scritto: "il Regno di Dio subisce violenza, e i violenti se ne impadroniscono". Fu scritto quando il regno di Dio era appena arrivato.
E anche che sta scritto: "di ogni parola insensata gli uomini risponderanno nel giorno del giudizio". Noi compresi, ma non noi soli.
Tu lo chiami nichilismo: io avrei qualche termine ancora più forte. E lo riserverei anche alle dichiarazioni e alle argomentazioni avverse che tanto mi hanno turbato in passato: il tono è lo stesso; la radice, probabilmente, anche.
A prescindere da ciò che sia opportuno fare nei casi di cui si discute - cosa significa "prestare attenzione alla volontà del malato" se non, alla fine, eseguirla? - manca il profumo delicato della sapienza cristiana, della compassione come virtù, della tenerezza avvolgente del Cristo che a tutti riconosce (non "concede": si riconosce ciò che c'è e che non si può negare) un'infinita dignità. Che non significa nè lassismo nè permissivismo nè edonismo nè laicismo... tutt'altro! E' quel suo dire: "Donna, nessuno ti ha condannata? Neanch'io ti condanno..."
Manca il Vangelo dei semplici, quello che stupì Nicodemo e che può essere anima viva della vita concreta - non è necessario metterlo da parte come inadeguato e infantile quando si parla di cose "serie" come le leggi e i rapporti con lo stato...
Non mi risulta che esista un vangelo dei forti. Almeno, non mi è chiaro chi ne sia, esattamente, il protagonista - anche se un'ipotesi l'avrei...
Nella concretezza, alla legge dello Stato chiederei di tutelare tutti, e di prevedere che siano rispettate le volontà che il malato ha esplicitamente espresso, in coerenza con il suo mondo di valori. Nessuno ha il diritto di impormi di morire se voglio vivere - e neanche di vivere se voglio morire. Nessuno ha il dovere di tutelarmi da me stesso. Una recente sentenza della corte costituzionale ribadisce il diritto del malato di rifiutare anche le cure necessarie - non è questo lo spirito della nostra civiltà cristiana?
La vita e la morte, la sofferenza e la malattia: sono preziose, hanno un senso, e ci viene offerto di viverle in pienezza e libertà (anche se non possiamo scegliere tra la salute e la malattia, tra la vita e la morte). Dio mi aiuterà quando dovrò viverle in me: mi ha aiutato non poco quando le ho dovute vivere in una moglie giovane e amatissima, condannata da una malattia implacabile. Rivivrei ogni istante di quella vicinanza - per quel che riguarda me, ovviamente. Nei medici trovai delicato rispetto, e vera umanità: nessuno obbligò a proseguire le cure quando si rivelarono inutili, e mi fu lasciata la scelta di proseguire con la sola terapia del dolore, accettando il corso degli eventi - scelsi così, firmai a nome di chi non era più in grado di prendere decisioni. Un sacerdote francescano mi fu vicino: passava sotto le mie finestre verso le 22, e suonava se vedeva la luce accesa. Un saluto, una preghiera assieme e tornava al suo convento, poco lontano. Ogni sera, per un anno intero.
E' lui che dovrebbero intervistare - e quei medici, quelle infermiere. E altri parenti di ammalati che come me entravano ogni giorno nel reparto. Nessuno presterebbe la minima attenzione a parole diverse da quelle che ogni giorno risuonano in quel luogo: le parole dell'emergenza quotidiana, della vicinanza autentica di chi fa ciò che può, per come è e per ciò che crede. Il vangelo dei semplici: il solo che sia stato predicato - almeno, che io sappia.
La decisione deve spettare alla persona: non c'è dubbio. Chi sta intorno, però deve stare bene attento a ciò che consiglia, e al perchè lo fa. Non si possono tagliare le spese (economiche e morali) eliminando i malati gravi, o persuadendoli che è meglio per loro e per tutti chiedere una morte rapida e indolore anzichè affrontare una lunga sofferenza senza sbocco (chi l'ha detto che è senza sbocco? io non lo credo...). Perchè questo è il timore più grande che io avverto, non l'altro. Che si arruoli la morte tra i benefattori dell'economia, pur con nobili ragioni.
Come sai, e come molte volte ti ho detto, l'atteggiamento della Chiesa su questi temi provoca in me grave sofferenza, come lo provoca quello del comitato Luca Coscioni e di altre organizzazioni. Non perchè io desideri giudicare in un senso o nell'altro i genitori e il marito di Terry Schiavo o il papà di Eluana (sta scriotto nel Talmud: Non giudicare un uomo quando è nel dolore, perchè ancora non conosci la potenza del dolore), ma perchè la mia perplessità viene liquidata da entrambe le parti come bassezza morale - mancanza di zelo apostolico da un lato, complicità con l'oscurantismo dall'altro.
Cos'avrei fatto, cosa afrei se fossi il papà di Eluana? Non lo so: non sono lui. Cosa farei se...? Potrei solo deicidere al momento, in coerenza con le mie più profonde convinzioni. Ma vorrei non essere storidito nè dagli uni nè dagli altri; vorrei una solidarietà delicata e accorta, che mi supportasse nell'abisso che il dolore saprebbe scavare in me e nella mia coscienza - alla coscienza torniamo: a lei che non ha bisogno nè di poliziotti nè di paladini, ma di fratelli e sorelle. Tutto qui.
Dubito di essermi spiegato bene - ma non ha importanza, so che tu mi capirai come sempre.
29 settembre 2008
LA MIA PIPA E LE RAGAZZE DELL'EST. SHANA TOVA.
28 settembre 2008
E QUESTO E' TUTTO di P. Paolo Gobbi

19 settembre 2008
COME DI STELLA NELL'AZZURRO PROFONDO di P.Paolo Gobbi
La sua vicenda umana e artistica ci narra di una grande passione per l’umano, dello sforzo di affermare l’orizzonte infinito della propria sensibilità e della realtà incontrata, della fatica di farsi comprendere e accettare. Lo fa con forza e fragilità insieme, con consapevolezza della drammaticità del vivere ma anche con una serenità di fondo: “ voglio che la gente dica delle mie opere: “sente profondamente, sente con tenerezza”. Forse questo equilibrio sempre sul punto di perdersi gli derivava da quello che gli ardeva nel cuore: la certezza dell’esistenza di una risposta alla sua domanda più profonda, quella di vita e di amore (all’ esigenza permanente, direbbe Pavese). Una domanda che ha urlato e sussurrato secondo il suo destino: con le sue tele, con i suoi colori. Una risposta che ha sempre inseguito nei suoi incontri, nei volti amati, nelle lettere e soprattutto nella pittura. Anche la morte, che si è data nel 1890, Van Gogh la immagina come un ritorno e sembra certo che la possibilità di rialzarsi, come gli è accaduto tante volte in vita, non dipende da lui ma da qualcosa che da fuori “accade”: scrive a Theo “ ma con o senza il nostro permesso, il freddo cede infine e un bel mattino troviamo che il vento è cambiato e che comincia a sgelare”.
Viene da pensare a Pavese: “ O luce, chiarezza lontana, respiro affannoso, rivolgi gli occhi immobili e chiari su di noi. E’ buio il mattino che passa senza la luce dei tuoi occhi”. E ancora “ come è grande il pensiero che veramente nulla a noi è dovuto. Qualcuno ci ha promesso qualcosa? E allora perché attendiamo?” . Già: perché attendiamo?
Van Gogh e Pavese hanno atteso fino all’ultimo, sentivano l’esigenza di una luce, di una stella, di un amico, di un fratello. Sentivano che la posta della vita è alta, che per meno non vale la pena, che si vuole “restare” e “aver restituito se stessi dagli altri”.
Cosa dedicherebbe Pavese a Van Gogh? Forse il dialogo “L’isola” presente nei dialoghi con Leucò: “quello che cerco l’ho nel cuore come te”.
E forse Van Gogh gli regalerebbe il “Ritratto di Eugene Boch”, un pittore e scrittore. E’ un dipinto del 1888, eseguito dopo il rapido incrinarsi del rapporto con il pittore Gauguin, un amico che Van Gogh avrebbe voluto ritrarre. Vincent, rimasto solo, si ferisce all’orecchio e dipinge questo quadro straordinario e scrive parole che ci dicono davvero di cosa era fatto, come “sentiva” il suo cuore. Parole che sono leggere e profonde, proprio come Van Gogh voleva la gente dicesse delle sue opere e che da sole valgono la luce e la bellezza di una stella. Sono persuaso che Pavese avrebbe accennato un sorriso. Scrive Vincent e Theo:
“Vorrei fare il ritratto di un amico artista, che sogna i grandi sogni, che lavora come l’usignolo canta, perché questa è la sua natura…e vorrei mettere nel quadro la stima e l’amore che ho per lui. Lo ritrarrei così come è, più fedelmente possibile, per cominciare. Ma il quadro non sarebbe terminato così. Per finirlo farò il colorista arbitrario. Esagererò il biondo dei capelli…dietro la testa, invece di dipingere il muro banale del misero appartamento, dipingerò l’infinito, farò una sfondo semplice del blu più ricco, più intenso che riuscirò a ottenere; da questa semplice combinazione la testa bionda, illuminata su questo sfondo blu suntuoso, rende un effetto misterioso come di stella nell’azzurro profondo”.
09 settembre 2008
UN GIORNO DI SIMPATIA UMANA CON CESARE PAVESE di P.Paolo Gobbi

Forse erano così anche quel giorno di cento anni fa le colline intorno a Santo Stefano Belbo, in Piemonte, quando una porta magica tra i filari si è aperta e il 9 settembre 1908 vi è nato un bambino che sarebbe diventato un grande scrittore, Cesare Pavese.
La notte del 26 agosto 1950, dietro la porta chiusa di una stanza dell’Albergo Roma, a Torino, Pavese mette fine alla sua esistenza. In mezzo ci sono la sua vita, i suoi libri, la sua vicenda semplice e complessa, straordinaria e drammatica come quella di ogni uomo.
Cento anni dopo restano le sue parole, che attendono ancora di vivere nell’incontro con noi. Ed è facile leggendole considerare Pavese una sorta di complessato, un uomo troppo sensibile, in fondo inadatto alla vita, lontano dalla realtà, che si pone domande e problemi inutili, che va scavare cose che è bene anche oggi lasciare nell’ombra. Qualcuno ha scritto, che Pavese si è concesso il “vizio assurdo” di cercare la verità. Perché? Non è forse dell’uomo di desiderare la verità, la bellezza, l’amore, la compagnia, di impegnarsi nel “mestiere di vivere”, di chiedersi per cosa vale la pena, di attendere ogni sera un segno, una luce chiara, qualcosa, un senso alle cose che accadono, per fortuna e per dono.
Forse non è casuale il generale quasi silenzio di oggi su questo anniversario, anche negli ambienti letterari che dovrebbero essere a lui più vicino. Natalino Sapegno scriveva di Pavese, che la “sua vicenda umana torbida “ manifesta “ una primordiale vocazione di morte” e Natalia Ginzburg, che lo conobbe e vi lavorò vicino, lo riteneva “un ragazzo che ancora non ha toccato la terra”. Italo Calvino quando scopre che Pavese tiene un diario e ha questa preoccupazione per la propria interiorità gli dà del “matto”. Di uno così cosa ce ne facciamo oggi?
Eppure Pavese lo sapeva che “ bada bene. Tutti lo cercano uno che scrive, tutti gli vogliono parlare, tutti vogliono poter dire domani “so come sei fatto” e servirsene, ma nessuno gli fa credito di un giorno di simpatia totale, da uomo a uomo”( La letteratura americana e altri saggi, p.235) .
Ecco cosa desiderava Pavese, il legno che ardeva nel profondo del suo cuore: desiderava un giorno, anche uno solo, di simpatia umana, totale, da uomo a uomo.
Proviamo ad accostarci così, con questo atteggiamento ai suoi libri, lasciando la facile idea del “vizio assurdo”, del Pavese grande scrittore ma uomo “difficile”, “diverso” e facciamogli credito di simpatia umana, riconoscendo con sincerità in lui e in noi l’esistenza di un’“esigenza permanente”(1).
Così ci può accadere di accorgerci che quest’uomo vissuto cento anni fa ci conosceva molto bene; che è stato capace di dare parola a quello che brucia dentro di noi e che a volte non vediamo o non vogliamo vedere. Ci si può accorgere che anche noi attendiamo, siamo una domanda di qualcosa, abbiamo bisogno di uno sguardo di bene la sera, di essere abbracciati fino al nostro ultimo segreto. Ce lo dice Pavese: “esatta è l’affermazione che la mia persona sia una esigenza permanente”( in Lettere, p.598) e poi nei Dialoghi con Leucò, nell’Isola, Calipso chiede a Odisseo: “Perché continuare? Che t’importa che l’isola non sia quella che cercavi? Qui nulla mi succede: c’è un po’ di terra e un orizzonte: qui puoi vivere sempre"
Certo: si può vivere lo stesso, anche oggi, come cento anni fa, come mille, come se un’isola valesse l’altra, se una strada valesse un’altra. Si può far finta di niente; sistemarsi; tirare avanti; attaccarsi a quattro cose, usare l’intelligenza per difendersi, mettere a tacere quell’esigenza permanente di verità che ci abita, ma per Pavese questo è un tradimento dell’umano; è rinuncia; è dimenticare di avere un cuore che cerca; che attende, che vuole di più.
Sempre nell’Isola, Odisseo e Calipso parlano:
Calipso: cosa è stato finora il tuo errare inquieto?
Odisseo: se lo sapessi avrei già smesso: ma tu dimentichi qualcosa.
Calipso: dimmi
Odisseo:quello che cerco l’ho nel cuore come te.
Siamo fatti così: portiamo nel cuore il sentimento di una mancanza; il ricordo annebbiato di un destino che preme e punge; un’isola da ritrovare; da riconoscere come familiare. “L’ho nel cuore “come te”: come te lettore, come noi. A me questo pare un grido di vita, una domanda dal profondo di un’amicizia; di una compagnia; di comunione. Averne domande così!
E nel dialogo finale “Gli dei” :
“ e noi che viviamo lontano lungo il mare o nei campi l’altra cosa l’abbiamo perduta”
“ dilla dunque la cosa”
“già lo sai: quei loro incontri”
E’ molto bello che l’ultima parola di questo straordinario dialogo tra il cuore dell’uomo e il divino che sono i “Dialoghi con Leucò”, sia la parola “incontri”: Pavese lo sa che “occorre un intervento dall’esterno per mutar direzione”, un “incontro” e che per meno di questo non vale la pena vivere. Ce lo ridice nella poesia “Estate di San Martino” dove la città di Torino è simbolicamente tutta la vita:
“ma Torino è il più bello di tutti i paesi, se trovassi un amico quest’oggi; starei sempre qui”.
Eccoci forse al punto, al cuore della ricerca di Pavese, vicino a quel mistero per cui “ non ci basti scrutare e bere in noi e ci occorra ricevere noi stessi dagli altri”. Lo sentiva Pavese quanto alta fosse la posta in gioco della vita, quanto fosse vitale fare l’esperienza delle cose, della realtà, degli altri, dell’amore, dell’amicizia. Ricevere se stesso dagli altri, dagli incontri. Non bastava saperlo, occorreva toccare. A Mnemosine che gli ricorda che “Tu lo sai che le cose immortali le avete a due passi” Esiodo risponde: “Non è difficile saperlo. Toccarle è difficile”.
“Toccarle”: forse l’amarezza che grida da molte pagine di Pavese nasce da qui, dal fatto che per lui il senso rimane un racconto, il mito non si invera mai, non accade che “il dio, non un’idea, potesse sbucare su quelle colline, al confine tra cielo e tronco”. A volte Pavese forse intuisce, coglie un riverbero, ma poi lo perde, quella parola grande, Dio, che compare nel "Mestiere di vivere", non diviene un incontro da uomo a uomo, carne e sangue, non tiene, non resta.
La sua tragedia non è stata domandare ma non trovare una risposta all’altezza della domanda.
Pavese non si è accontentato di un’isola qualsiasi: fosse quella delle sue notevolissime capacità letterarie e critiche e del successo; quella della sua intelligenza penetrante, o l’isola dell’impegno politico e partitico dalla parte “giusta”. No, ha voluto inseguire l’isola del suo destino come Odisseo nei Dialoghi, che non vuole la menzogna e cerca di più. Perchè l’uomo desidera questo, qualcosa che resti , che tenga.
“Hai anche ottenuto il dono della fecondità, sei signore di te, del tuo destino. Sei celebre come chi non cerca d’esserlo. Eppure tutto ciò finirà. Questa tua profonda gioia, questa ardente sazietà, è fatta di cose che non hai calcolato. Ti è data. Chi, chi, chi ringraziare?Chi bestemmiare il giorno che tutto svanirà?”
“Chi, chi, chi ringraziare…chi bestemmiare…” Pavese ha continuato a desiderare, ad attendere perché “aspettare è ancora un’occupazione. E’ non aspettar niente che è terribile”.
Ha continuato a desiderare qualcuno che come lui sentisse che il reale della vita e della letteratura è incontrarsi da uomo a uomo; è trovare un amico da attendere insieme; è sentire insieme la domanda che punge, per che cosa vale la pena vivere e morire; qualcuno con cui gridare l’esigenza di una chiarezza lontana, ferma e chiara.
Pavese lo sentiva che un uomo da solo facilmente si arrende e finisce per non attendere più nulla, si spegne come “una pipa” o “una stella”. La poesia che ci offre e che cerca è questo: un gesto di amicizia e “sono uomini quelli che attendono le nostre parole; poveri uomini come noialtri quando scordiamo che la vita è comunione”: allora sì che si può ricominciare “ ad ogni istante” e a volte l’apertura alle cose lascia filtrare quella “chiarezza lontana” di cui tutto è segno: allora si può iniziare a guardare con simpatia umana anche il proprio io, i nostri limiti, le sue grandezze. E vivere.
Certo la fine che Pavese ha scelto ci può far dire che quella “chiarezza lontana” lui non l’ha trovata, quel “chi”da ringraziare non si è rivelato, la porta è rimasta chiusa.
Ma se lo vogliamo Pavese si fa “amico” per noi, proprio perché ridesta quella domanda, quella ferita, quella ricerca, quell’inquietudine, quella nostalgia di una vita che “tenga” che “resti”. “Tu amico per cosa vivi? Cosa aspetti? Per cosa vale la pena?” sembra ci dica.
Altro è impossibile dire dell’ultimo giorno, di quella porta rimasta chiusa alla vita in una notte di agosto. Non lo sappiamo se quando Pavese si è addormentato quella “chiarezza” cercata da lontano l’ha visto e si è messa in cammino, se un amico gli ha sorriso negli occhi, se una mano per sempre ferita lo ha toccato e gli ha detto “ecco,ci sono”.
“Se trovassi un amico quest’oggi starei sempre qui”
Vogliamo a un uomo così, uno come noi, donarlo un giorno, uno solo, di simpatia umana?
Vogliamo quest’oggi farlo restare con noi?
“Un’esigenza permanente. Un’idea di Cesare Pavese”. Edizioni di pagina, 2008.
A lui devo molto della rilettura di Pavese e alcune suggestioni di questo breve ricordo.
Un altro libro in uscita che merita è “La traccia di Cesare Pavese” di Gianfranco Lauretano, Ed.Bur.
Le opere di Cesare Pavese sono edite da Einaudi.
04 settembre 2008
CARTOLINA di Pier Paolo Gobbi
Cosa scegliere di questa estate che ormai va finendo? I bambini: i tanti incontrati nei parchi , in albergo, in spiaggia, in cortile, per strada, nei centri commerciali per star freschi e muoversi un po’. Non erano tutti felici, no. Nemmeno tutti educati e simpatici. Eppure quanta vita in quei gesti, in quei corpi, che anche da fermi sembrano mandare un brusio, e forse è la vita che lavora, si muove , nascosta, che viene.Che domanda grande in quella luce che tutti li tiene e a volte la senti posata nel cuore quando nella sera benedici che sono a letto e rimane qualcosa di fresco nel frigo, un libro, un amico, una stella, una mano che ami e lo senti e ti dici che vale la pena.
Poi i miei piccoli straordinari che crescono. E quella sera che non scorderò più, quando tra le mille luci delle strade mio figlio ha alzato gli occhi dentro il cielo e mi ha detto "guarda". E c'era la luna.
Com’è straordinaria la vita quando l’estate finisce e si riprende di lena, ognuno al suo posto, mai soli, che ne vale la pena.
tra le braccia aperte dell'estate
nel darsi generoso
della luce
quando a sera poi
è bello rimanere
a dire due parole
una mano
qualche stella
un amico
da gustare
e versa
solo il bene
lo vedi
da come ti raccontano
un pensiero
dalle prime nuvole
sul viso
dal gioco
che muta- piano piano -
quando lasciano
il pallone
e se ne vanno dietro casa
a misurare un legno
a leggere
la mappa
della vita
dentro un sasso
dal corpo
che gli scappa più lontano
quando si guardano riflessi
dentro i vetri della casa
“ed io chi sono?”
dai silenzi che ti infilano
domande
dentro il cuore
e adesso non sai cosa dire-
se vale
e cosa
tra vivere
e morire
lo vedi
da come gli occhi
al tempo esatto
si aprono
a ventaglio
verso il cielo
come quella sera
che tra le mille parole vane
del mio canto
tu mi hai detto
"guarda,
in alto
c'è la luna!"
18 luglio 2008
L'ETA' DELLE PAROLE E' CAMBIATA
più non gli crede nemmeno un piccione!
Tutti lo sanno che è sempre bugiardo:
da tempo, nessuno gli usa riguardo.
Se gli chiedevi: “Ehilà, che ora è?”,
lui alle sette diceva: “Le tre!”
Se domandavi: “L’abete, è di qua?”,
ti rispondeva: “Ma no, per di là!”
Mille e una volta lo hanno beccato,
mille e due volte lo han perdonato!
Ora è tristissimo e scuro nel volto:
non c’è nessuno che più gli dà ascolto!
Molti gli dicono: “Scusati, dài!
Se dici il vero, ci guadagnerai!
Tutti vorranno venirti a trovare,
tutti verranno da te a chiacchierare!”
Lui sta da solo sul ramo lassù:
oggi ha imbrogliato due volte un cucù!
Sembra incredibile: è proprio adirato
perché gli amici lo hanno scusato!
Oggi racconto di Chiara Fontana:
tutti lo dicono, è proprio un po’ strana…
Pensa: “Il becchetto… io no, non ce l’ho!
Guarda le piume… io mai non le avrò!
Tutti saltellano e corrono in giro,
merli, leprotti e il piccolo ghiro:
io sto qui ferma, ma giusto non è!
Voglio le zampe… non una, ma tre!
Lei ha le ali, e vola lassù:
dimmi, perché devo stare quaggiù?
Loro han le foglie, son verdi, son belli…
loro hanno i petali…. voglio anche quelli!
No, non è giusto che quel che non ho
l’abbiano in tanti, e io neanche un po’!”
Chiara Fontana, perché pensi questo?
Quel che tu dici, anch’io lo contesto!
Sei limpidissima, scorri argentina,
ridi, gorgogli, sei luccichina!
Tutti hanno vita bevendo da te…
Chiara, la gioia… mi spieghi cos’è?
Buona estate a tutti!
28 giugno 2008
AZZURRITA' E LONTANIE di Pier Paolo Gobbi
Buona estate a tutti e grazie a chi ha visitato questo blog e in modo speciale a mio fratello Lorenzo, che dopo averlo creato e allevato me ne ha lasciato fiducioso la cura. E’stato bello e forse ci rivedremo a settembre.
Vi lascio con due piccole poesie di un grande poeta del mare, che certamente conoscete. E’ Biagio Marin, da "La vose de la sera" ( i Garzanti poesia)
Chè hè fato in questo mondo?
Hè cantao
Hè vilisào,
mundi hè goduo del sole biondo.
M’ha passo le lontanie
Che se feva parola,
el mar in sono e co’ le so restie,
l’arivo a me, d’una fèmena sola.
‘Na continua scoperta
de lontani paisi,
e novi fiuri in duti i misi,
duta la tera ‘verta.
Che ho fatto in questo mondo?/ Ho cantato, / ho veleggiato: / molto ho goduto del sole biondo. //
Mi sono piaciute le lontanie / che si facevano parola, / il mare assonnato e con le sue onde, /
il giungere di una donna sola. // Una continua scoperta / di lontani paesi, /
e fiori nuovi in tutti i mesi, / tutta la terra offerta.
Maistral calao,
e fa za sera,
el mondo incantao
el xe duto una preghiera
Se inperla in alto el cielo
el se fa firmamento
el canto lento
el divien ritornelo
Cu vien, cu fa ritono
in ‘sta fine del zorno?
el mondo sito aspeta
Dio, el so poeta.
Maestrale calato, / e fa già sera, / il mondo incantato / è tutto in preghiera //
Si imperla in alto il cielo, / si fa firmamento; / il canto lento / si fa ritornello. //
Chi viene, chi fa ritorno / nelle fine del giorno? /
Il mondo silenzioso aspetta / Dio, il suo poeta.
19 giugno 2008
TRA LA SPALLA E IL CIELO di Pier Paolo Gobbi

tra le mani
bianche e umide
di un sera di giugno
come questa
in equilibrio
di esser viva
hai la bellezza di tua madre
e ancora
mi fa sposo
a questa vita
che mai trova
della lode
Gli occhi no, son solo tuoi
io avrò finito le parole
ma sentirò per sempre
il tuo respiro quieto
che qualcosa più
nel nome
della gioia.
Nascono così, lo so,
dallo stupore di essere qui stasera
a dar da bere a un fiore sul balcone
a coltivare un verso tra le mani e il cielo
ad occhi chiusi
dai palmi vuoti dopo l’amore
quando un canto sale alto
e poi si arrende
come un niente
che ricade -
dentro il vivo
Nascono dalla cura per il bene
e subito li vedi allontanarsi
ad inventare i primi passi
tra i mobili e la luce
di esser vivi
E tu rimani lì
nelle sere di giugno
che sia il bene
quella stella -
le poesie
("Nascono come i bambini le poesie" è anche il titolo di un bel libretto di Davide Rondoni. Anche se non lo sa ringrazio anche lui)
14 giugno 2008
AL LOUVRE CON UN AMICO di P. Paolo Gobbi
Ieri sera ho chiuso il libro e gli occhi e sono stato al Louvre in compagnia di una guida speciale, Yves Bonnefoy. Ci siamo dati appuntamento all’ingresso della grande piramide e puntuali ci siamo incontrati. Abbiamo esitato un attimo, in silenzio, come davanti a una domanda. Poi via dentro il “grande spazio”. Siamo riemersi tre ore dopo e seduti in un bistrot abbiamo continuato il dialogo.
IL MUSEO
Avrei voluto entrare da bambino in un luogo così…
Salendo le scale contro corrente a queste ombre che vengono giù per i gradini.
E andando su come sarebbe stato bello sedersi vicino alle ginocchia di una grande Isis sorridente, che gli avrebbe aperto un libro di segni e di figure, tutto a colori, con le pagine in numeri di ciò che è.
Dunque è stata splendida al Louvre questa intuizione: collocare in cima alle scale d’accesso la Vittoria di Samotracia, e le sue ali spiegate al di sopra del mondo.
In piedi sulla prua di una nave conquistata, saccheggiata. Ma è parimenti la giovane madre dalla veste leggera e aderente al corpo. La dolcezza in persona, la pace.
Sulla spalla il fermaglio si è aperto, la stoffa è gonfiata dal vento. Il grande segreto già quasi detto.
LA PIRAMIDE
Non è una piramide. E’ la clessidra che si sta per rovesciare perché cominci il tempo di questa visita che già scorre via e presto ha fine.
E allora, essendo qualcosa che somiglia alla vita, ecco, un termine le viene subito fissato. E per fortuna che va così, se no dei quadri non vedremmo che il bagliore tutto materiale del colore, e dei disegni non sapremmo che i grovigli delle linee. E noi conosceremmo le statue, come accade agli insetti con le rovine, solo per le gobbe e i buchi della pietra.
LE STAGIONI
E’ da molto, quanto a me, che vado avanti; e cerco di sala in sala il tassello mancante del puzzle.
Ed ecco che mi sembra che questa camera ottagonale dove quattro quadri l’un l’altro si riflettono, sia lo sbocco di un corridoio che ho seguito per anni, quasi da dopo la mia nascita.
Corridoio sotterraneo che aveva slarghi, a volte, in punti dove brillavano lampade, e allora scorgevo vaghi contorni sulle pareti. Ma dove non si era ancora riaffacciata, dalle finestrelle nella volta, la luce di cui serbavo memoria, che desideravo.
METAMORFOSI
Non è un esempio da seguire il Louvre? Questo palazzo dove figure concepite da scultori e pittori si sono succedute a principi, legislatori, soldati. Dove l’immagine si è sostituita alla vita poiché può esserne la più elaborata delle forme: fiore alla cima della linfa, fulmine al colmo del cielo tempestoso, sorriso nella penombra di un febbricitante volto.
Sarebbe bastata qualche altra metamorfosi così, in questi luoghi dove si esercitava il potere, dove si elaborava la legge: e la terra si sarebbe coperta di una sconosciuta vegetazione, sotto le cui fronde avrebbe indugiato per la sua meditazione o per i suoi giochi, un’umanità di cui mai sapremo quale avrebbe potuto essere la serenità, la felicità…Noi che bruciamo i suoli, svelliamo le radici, noi che sconvolgiamo le nubi.
Un’umanità che avrebbe saputo del potere solo ciò che è aspettativa di giustizia; e che avrebbe attinto la sua giustizia al segreto delle corde di un liuto, come nel “Concerto campestre”.
IL GABINETTO DELLE STAMPE, DEI DISEGNI
Andiamo però, per un momento, da coloro che non si accontentano di dipinti, malgrado i colori, di sculture, malgrado il loro esitare tra materia e luce.
Andiamo da quelli che trovano più infinito in fondo a casette dagli angoli consunti, nel nero di una matita, di un inchiostro, nel misurato chiaroscuro di un’incisione su rame.
Essi di sicuro pensano che il vero colore è dall’altra parte della notte, essendo quello che si scorge nel sogno.
E hanno capito che il disegno con i suoi pochi tratti può liberare dal modello grandi raggi di invisibile, mentre certi quadri vasti di ambizione e colore non riescono che a scuotere vanamente, sotto i nostri occhi, una stoffa nera.
(E’ facile provare amicizia per una litografia, e ancor più per un’acquaforte. E’ come se qualcuno ci venisse vicino).
SI DEVE INCENDIARE IL LOUVRE
“Si deve incendiare il Louvre?” ci si chiedeva quando lo si voleva confondere con una tradizione divenuta dogma.
Piuttosto veder correre per i suoi vasti pianciti lo stesso fuoco che è nelle stelle.
Fiamme pestate dalla folla interminabile, ma che sempre rialzano il guizzo.
( brani tratti da “Il grande spazio”di Yves Bonnefoy, Ed. Moretti§Vitali, 2008.
Attraverso una prosa narrativa in brevi annotazioni e lievi spostamenti psicologici, Bonnefoy ci accompagna tra le stanze del Louvre, alla ricerca del “grande spazio”, il mondo che abbiamo forse perduto e insieme lo sbocco che ci sta davanti, dentro, verso un mondo diverso).
07 giugno 2008
PRIDE AND PREJUDICE
31 maggio 2008
I "MATTI" DI MARIA di Pier Paolo Gobbi

I corpi e le donne. Il modo di camminare, la postura, il ritmo del passo. Ognuno ha il suo modo di andare, come accade di me, di noi uomini e donne che tutti abitiamo vicino al confine fragile dove la psiche talvolta scavalca il muro e va ad abitare i luoghi della sofferenza psichica.
Escono, soli, e camminano, alcuni sostano al bar, girano, escono, a volte ricevono un saluto, una sigaretta, che consumano in fretta rimanendo a lungo a sentire il calore bruciante dell’ultimo pezzo di filtro, ciucciandolo ad occhi chiusi. Altri vanno in bottega a chiedere se hanno visto qualcuno, spesso chieodno di Maria e ricevono dalla commessa sempre una gentile risposta
Ma c’è una cosa che quasi tutti fanno e che sempre mi sorprende e mi mette in fiore il cuore e gli occhi: dopo aver camminato lungo il ciglio della strada, verso la città, ad un certo punto risalgono una collinetta e fermano il loro camminare: nella piazzetta rialzata del borgo c’è da poco una bella edicola in pietra rosata dedicata alla Madonna, con una statua di Maria lievemente sorridente e con le braccia aperte, i fiori davanti. Credo sia la madonna di Lourdes.
Fermano il loro camminare vicino a Maria.
Loro sono i “matti”, uomini e donne che abitano da anni nella residenza per malati psichici che sta a 300 metri da casa mia e che al mattino escono liberi e soli. Quest’anno sono trascorsi 30 anni dalla legge, della quale molto si discute. Serve ancora molto, cure, medicine, servizi, professionalità, umanità. Serve non rinchiudere nessuno nella sua malattia, ma neppure negarla. Serve cercare strade di cura,di vita, per tutti, anche per le famiglie che spesso sono altrettanto devastate dalla sofferenza e si sentono sole.
Proprio oggi termina il mese di maggio, nella tradizione cristiana dedicato alla Madonna, a Maria e ho letto in questi giorni un poemetto di Davide Rondoni “Compianto,vita” dedicato ad un’opera d’arte straordinaria che ho visto tanti anni fa a Bologna: il “Compianto di Niccolò dell’Arca”, nella chiesa di Santa Maria della Vita.
Sono sette statue di terracotta policroma, forse all’origine erano otto: la figura di Gesù, steso a terra, con gli occhi e la bocca ancora aperti e intorno quattro figure di donne che urlano dolore e stupore, con i panni aperti come bocche dinanzi all’assurdo della morte del figlio. Provano a placarle due figure maschili: Giovanni al centro, silenzioso e composto e Nicodemo, in ginocchio. Osserva Beatrice Buscaroli che “i Vangeli non descrivono così il tema divenuto poi il soggetto del Compianto…Nicolò trasformò la pace delle Scritture in un dolore umano che pace non si dà. Dolore che si insinua nella terra, cotta e dipinta, e la sostiene, la alza,la piega e la modella, animata da una forza muta, naturale e artificiale insieme, sommamente rispettosa e assurdamente teatrale, risposta sola dell’uomo che non s’arrende al dolore del Dio e lo compiange, come sa, come può, come immagina”.
Forse erano otto le statue e non si sa come erano disposte perché nel tempo gli uomini ne hanno cambiato la disposizione originale e “solo l’impeto ventoso che ne sommuove i panni può forse far capire come era disposto in principio, e l’incompiutezza grezza dei dorsi delle statue, lasciate grezze”.
“Maria della vita…maria della vita…”… forse è questo nome che sentono, ascoltano, indovinano nel vento, ricordano…Loro, i “matti”, loro e noi, a giorni statue di terracotta , altri giorni fiori intorno.
Accade talvolta che la poesia e la parola siano vere e capaci . Per questo lascio parola a un poeta che stimo e che già vi ho fatto ascoltare. E' Davide Rondoni, da “Compianto, vita” (ed. Marietti,2004).
con il nome di tutto quel che si ha
….E lasci cadere del volto il velo
E io vedo in quegli occhi
Finalmente in questa ombre
Il sereno del cielo
e nelle tue mani salire i colori medi dell’aurora
e nel tuo passo l’inizio,
l’andamento della vita ancora
e nella tua presenza inattesa la riaperta rosa
e nel tuo cuore clemente arreso
posso mettere il mio petto offeso
e nella vittoria del tuo abbraccio
posso mettere il mio straccio-
Resto qui accanto a Maria
Maria della vita.
Maria della fede persa.
Maria della sera…
Così bella a volte da non sembrare vera-
Maria della vita avversa
Maria del compianto
sostieni
abbraccia tu il nostro cuore
di vento
Compianto, particolare
21 maggio 2008
L'ECO DELLA NEVE E LA PARTE MANCANTE di P.Paolo Gobbi

di Giampaolo Pansa
È da cinquant’anni che studio e racconto la Resistenza italiana e la guerra civile tra fascismo e antifascismo. Ho cominciato con la mia tesi di laurea dedicata alla guerra partigiana fra Genova e il Po. E continuo oggi con
Tanti anni dopo il mio esordio di storico dilettante, constato ancora una volta che molti politici e molti storici professionisti rifiutano di prendere atto di alcune verità che riguardano la complessità della nostra guerra civile. Verità che i vertici politicie accademici delle tante sinistre italiane si ostinano a non vedere, con un accanimento quasi assurdo. La loro cecità culturale è sempre più minoritaria nell’opinione pubblica e nelle scelte elettorali. Eppure è emersa di nuovo in questo 2008, nelle celebrazioni del 25 aprile. Quello che ho sentito e ho letto mi conferma che le posizioni di molti presunti eccellenti sono ormai incomprensibili alla luce della realtà accertata in questi decenni. Tanto da indurmi a dire quattro semplici “Non capisco”.
NON CAPISCO perché si continui a sostenere che sono stati i partigiani da soli a liberare l’Italia occupata dai nazisti affiancati dai fascisti. Non è così. Il nostro paese ha riconquistato la libertà e la democrazia soprattutto grazie ai sacrifici degli americani e degli inglesi che, nella lunga campagna d’Italia, hanno visto morire in battaglia decine di migliaia di loro giovani. Insieme a soldati francesi, canadesi, sudafricani, indiani, nepalesi, algerini, marocchini, senegalesi e volontari della Brigata Ebraica...La festa del 25 aprile, che è anche la mia festa, non dovrebbe mai dimenticarlo.
Celebrare quella data senza ricordare questa verità è un errore morale, prima ancora che politico e storiografico. Insistere nell’errore è fare torto agli stessi partigiani. Nel descriverli come un esercito strapotente, in grado di sconfiggere le divisioni tedesche in Italia, si annullano i loro sacrifici. E si dimenticano la povertà dei mezzi militari di cui disponevano, l’esiguità delle forze in uno scenario bellico enormemente più grande e terribile, la generosità dei pochi che avevano scelto di resistere, il coraggio quasi solitario dei tanti caduti che è giusto onorare. Tuttavia, questo errore si continua a ripeterlo, come si è visto anche nell’ultimo 25 aprile. È un errore carico di arroganza politica e di superbia storiografica. Al punto da rendere quasi obbligata una domanda molto scomoda: ha ancora senso festeggiare la Liberazione seguitando a ignorare quello che nella realtà è accaduto? Dire il falso, insistere in quella che ho chiamato la Grande Bugia, non garantisce la durata di nessun mito positivo. E rischia di diventare la tomba della Resistenza e della sua memoria.
NON CAPISCO perché si continui a sostenere che la guerra civile è stato un confronto fra angeli (i partigiani) e diavoli (i fascisti della Repubblica sociale italiana). Anche in questo caso non è così. Le guerre sono sempre sporche. Quelle civili lo sono ancora di più. Partigiani e fascisti combattevano per obiettivi contrapposti. Ma hanno commesso le stesse atrocità. La ferocia ha travolto entrambi i fronti, dando vita a un disordine crudele che aveva un solo motto: pietà l’è morta. Riconoscerlo e rifiutare tutte le guerre, anche quelle per una causa che riteniamo giusta, è la forma più alta di pacifismo.
La mia patria morale è da sempre la Resistenza. Ma non accetto la retorica falsa che sostiene: di qui c’erano tutti i buoni, di là tutti i cattivi. La sinistra che afferma ancora questa grande bugia reca danno soltanto a se stessa. E andrà incontro a nuove sconfitte, perché un’opinione pubblica sempre più larga rifiuta questa lettura della guerra civile.
NON CAPISCO perché si continui a dire e a scrivere che quanti hanno combattuto nella Resistenza perseguivano gli stessi scopi. Certo, tutti i partigiani lottavano per liberare l’Italia dall’occupazione tedesca e dalla dittatura fascista. Ma l’unità dell’esercito partigiano terminava lì. Subito dopo cominciavano differenze molto profonde e spesso inconciliabili. La favola dell’unità resistenziale le ha poi fatte sparire, nella melassa di un racconto monco e dunque falso della guerra di liberazione.
La grande maggioranza delle formazioni partigiane combatteva sotto la guida politica e militare del Partito Comunista Italiano. Anche le pietre sanno che per il partito guidato da Palmiro Togliatti, da Luigi Longo e da Pietro Secchia la sconfitta del fascismo e la liberazione del paese erano soltanto il primo passo di un cammino assai più lungo: la conquista del potere e l’affermazione di una dittatura rossa, sotto l’ombrello dell’Unione Sovietica.
L’obiettivo ultimo dei comunisti era di fare del nostro paese uno stato satellite di Mosca, agli ordini di Stalin. Il loro traguardo finale era l’insurrezione armata contro la borghesia, il capitalismo, i padroni. Rappresentati soprattutto da un partito che pure aveva partecipato alla lotta antifascista: la Democrazia Cristiana.
Nella Resistenza, molti militanti del Pci sono caduti in battaglia nell’intento di realizzare questo disegno. È un sacrificio che merita rispetto. Ma se il loro proposito si fosse realizzato, l’Italia sarebbe diventata la provincia mediterranea dell’impero sovietico. E la libertà dal fascismo, appena conquistata, avrebbe ceduto il passo a un nuovo totalitarismo, in grado di soffocarla nel sangue.
Ecco un’altra verità che spiega quel che è avvenuto dopo il 25 aprile: l’inizio di una seconda guerra civile. I tre inverni della paura racconta anche questa fase e la descrive quasi giorno per giorno, sino alla fine del 1946. Le città e i paesi che fanno da sfondo al romanzo, un’area cruciale dell’Emilia e una roccaforte politica del Pci, vanno incontro a una nuova tragedia. Si aspettano la pace e invece vedono divampare una spietata strategia del delitto politico. Diretta non soltanto contro i vinti in camicia nera, ma contro tutti i possibili avversari della rivoluzione rossa.
Mentre gli altri gruppi partigiani depongono le armi, l’apparato militare comunista resta in campo e seguita a sparare, a uccidere e a sequestrare gli avversari di classe, per farli sparire nel nulla. Al punto che lo stesso Togliatti, dopo molte ambiguità e tentennamenti, farà molta fatica a imporre l’alt ai compagni degli Squadroni della morte, protetti da una frazione importante del gruppo dirigente del partito. E a mettere fine a una catena di omicidi dannosa per l’immagine legalitaria del Pci.
NON CAPISCO perché chi descrive queste verità, come avviene ne I tre inverni della paura, debba essere tacciato di revisionismo. È l’accusa più ridicola inventata dai gendarmi rossi della memoria resistenziale. Ma è un’accusa che non mi fa più effetto.Tutti gli storici veri sono revisionisti. La storiografia non è una costruzione immutabile, da non correggere mai. Essere revisionisti è un merito, non una colpa. Ma, a sentire gli anatemi delle tante sinistre, in Italia continua a essere quasi un reato politico, per un motivo che mi sembra chiaro.
Il motivo è che nel dopoguerra le sinistre hanno imposto un racconto della Resistenza che giovava all’immagine del Pci perché nascondeva i suoi propositi totalitari, quelli di fare dell’Italia un paese comunista e uno stato satellite dell’Unione Sovietica. Per decenni, della Resistenza hanno scritto soprattutto autori legati al carro del Pci. Perfino usare l’espressione “guerra civile” era proibito, perché veniva considerata un’immagine reazionaria, di destra, filofascista.
Dopo la caduta del muro di Berlino e la dissoluzione dell’Urss, la musica è cambiata, ma soltanto in parte. A iniziare dagli anni Novanta ha cominciato a essere proposta una storia della Resistenza meno conformista, più attenta alla realtà di quanto era accaduto in quegli anni terribili. Abbiamo cominciato a parlare e a scrivere
“delle zone d’ombra, degli eccessi e delle aberrazioni” che esistevano anche nel campo partigiano. Sono le tre parole pronunciate dal presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, il 15 maggio 2006, nel suo primo messaggio al Parlamento...Per quel che mi riguarda, dopo aver scritto tanto sulla Resistenza, ho iniziato a narrare dei vinti, dei fascisti sconfitti, ascoltando le loro voci, raccogliendo le loro testimonianze, descrivendo la tempesta che avevano attraversato dopo la caduta dell’ultimo regime di Mussolini.
Ho anche spiegato in che modo la soggezione politica del Pci alle strategie dell’Urss avesse subito provocato la fine dell’Anpi come associazione unitaria di tutti i partigiani. Causando la nascita di altri due gruppi di ex combattenti della Resistenza: dapprima i partigiani cattolici e, all’inizio del 1949, i partigiani socialisti e del Partito d’azione.
Ho lavorato con lo stesso spirito anche ne I tre inverni della paura. Per una ragione quasi banale: le guerre civili si combattono sempre in due e per raccontarle bisogna descrivere con equità anche il mondo degli sconfitti e i contrasti sanguinosi nel campo di vincitori. Questo è fare del revisionismo? Sì, un revisionismo inevitabile e giusto. Questo è mettere sullo stesso piano chi combatteva per la libertà e chi difendeva un regime autoritario? No, non è mai stato il mio intento. Chi lo sostiene, e chi lo affermerà di nuovo dopo questo romanzo, mente sapendo di mentire. Una parte di questi bugiardi ha un carattere violento. E ritiene che si debba far tacere con le minacce e le aggressioni chi non sta ai loro ordini. Ne ho fatto l’esperienza anch’io. Ma quei match poco piacevoli mi hanno aiutato a capire sino in fondo di che pasta sia fatta l’area ottusa delle sinistre italiane.
Nel suo discorso per il 25 aprile 2008, pronunciato a Genova, il presidente della Repubblica ha ammonito a non attaccare la Resistenza. L’ho ascoltato con rispetto. E senza dimenticare che Napolitano mi aveva difeso con limpida energia dopo la prima aggressione, subita nell’ottobre del 2006 proprio a Reggio Emilia. Ma, come ha ricordato il capo dello Stato, cercare la verità sotto la crosta della retorica al servizio di una ideologia non è mai un attacco o un gesto d’offesa.
Qualche giornale, sbagliando, ha tradotto il monito del presidente con uno sbrigativo
“Troppi revisionismi”. Ne ho sorriso, perché non esiste autorità al mondo che possa dettare le regole della ricerca storica. E dire: fin qui si può andare, al di là no.
Grazie agli italiani, l’Italia è sempre un paese libero. Dove un autore di saggi storici o di romanzi ha un solo suggeritore: la propria coscienza. E dove gli editori stampano i libri che gli sembra giusto pubblicare.
Il mio romanzo
Quando pubblicai Il sangue dei vinti, durante un dibattito a Roma una ragazza di destra mi disse: “Lei deve scrivere il Via col vento della guerra civile italiana”. Lì per lì rimasi sorpreso. Non avevo mai pensato a un progetto tanto ambizioso... E l’impresa che mi veniva suggerita era troppo al di sopra delle mie forze.
Nel succedersi degli anni, mi sono rammentato più volte di quell’incitamento.
Ma l’ho sempre respinto, perché indicava un traguardo che era temerario propormi. Poi, all’inizio del 2007, poco dopo l’uscita dei Gendarmi della memoria, ho ripensato ai sei libri che avevo scritto sulla nostra guerra interna, tutti lavori di rievocazione storica o di polemica politica e storiografica. E mi sono reso conto che avevo sottratto al silenzio molte vicende di partigiani e di fascisti prima e dopo il 25 aprile, però mi ero dimenticato del terzo protagonista di quella tragedia. Parlo della popolazione civile, della gente che non si era schierata con nessuno dei due fronti in lotta. Renzo De Felice l’aveva chiamata “la grande zona grigia” della guerra civile italiana. Grigia perché diversa dal nero e dal rosso, i colori di chi si era scannato per venti lunghi mesi.
La zona grigia era composta dalla maggioranza degli italiani che vivevano nelle regioni del centro e del nord. Sono stati loro gli attori silenziosi di quell’epoca crudele, vittime di una guerra che avevano rifiutato di combattere. Anche la mia famiglia stava nel grigio. E anche mio padre, mia madre, le mie nonne, i miei zii hanno sofferto per l’incendio che divampava attorno alla nostra casa.
Per fortuna, vivevamo nel centro di una piccola città piemontese. Senza essere esposti ai rischi di chi abitava in campagna o in montagna. Ma pure noi, di notte, sentivamo sparare di continuo attorno alla vicina Casa del Fascio. I due ponti sul Po erano presi di mira dai caccia bombardieri degli Alleati. La nostra strada aveva visto sfilare i partigiani destinati alla fucilazione e, insieme, i funerali dei soldati fascisti caduti negli agguati della guerriglia. Dunque la paura aveva bussato anche alla nostra porta. Può sembrare un paradosso, però a vivere nella paura più di chiunque è toccato proprio agli italiani che non stavano né con la Resistenza né con la Repubblica sociale, ma si erano trovati coinvolti ugualmente in uno scontro spietato. I partigianie i fascisti erano in gran parte giovani e convinti di una scelta che richiedeva molto coraggio. Non avevano tempo di abbandonarsi alla paura, se non in frangenti eccezionali. Combattevano e basta, per vincere, per portare a casa la pelle, per colpire l’avversario e per non farsi colpire.
Ma la condizione umana dei civili era del tutto diversa. Assomigliavano a un vaso di coccio schiacciato fra due vasi di ferro. Sempre esposti al pericolo di subire una rappresaglia, di essere coinvolti nei rastrellamenti condotti dai tedeschi e dai fascisti o nelle vendette dei partigiani, di trovarsi di fronte a incursioni violente di bande dell’uno o dell’altro colore. Hanno patito molto, senza aver mai imbracciato un fucile. Accade di continuo nella guerre interne che spaccano una nazione.
Queste riflessioni mi hanno spinto a scrivere un romanzo sulla guerra civile che avesse come protagoniste le donne della “zona grigia”. Le donne perché sono loro ad aver sopportato il peso più grande della guerra. Spesso da sole, senza uomini accanto. Aggredite da un conflitto che non le riguardava. Impegnate a proteggere soprattutto i figli bambini, come ero anch’io in quel tempo. Sfinite dall’attesa di veder chiudere il mattatoio di una guerra interminabile. E costrette a vivere ogni giorno nella paura di essere minacciate, sequestrate, violentate e uccise dai duellanti armati che le assediavano. È proprio la paura il cuore del romanzo. Lo dichiara il titolo: I tre inverni della paura. Gli inverni di quando nevicava sangue e chiunque poteva essere ammazzato da chiunque, anche senza colpa, anche senza aver mai mosso un dito a favore o contro nessuno. Tre inverni perché nell’Italia del nord la paura è rimasta immutata anche per molti mesi dopo la liberazione. Nel corso di una seconda guerra civile scatenata dalle bande comuniste e che aveva per posta la conquista del potere politico. Al centro del racconto c’è una giovane donna che, di colpo, scopre le ansie, i terrori e la fatica di vivere: Nora Conforti, una ragazza della borghesia ricca di Parma, che nel 1940 ha 18 anni. Allo scoppio della seconda guerra mondiale, la sua famiglia decide di trasferirsi nel podere che possiede sulle colline della val d’Enza, a Guardasone, una frazione di Traversetolo. Così ha deciso suo padre Agostino, convinto di sfuggire al pericolo di possibili bombardamenti sulla città. Senza immaginare che la bufera della guerra li raggiungerà anche in quel rifugio ritenuto sicuro. E li investirà con una brutalità sconosciuta.
In quel podere Nora incontra il suo primo amore: una passione intensa subito troncata dalla guerra che le cambierà la vita, lasciandola madre di una bambina senza padre. Lei e la piccola, insieme all’Angiòla, la bambinaia, andranno ad abitare da sole in una villa sull’altra sponda dell’Enza, nella frazione Monticelli di Quattro Castella, in provincia di Reggio Emilia. In questa grande casa Nora inizierà un viaggio terribile dentro l’inferno della guerra civile. Un viaggio che si concluderà in circostanze che i lettori scopriranno nelle ultime pagine del romanzo.
Ho soltanto provato a fare un libro che non c’era e che mi mancava anche come lettore. Chi conosce i miei lavori precedenti vi troverà l’eco delle tante ricerche che ho svolto per anni e anni. Non poteva che essere così. La storia della guerra civile fa parte della mia storia personale, per le molte cose che ho visto da bambino e che più tardi ho sentito raccontare da persone oggi scomparse.
È l’unico vantaggio che ti regalano il trascorrere del tempo e il bianco dei capelli.
18 maggio 2008
I FUOCHI E LA LUNA di Pier Paolo Gobbi

rupi, cadute d'acqua
e strade sopraelevate,
in una luce sconosciuta.
La notte è piena
la notte è piena, vedi come
14 maggio 2008
LA GIUSTIZIA






