29 giugno 2009

UNA COSA BUONA di P. Paolo Gobbi


Ho una fiducia così grande, non nel senso che tutto andrà bene nella mia vita esteriore, ma nel senso che anche quando le cose mi andranno male, io continuerò ad accettare questa vita come una cosa buona.

(Etty Hillesum)

12 giugno 2009

LIBERTA' VO' CERCANDO di P.Paolo Gobbi


Ieri sera due ore di Anno Zero a sentir piangere e urlare alla dittatura per il "bavaglio" in arrivo alla libertà di stampa...Sarebbe lungo o forse semplice capire, ma solo una cosa: la libertà si esercita ogni giorno non la si proclama come un diritto per poi fare spesso i peggiori ipocriti e scegliersi il padrone giusto, magari ricco di "valori", ovviamnete "sincero democratico", ecc....
Ci sono tanti giornalisti che la esercitano la libertà e talvolta pagano di persona o non divengono mai direttori di niente, chessò di Repubblica o un tg, e nemmeno primi in classifica nelle vendite dei libri o sempre invitati e recensiti dalla solita congrega degli "illuminati" che si tengono in alto a vicenda...Altre volte invece chi la libertà la esercita la paga con il silenzio e l'oblio degli amici ma ne trova tanti altri, come accade al buon Pansa e al suo ultimo libro. Leggetelo e poi riparliamo della libertà in questo benedetto paese di "maestri" sempre col dito alzato...
E poi in Italia ci sono testate giornalistiche libere, nel senso appena detto, che dedicano molto spazio a opinioni diverse e anche quando non si è d'acccordo ci respiri dentro la libertà, quella vera, esercitata, e vi è sempre lo sguardo al bene praticato non ai valori infusi da cielo a uno sola parte, sempre la propria, contro l'altra.
Eccone una di testata che merita: www.il sussidiario.net. Provate.Un brano di assaggio. E sentite come parla di cose concrete, cioè della vera politica. Ah, libertà vo' cercando!

LETTERA A L’UNITA’/ Cara Concita, sai perché la sinistra non tira più?
venerdì 12 giugno 2009

Caro direttore,
ho pensato a lungo a chi indirizzare questa lettera, se al sindaco del mio comune, se al segretario attuale del Pd, se a un sito Internet piuttosto che a un giornale di opposizione o a un organo di informazione filo governativo. In verità ho pensato a lungo anche se scriverla, perché in fondo che interesse può suscitare l’opinione di un cittadino deluso dalla politica e deluso dalla sua amministrazione comunale, ma convinto che in Italia è comunque ancora possibile tentare di dare un significato al termine partecipazione e confidare in un ritorno dei contenuti nel confronto politico? Alla fine ho deciso di scrivere e ho immaginato di rivolgermi a Lei: in quanto donna, in quanto madre, in quanto professionista, in quanto “di sinistra”, in quanto direttore di un giornale che rappresenta un universo politico che non ho mai appoggiato ma al quale vorrei potermi rivolgere. Strano, no? Non vi voto, ma vorrei farlo. Può avere un senso, per un Pd in cerca di direzione, questa tensione?
Taglio corto e parto dal fatto concreto, dall’elemento detonante, dalla ragione più recente della mia delusione. E mi scuso se riporto un fatto personale ma, spero capirà, mi serve solo per trarre una serie di considerazioni di carattere più generale.
Dunque, abito in una grande città del Nord Italia, periferia di Milano, un tempo città amica dei lavoratori e governata dalla sinistra da quando esiste la democrazia in Italia. La mia famiglia, intendo i miei antenati, è qui da più di un secolo e la nostra è una storia di lavoratori dipendenti, quindi di onesti contribuenti o, come si dice in America, di “taxpayer”.
Ho un lavoro che mi consente un discreto stipendio ma che si giustifica in quanto mi impegna oltre dieci ore al giorno in ufficio e fino oltre le 22,30, una moglie co.co.co., la fortuna di due figli molto piccoli. Bene, nonostante queste caratteristiche, i miei bimbi non hanno trovato posto al nido comunale. Poco male, Lei dirà, in fondo ci sono i nidi privati. In effetti è lì che inseriremo anche il secondo figlio, nella stessa struttura che già accoglie il primo. Il problema è che un posto part-time per un figlio viene a costare 700 euro al mese, mentre due posti in contemporanea, dopo aver ottenuto un ulteriore sconto, ben 1.200 euro mensili.
Fortunatamente, ma facendo ovviamente molta fatica, riusciamo a sopportare un tale onere. Tuttavia ancora oggi non riesco a spiegarmi perché una famiglia con le caratteristiche della mia, due genitori lavoratori e due figli piccolissimi, debba sostanzialmente essere esclusa dall’accesso ai servizi di base del comune nel quale risiede da sempre. Le risposte che mi sono state fornite dall’amministrazione comunale sono le seguenti: 1) sua moglie lavora sì, ma da casa, quindi può seguire comunque i figli; 2) il Comune non riconosce voucher ai nidi privati perché non può “controllare” i progetti educativi e la “qualità del servizio” nelle strutture esterne.
Sono consapevole del fatto che in questo periodo di grandi difficoltà economiche per molte famiglie, di recessione e di perdita di posti di lavoro, avere due bimbi e un lavoro è già di per sé una grande fortuna. Il punto non è questo, caro direttore. Sono le conseguenze politiche di una certa impostazione culturale a suscitare in me molti interrogativi.

Dunque io mi chiedo. È una mente “di sinistra” e al passo con la società contemporanea e con la realtà del lavoro di oggi, quella che non comprende le ragioni di una donna che è sì a casa, ma da casa deve lavorare e onorare un contratto, e non deve non fare “piccoli lavori” di taglio e cucito nei ritagli di tempo? È “di sinistra” parlare di “controllo sui progetti educativi” e non pensare invece di sostenere le iniziative di sostegno alle famiglie proposte dal privato sociale, dalle cooperative e dal settore non profit? È “di sinistra” escludere i “residenti storici” dai servizi cittadini, alimentando ingiustificate quanto spiacevoli “guerre tra poveri” e favorendo sentimenti xenofobi nelle persone culturalmente meno attrezzate? Io so che non tutte le amministrazioni comunali di sinistra operano così, e che situazioni come quella che le ho appena raccontato sono frequenti e diffuse. Ma vede direttore, il caso di questi giorni scoppiato a Milano per la carenza di posti nei nidi è un fatto eccezionale e ha giustamente trovato larga eco sulla stampa. E chi viene invece in provincia a controllare come funzionano le amministrazioni, che problemi hanno i residenti, quale rabbia monta.
Per questo credo che sia “a sinistra”, a una sinistra che oggi appare disorientata e in cerca di idee e di valori, che vada chiesta l’elaborazione di un progetto politico onesto, di attenzione alle nuove povertà, alle nuove fasce deboli, ai nuovi bisogni, che sono anche - ma non solo - di carattere economico. L’esempio del nido è in fondo un pretesto, ma credo ad alto contenuto simbolico. Le cito una frase del sindaco Pd di Cormano, Roberto Cornelli, 35 anni, rieletto col 66% dei voti e intervistato dal Corsera: «Lavoriamo per l’integrazione attraverso l’intervento nei servizi pubblici. Abbiamo mantenuto i posti nei nidi. Per tutti, italiani e stranieri. Se i posti sono pochi, si scatena la competizione tra poveri. Se invece si risponde ai bisogni della città si fa vera integrazione e senza cavalcare le paure si fa un buon servizio».
Parto da qui per chiedere: è così difficile costruire un progetto politico che parta da un’idea semplice ma forte di società, nella quale il diritto ai servizi di base viene garantito e ricercato con impegno, dedizione e spirito di servizio? Una società nella quale il rispetto delle regole conviva con l’accoglienza? Nella quale la tolleranza zero verso il degrado sociale e del vivere comune si accompagna all’integrazione degli stranieri e al sostegno di tutti i “bisognosi”? Dove il senso di responsabilità viene declinato come offerta di incentivi a chi investe sul futuro – alle imprese non si concede forse questo? – e osa scommettere sul progresso della società? Una realtà nella quale voci di consumo superflue – un certa “cultura”, una certa retorica amministrativa, una certa politica di assunzioni o della difesa di posizioni anti storiche – vengono sacrificate a favore della moltiplicazione dei servizi per i cittadini e della cura degli spazi urbani?

Estendo la sfida. È così difficile trovare un leader che sappia unire e non dividere il paese, che sappia dire “Sì, noi possiamo vivere tutti insieme e possiamo vivere meglio”, che sappia parlare alle famiglie, a tutte e non solo a quelle ai margini della statistica e della società, dicendo loro che l’Italia crede e investe su chi le attribuisce fiducia? Un leader che non spacci una “politica vecchia” vendendola come “politica per gli anziani”? È così difficile immaginare un partito che accetti l’idea – come milioni di persone sanno, pure di estrema sinistra, e come sosteneva anche Karl Marx – che l’istruzione è bene che sia gratuita, ma non necessariamente “statale”?
Che una parrocchia è una ricchezza, che la Chiesa a qualcuno potrà anche sembrare invadente ma che se si ha veramente voglia di ascoltarla non trasmette valori poi così lontani da quelli che ogni persona di buon senso può riconoscere come validi e importanti? Che le differenti sensibilità di questo paese possono vivere nel rispetto reciproco e nella volontà comune di costruire un paese vivo e non di spettri, una nazione di entusiasti della vita, non di amanti della sua fine? Un partito che dica ai suoi sindaci: da domani le vostre città devono diventare il sogno di ogni giovane e di ogni giovane coppia, con una competizione al rialzo sui servizi e sulla qualità degli spazi del vivere comune, non di promozione dei luoghi di alienazione sociale nei quali la solitudine viene esaltata e mitizzata, agevolata e cullata, e dove il comportamento che corrompe la comunità viene se possibile isolato. Città nelle quali le meravigliose famiglie di stranieri – loro sì capaci di investire ancora sulle nuove generazioni e per questo vincenti e da erigere a modello – possono condividere con noi il medesimo desiderio di progresso sociale?

Vede, caro direttore, ragionando sull’esclusione dei miei figli dalle graduatorie comunali dei nidi ho desiderato ardentemente l’emersione di un leader politico giovane ma concreto, una persona che sia portatore di un progetto di società aderente ai bisogni della società, che sia più di un prodotto mediatico spigliato, brillante e di bella presenza ma capace solo di entusiasmare platee temporanee ed elettorati più simili a spettatori di Isole e Grandi Fratelli. Un leader che non sia una banderuola al servizio degli studiosi di flussi elettorali o ostaggio di ideologie vetuste, ma che abbia la forza di fare sintesi delle aspirazioni di un Paese che è più unito e coeso di quanto non vogliate fare apparire sui giornali. Un segretario indenne dal fascino delle élite molli che si trascinano da un salotto all’altro nei centri metropolitani, un leader che sappia riconoscere i segni della decadenza di una società ed evitarne di essere contagiato. Un leader così non esiste? Io credo di sì. Perché se a monte c’è un’idea, un quadro di valori forte e condiviso, il senso di un progetto autentico, sono convinto che “a valle” vedremo presto nascere anche chi sarà capace di reggere il partito.

Caro direttore, io credo che davanti a un semaforo verde – scusi la banalità dell’esempio – tutti abbiano il diritto di passare, bianchi o neri, clandestini o regolari, e che quando scatta il rosso tutti abbiano il dovere di fermarsi. Non condivido chi in questi giorni cavalca le paure, in una deprimente e umanamente degradante competizione politica al ribasso, o ha interesse a proporsi nello scontro e nella contrapposizione perenne. Credo però che un nuovo partito possa nascere o rinascere magari decidendo che tutte le famiglie in Italia, ricche o povere che siano, dovrebbero essere aiutate fiscalmente, anche solo un pochino, e che tutte le famiglie debbano avere il diritto, se lo desiderano o ne hanno necessità ovviamente, a un posto in un asilo nido. Tutto il resto, io ne sono convinto, tutti gli altri diritti, le fortune, il consenso, persino l’accettazione di nuove frontiere della convivenza, verranno di conseguenza. Perché è dalle idee più semplici, dalla base, che si costruisce un edificio solido e duraturo. È guardando avanti, progettando spazi per bambini e non solo bocciofile, che si torna a crescere. E lo ripeto: a crescere insieme.

Caro direttore dell’Unità, non ho avuto la forza di inviare direttamente a Lei questa lettera, perché ha prevalso in me la sfiducia verso il suo universo di riferimento, la certezza che comunque queste considerazioni vi sarebbero passate sopra la testa, presi come siete nella ricerca dell’ennesimo leader mediatico e capace più di bucare lo schermo che di costruire un progetto per il paese.
Spero non me ne vorrà. Cordiali saluti,

Mauro Calloni

29 maggio 2009

LA TEORIA DEL MONDO GIUSTO di Lorenzo Gobbi


“Piove sempre sul bagnato”: sembra scritto a lettere di fuoco nel cuore di chi è asciutto.

E’ la “teoria del mondo giusto”. Si è poveri, malati, precari unicamente per colpa: giustamente lo si è. Si è deboli perché così dev’essere, e la pietà è vergogna per chi debole non è: viltà la comprensione, stoltezza il vedere nell’altro non proprio se stessi, ma appena un’immagine che vagamente ci somigli.

Il senso di giustizia non sente ragioni, e legge i dati della realtà sulla base di se stesso. Si sa nobile, in armonia con le leggi del cosmo, rispettoso della verità. Non crede alle “panzane”: non ci casca, proprio no. Il mondo è giusto: chi è povero, lo merita, e i fatti lo dimostrano – a me, non la si racconta!

Così, la signora abbandonata dal marito senza nulla, strangolata dal mutuo, rimasta improvvisamente priva di lavoro e con un figlio handicappato, ora che riceve con vergogna e umiliazione qualche uomo, è una prostituta, tutto qui, e un po’ zoccola, di certo, è sempre stata – le cose sono sempre più semplici di quello che ti vanno a raccontare.

La collega dalla salute fragile va tenuta d’occhio: lavorare bene è un dovere, e un cancro non è una scusa per non impegnarsi – se no, tutti ne avremmo, di scuse! E poi, io non le ho viste, le sue analisi: chi mi dice che ce l’ha? Vedrai che è una furbona…

Ci sono Paesi in cui la vita è impossibile, ma questi “pagano il biglietto” per venire qua – lo sanno tutti, no? Vanno trattati per quello che sono…

Che tempi meravigliosi, i nostri! Ciascuno può e vuole farsi giudice e giustiziere, per tutelare il sacro ordine del “mondo giusto”; ciascuno collabora volentieri a “mettere le cose a posto” - non solo gratis, ma anche con incomodo notevole.

Esiste, in contrapposizione, la “teoria del mondo ingiusto”. Dice che la terra su cui piove è sempre la migliore; che la terra asciutta lo è per ipocrisia e malvagità, e che deve lacerarsi per la vergogna, certa della propria indegnità; che deve gioìre nell’umiliarsi, nel ritrarsi, perché solo così il mondo torna giusto.

Allora, lo studente straniero che bestemmia in faccia all’insegnante è un povero “moretto” escluso ed esasperato dai razzisti di questa Vandea; se distrugge a calci le porte dei bagni, sta mandando un segnale alla nostra società marcia e violenta, nell’unica lingua che essa gli ha insegnato. E’ sincero, e chiede il giusto risarcimento per le colpe dell’Europa; è sensibile, solidale, puro e incorrotto. E’ chiaro che la nostra società lo emargina: lo fa per non mettere in discussione il proprio egoismo, la propria ipocrisia, ecc. ecc. – per difendersi dal bene, ne chiede la sospensione!

La verità non sta nel mezzo, ma da tutt’altra parte: irraggiungibile, ormai, per lungo tempo.

O si esce da questi schemi, o prevale la “teoria del mondo giusto” - mentre la sua esatta corrispondente, che è anche la sua migliore alleata, diventa il punto di ritrovo di un’èlite gratificata e senza dubbi, felice di essere se stessa, con i propri giornali, le proprie strutture, la propria fetta di finanziamenti pubblici e i propri privilegi.

Gridano, i “giustizieri”; meglio educati, almeno all’apparenza, i “buoni” rispondono, sulle prime, con la finta pacatezza del disprezzo, del sorrisino di compiacenza per gli “ignoranti”, per i “beceri”; a poco a poco, le voci si alzano e si sfidano nell’aria, e si va alla conta dei voti, degli appoggi: ognuno cerca di prevalere sull’altro, e solo i numeri contano – chi ha più forza, chi ne ha meno. Vox populi… ed è tutto.

Le lacrime dei poveri, quelle vere, non le nota più nessuno; il silenzio degli umiliati resta sullo sfondo.

Dio lo ascolta: oh, sì! E’ forse l’unico suono che gli arrivi.

08 maggio 2009

TRANQUI, PROF, NON E' TOCCATO A LEI... di Lorenzo Gobbi


Tra le altre cose, sono specializzato in glottodidattica (diploma CEDILS a Ca' Foscari, ecc.), sono funzione strumentale (collaboratore del Preside delegato dal Collegio Docenti) per gli studenti stranieri in un liceo con due sedi e una succursale; progetto gli interventi e coordino un gruppo di docenti in proposito; ho insegnato anche ad adulti di tutte le provenienze, e non da ieri. Conosco bene ciò di cui parlo, e potrei raccontare per ore: volti, storie, episodi...

Difficile far capire ai colleghi che non lo faccio perchè sono "buono", ma perchè sono un insegnante alle dipendenze dello Stato, e credo di avere tanto professionalità quanto senso civico; non perchè io "non li consideri stranieri", ma perchè lo sono, perchè le loro esigenze sono particolarissime e perchè la scuola è una cosa seria; non perchè "la mia patria è il mondo", ma perchè amo la mia lingua e la mia cultura (che è plurilingue e poliglotta da millenni) di un amore così viscerale, che nemmeno la barbarie ripugnante della vita pubblica riesce a dissolvere; non perchè io sia un "missionario", ma perchè sono cittadino e nient'altro. Perchè sono cattolico, certo: ma nulla cambierebbe se non lo fossi. 
Sono figli nostri, gli studenti e le studentesse stranieri che lo Stato mi affida: nostri, non "miei". Ne sono pienamente convinto.

Non stiamo tornando alle leggi razziali: il paragone è indebito e del tutto fuori luogo. 
Stiamo agendo, invece, con una pericolosa e condivisa miopìa: analisi di quel genere, così "ad effetto", possono solo rinforzarla, a tutti i livelli della società. Ancora una volta, si contrappongono i "buoni/buonisti" ai "cattivi/razzisti", lasciando a ognuno il compito di identificare a proprio gusto quelli che hanno ragione e che agiscono bene: da una parte, i pro-immigrati (criminali per gli uni, santi per gli altri); dall'altra, gli anti-immigrati (idem, come sopra, secondo l'orientamento di ciascuno). "Non credo - scrisse Jung - che la malvagità sia solo una bontà fraintesa": il bene e il male esistono, e non sono un'opinione. 

La miopìa di cui parlo è bifronte: ha due facce, che esattamente si corrispondono e che si rafforzano a vicenda - benchè sia una delle due a prevalere, l'altra mi sembra tutta presa da sè e dalla nobiltà del proprio elitario sdegno, della propria bontà gratificante.
Provo a spiegarmi.

Entrare in Italia illegalmente non è permesso, e meno che mai per delinquere: chi può sostenere il contrario? Ma entrarvi legalemente (e rimanervi!) è una vera e propria odissea, fatta di ostacoli quasi insuperabili per la brava gente - quella che non ha soldi nè potere. Si tratta di sciocchezze per le mafie dei vari paesi: con i soldi e con gli agganci (criminali e politici), gli ostacoli non danno fastidio.
Chi viene in Italia per lavorare, per dare un futuro ai propri figli, lasciando tutto ciò che gli appartiene pur di sfuggire alla miseria, alla violenza e alla corruzione, affronta con pazienza e dignità incredibili le interminabili code notturne davanti alle questure, le mille incertezze e i centomila cavilli, i bolli e i moduli che non finiscono mai, le scadenze assurde, le possibilità di perdere il permesso di soggiorno per un nulla, la difficoltà estrema di portare qui i propri figli, di rivedere i propri familiari - gli infiniti terrori e le incredibili angherie della nostra legge contro i soli deboli: per portare in Italia un solo figlio, ad esempio, l'immigrato regolare deve avere a disposizione una casa di almeno 100 metri quadri - perchè? un italiano può fare figli anche in un monolocale... e molti italiani affittano case ampie ma fatiscenti a prezzi altissimi (parte in nero, ovviamente, perchè l'inquilino deve poter mostrare un regolare contratto d'affitto) a chi vuol rivedere i suoi figli dopo 5-6 anni di lontananza.

Penso alla professoressa moldava che qui fa l'operaia e che giudica le nostre scuole troppo poco severe (le scuole dell'Est sono ottime, ai limiti del credibile, ma rilasciano titoli di studio che qui non sono riconosciuti); all'altra professoressa dell'Est che qui fa le pulizie in una cooperativa, ma ha i figli all'università; al veterinario dell'Uruguay che qui fa il saldatore e non si lamenta di nulla; all'infermiere caposala che qui lavora in una cava... alle tante badanti che si ritrovano ai giardini pubblici nell'unica ora libera, verso sera, e sembra che cinguettino tristemente in un russo melodioso, con inflessioni che distinguo bene, ormai (ucraina, moldava, russa del sud, siberiana, kazaka... non è difficile, basta un po' di pratica). 
Loro sì, hanno dignità. Da vendere, ne hanno.

Penso alle mie studentesse dell'Est, che sanno bene una cosa prima di tutte: la cultura è l'arma dei poveri, la pazienza è la sola fonte di speranza, la tenacia è la garanzia di chi non è garantito da nessuno. In Italia si può studiare senza dover corrompere nessuno per passare gli esami; si può essere curati e rivolgersi agli uffici pubblici senza pagare ciò che reca la scritta "gratis", o pagando esattamente quello che c'è scritto; si può vivere senza fare violenza nè subirla. A volte, anche loro, come tutte le ragazze della loro età, si inventano un malessere per evitare un'interrogazione o trovano scuse fantasiose per non aver fatto i compiti - ma lo fanno in quanto ragazze, non in quanto straniere. Studiano sodo, perchè sanno quanto valga l'istruzione. Affrontano difficoltà inimmaginabili, con coraggio da leonesse. E riescono, per lo più, molto bene. Non raccontano delle proprie lacrime, se non dopo molto tempo, e solo di sfuggita.

L'Italia, sic et simpliciter, riporta nel Paese di provenienza un barcone di disperati, senza curarsi di verificare se vi sia qualcuno che abbia diritto all'asilo, qualche malato che abbia bisogno di cure, qualche donna che deve partorire; senza curarsi di dare cibo, acqua, coperte, vestiti e medicine - a spese nostre, certo: se li spendessero sempre così, i nostri soldi! Mi toglierei il pan di bocca per darne ancora!
(La Chiesa alza la voce, finalmente in modo poco diplomatico - e io prego Dio: muovi quelle lingue, manda lo Spirito che le faccia parlare senza diplomazia - e non solo di preservativi...)

Nel frattempo, sugli autobus e nelle scuole è in atto una campagna che dice: "Nella mia città, nessuno è straniero".  Gli insegnanti fanno fare i temi e i disegni agli studenti, chissà chi vincerà il concorso. Eppure, gli stessi studenti che scrivono tante belle cose - e operai, pensionati, casalinghe, professionisti, anziani - di fronte ai manifesti, mormorano a denti stretti: "Col cazzo (sic) che nessuno è straniero!" (li ho direttamente sentiti).

E' la miopìa bifronte, rispettivamente dal lato destro e da quello mancino: 
- miopìa lato dx: non sono criminali, quei 200 e rotti che abbiamo rispedito a casa, così, come fossero un carico di carne bovina avariata o infetta, in barba al diritto internazionale, alle convenzioni che abbiamo firmato, alla nostra Costituzione. Sono uomini: persone.
- miopìa lato sn: non è vero che nessuno è straniero: certo, che sono stranieri! Gente di altri Paesi, che viene qui per motivi che è facile comprendere, e non si può far finta di niente. 

Si tratterebbe, invece, di vedere la realtà: sono persone straniere; hanno bisogno di regole chiare per l'ingresso legale e la permanenza nel nostro Paese, di percorsi di integrazione ragionevoli nella loro durata e percorribili nelle loro modalità, di servizi reali e competenti, nella scuola e in tutta la società civile italiana. 
Per giustizia, non per bontà!

Il rigore senza giustizia è miope e criminoso: nessuno ha più rigore di un tiranno, eppure nessuno è più ingiusto di lui - nessuno ha meno stima dell'umano.

Qualche studente, incuriosito, mi chiede ogni tanto: ma prof, com'è che lei sta dietro agli stranieri? Spiego che ci ho studiato sopra parecchio, che lo faccio da molto, e che molto ho imparato. Dico che quando vedo un mio coetaneo che cerca di imparare l'Italiano da me, o uno dei suoi figli, penso a come mi sentirei se fossi io a trovarmi in un altro Paese, perchè nel mio ci sono la guerra, la povertà, la corruzione e la violenza; se fosse toccato a me lasciare tutto, magari con una laurea in tasca che nel nuovo Paese non vale nulla; se fosse toccato a me trovarmi in coda per 10-12 ore, all'aperto, di notte, senza poter dormire nè lavarmi nè mangiare nè cercare un bagno, per prendere il numero da cui dipende la possibilità di fare un'altra coda, sempre all'aperto e sempre per molte ore, nella speranza di restare qui a fare il saldatore o il manovale, e se questa speranza fosse appesa a un filo...
Qualcuno mi guarda strano, svagato, quasi divertito, forse; certamente, perplesso. Con il sincero candore che solo un quindicenne può avere, mi rassicura: "Ma prof, tranqui, non è toccato a lei...".

27 aprile 2009

SUL LATO PIU' LUMINOSO DEL DUBBIO di P.Paolo Gobbi

Fussli, Solitudine all'alba

Tieniti sul lato più luminoso del dubbio (Alfred Tennyson)

Il segreto dell’esistenza umana non sta soltanto nel vivere, ma anche nel sapere per che cosa si vive
(Fëdor Dostoevskij)

Metto giù il telefono dopo una bella conversazione con mio fratello Lorenzo. Parlavamo delle recenti polemiche suscitate dalle varie prese di posizione sulla vicenda di Eluana, sul Papa e altro. Ci dicevamo che a volte sui media tutto diventa uno schierarsi per bande, che si pagano dei prezzi a rifiursi di partecipare al gioco del "o con me o contro di me". Ci dicevamo che invece c'è tanta gente, tanta, che ha voglia di ascoltare parole buone, profonde, radicate nella realtà, senza guerre, senza erigere sulla carta costruzioni di pensiero meravigliose che però non spostano di un millimetro il dramma meraviglioso e a volte carico di pena della nostra vita.
C'è tanta gente che ha desiderio di vivere con qualce certezza e soprattutto secondo le due massime davvero belle di Tenyson e Dostoevskij.
Ciao fratello!

28 marzo 2009

UN SORRISO MICA SCEMO di P. Paolo Gobbi

Bill Congdon, Campo, orzo

Quante persone ho incontrato questa settimana. Quanto ho ascoltato, quanto non sono riuscito a dire. Bambini, genitori, i miei fratelli, mio padre, mia madre, il benzinaio, la vecchia barista che nel baretto lungo la strada da 5o anni fa il caffè e sorride senza chiederti se sei un santo o un brigante, l'uomo che al mattino presto raccoglie i sacchi dei rifiuti a mano e li lancia sul camion con la delicatezza di un gesto che non vuole disturbare chi ancora dorme...quanta gente ho incontato...e chi ha letto il mio libro e mi ha scritto commosso, chi mi ha fatto domande, chi non lo ha letto o ha taciuto...va bene così.
Poi al mattino raggiungendo la mia scuoletta in mezzo alla campagna ascoltavo la radio, le tante parole, la crisi, il preservativo africano e la ragione del Papa, i campioni dell'autodeterminazione e i dubbi di fare una legge, i dati sulla legge 40 che sembra funzionare e chi ancora la critica ( si può) senza guardare prima la realtà ( questa è una brutta abitudine, sopratutto degli intelligentoni), e poi nasce il Popolo della libertà e qualcuno è ancora fermo al "partito di plastica" e proprio non ce la fa a capire che tanta Italia lavora e dorme anche senza leggere Camilleri e l'omelia domenicale di Scalfari... e poi c'è la crisi e ognuno si arrangia come può. Tante parole, vane, buone, arroganti, semplici, umili, alte, basse...Va bene così'? Va bene così.
E i miei occhi andavano alla campagna intorno, un vero miracolo che a marzo ogni anno risorge: la terra grassa, rivoltata dagli aratri, lontano un punto che luccica è un trattore e sopra un omino che dall'alba opera e spera... i colori diversi...il ghiaccio nei fossi si è sciolto...accade ogni anno ma sempre mi stupisce, mi fa nascere dentro un sorriso... e chissà se c'entra con tutto il resto, con la radio che parla, con le persone incontrate, con quelle perdute, se c'entra con me...con te...con questo benedetto paese fatto di tata gente meravigliosa. Ma sì che c'entra, ci riguarda tutti.
Lo sapeva il mio amico Bill Congdon, straordinario pittore che qualche volta vi ho fatto vedere: i suoi campi sono proprio come quelli che vedo al mattino ma lui li vedeva più a fondo, dentro, oltre...per pasqua se riesco ve ne parlerò; lo sapeva Leopardi, lo sa Davide Rondoni, lo sai anche tu amico di questo blog: che c'è un sorriso che chiama...e che "A marzo tutti si dovrebbe attaccare sui muri di case e uffici questo verso e mezzo: " Tu sai, tu certo, a qual suo dolce amore rida la primavera". In uno strano, ferito crescendo, Giacomo Leopardi erompe, ad un certo punto del suo Canto notturno del pastore errante dell'Asia, in questa affermazione, o grido, rivolta alla luna. "Tu sai, tu certo". Dopo tante negazioni e dubbi, lì il cuore e la voce devono erompere. Perchè la primavera è la primavera. Lo "scatenamento" della realtà che avviene in primavera non sopporta dubitosità scettiche, nichilismi travestiti o cupi rinvii. La rottura dei semi, il montare di enegie, e quella bellissima immagine, antica e modernissima, del ridere della primavera a un suo amore, conquistano anche lo spirito più tormentato di disillusioni. Non è un riso idiota quello della primavera, un ridere scemo, a vanvera. Ride a un amore tuto questo aprirsi di rami come braccia, e questo turgore di tessuti e insaporirsi di linfe. Chi è, dove è qusto amore? Io posso anche non saperlo, sembra dire Leopardi, ma " tu sai , tu certo". La luna sa che c'è l'amore che merita il sorriso della primavera, Leopardi diceva che, pur non essendo un allegrone, quando scriveva provava una specie di felicità. Cioè di partecipazione al movimento della realtà. La primavera che ci inizia intorno e addosso è la stagione più amica dell'uomo religioso (altro che brume invernali, altro che scrupolose nebbie novembrine...). Perchè la primavera è un sorriso, mica scemo, di cui si cerca il destinatario. E se fossimo persone a cui uomini "erranti" come il pastre leopardiano potessero dire: " Tu sai, tu certo a qual suo dolce amore rida la primavera", allora la nostra vita, povera o ricca, "vip" o modesta, in vista o occultata, sarebbe nitida ed essenziale, come la luna. ( di Davide Rondoni, su "Tracce", marzo 2009).
E non mi dite che la poesia è morta o non salva la vita. Buona primavera.

19 marzo 2009

La vera somiglianza di P.Paolo Gobbi


( traggo dal mio libro "Il maestro degli aquiloni", un brano dedicato al padre, come un augurio per ogni paternità...)
"Caro papà,
da quanto ci conosciamo?...Crescendo ho scoperto che la forza del padre sta nel suo corpo ma di più nella sua parola: essa non è solo parola di correzione o precetto, che a volte non è facile accettare. E’ soprattutto una parola di “bene­dizione”: parola che dice del “be­ne”, trasmissione di speranza e fidu­cia nella vita, nel bene pos­sibile. E’ “dire e fare” il bene.
“Benedire” è trasmettere il “ bene” che abbiamo rice­vuto, che ha so­stato tra di noi, nella nostra famiglia e poi ha ripreso il suo viaggio per il mondo e ora vive rinnovato nei volti dei piccoli di casa, nei nostri talenti, nei giorni di lavoro, negli incontri.
Senza un padre che dica e testimoni ricono­scenza per il bene della vita, è più difficile crescere e vivere. Si può fare ma costa di più e chi ce l’ha fatta è davvero un uomo.
Ne ho amici che hanno perso il padre da piccoli o ne hanno avuto uno lontano, mancato, perduto. Sono stati in gamba e a volte la vita è anche più forte o migliore del padre, per fortuna.
C’è un bellissimo libro di un giovane autore italiano, Cristiano Ca­vi­na, che parla, con profondità e leggerezza, proprio di questo: si intitola “I frutti dimenticati”, ti pia­cerebbe, ne sono certo!

Non sarei sincero se non dicessi che il mio rapporto con te, come con ogni padre, è anche un ap­puntamento mancato e che sta sempre per compiersi.
Il padre ideale, mitico che ogni bambino e anche io mi sono co­struito, un giorno finisce; la relazione con il padre rimane sem­pre a­simmetrica, l’ascolto non è mai pieno e il figlio è dal padre co­stantemente riman­dato a se stesso, ad una insopprimibile “distanza”, che resta anche nelle migliori rela­zioni.
Dentro ad ogni figlio rimane uno scarto tra il desiderio di essere com­­preso dal padre e di comprendere il padre, e la realtà di una im­possibilità che questa comprensione sia piena.
C’è una “solitudine”, nel padre e nel figlio: anch’io l’ho sentita e a volte la sento.
Ma, con il tempo, ho imparato che è proprio questo lo spazio del rispetto vero tra padre e figlio e la possibilità di volersi bene real­mente: il padre non schiaccia il figlio, il figlio non sa tutto del padre. Padre e figlio sono separati e proprio per questo ci può essere dialogo.
So che dire questo non è “politicamente corretto” in tempi di ge­nito­ri“amici” e del “diciamoci tutto”, ma io penso così.
E’ necessario accettare ed abitare questa incompiutezza per cre­scere ed essere uomini.
Crescendo il figlio si fa uomo, il padre diviene vecchio e se lo spa­zio tra di loro è stato rispettato e curato nei giorni belli e in quelli tristi, possono nascere un dialogo e una comprensione più profondi, che vivono di poche e preziose pa­role e si nutrono del pensiero silenzioso e rico­no­scente che ognuno sente per la vita dell’altro, che si è svolta accanto e dentro, nel segreto del cuore, anche quando la parola non ha saputo dirlo..
E’ questa “comprensione” un dono grande che la vita può fare al pa­dre e al figlio, un dono da attendere, da riconoscere, da accogliere con stupore. E se accade, non va lasciato soffocare dai risentimenti e dalle ferite che ogni relazione umana porta con sé.
Certo, il silenzio del padre non deve essere stato il “mutismo o il volto della durezza o del giudizio. Ci deve es­sere stato dialogo di corpi e poi parole, avventure, orizzonti e valori condivisi.
E, allo stesso tempo, la naturale contestazione di ogni figlio al pa­dre, anche se violenta e accesa, deve aver conservato il rispetto e la con­sapevolezza di un legame profondo, di carne e spirito, che rimane vivo, qualunque cosa accada
Solo così un giorno il figlio giunge a comprendere che un padre im­per­fetto è preferibile ad uno troppo perfetto. E il padre si rallegra del figlio, proprio perché diverso e simile a lui.

E’ questa scoperta quotidiana che genere lo stupore e il rico­no­scimento di una vera somiglianza, proprio “là dove non si vede”, come canta un poeta. Una “somiglianza” che rende possibile il “dono” del per­dono, come riconoscimento della comune fragilità.
Allora sì che è possibile “uno sguardo d’uomo che si incontra con uno sguardo d’uomo”, come diceva Peguy.
Di questa somiglianza parla un poeta contemporaneo che, tu sai, io stimo. E’ Davide Rondoni in una poe­sia per suo figlio.
E’ un pensiero davvero profondo su come un padre può guardare al figlio che cresce e riconoscere che non basta un padre per crescere un figlio. C’è qualcosa di più: un figlio cresce dentro un amore più gran­de.
Il poeta parte da un’esperienza comune lungo il viaggio della vita, l’hai fatta tante volte anche tu: una sosta in autogrill di notte, quando c’è poca gente e il padre pensa alla sua casa, alla famiglia, al figlio, che crescendo farà la sua strada, si fermerà nell’autogrill, magari lo stesso, stanco, una se­ra. Poi ri­partirà e c’è un segreto tra di loro, una forza segreta e il padre quello vero sarà …
La dedico a tutti i padri che stanno leggendo questo libro e anche a te. Dice in modo profondo, come solo la poesia vera è capace, quello che non sono riuscito a dirti: non servono a questo le poesie? Non ci prendono per mano come i bambini ad approfondire la vita?

Bartolomeo
Quando anche tu ti fermerai in questo grande
autogrill e il viso stanco
vedrai rapido
sui vetri, sull’alluminio del banco,

sarà una sera come questa
che nel vento rompe la luce
e le nubi del giorno, sarà
un grande momento:
lo sapremo io e te soli.

Ripartirai
con un lieve turbamento, quasi
un ricordo e i silenzi delle scansie di oggetti,
dei benzinai, dei loro berretti,
sentirai alle tue spalle leggero
divenire un canto.

La felicità del tempo è dirti sì,
ci sei, una forza segreta
uno sgomento ti fa, non la mia
giovinezza che cede, non l’età
matura, non il mio invecchiamento-
la nostra vera somiglianza
è là dove non si vede.

Mio figlio, mio viaggiatore,
sarà il tuo inferno, la tua virtù
questo udito da cane o da angelo,
che
sente all’unisono il giro dei pianeti
e la pastiglia cadere nel bicchiere
due piani sotto, dove due vecchi
si accudiscono.

Sarà questo amore strepitoso
tuo padre, quello vero.

Fermati ancora in questo autogrill,
dal buio mi piacerà rivederti…



Grande poesia! Che davvero ci fa “vedere” meglio la realtà di essere padre e figlio.

Caro papà, da quanto ci conosciamo!
Chi è il padre per me? Chi sei tu? Come dirlo veramente?
Le parole non bastano.
Padre è chi risponde alla vita di un altro, è un vivente che mantiene la parola, attraversato da una vita che si dona, è un corpo che si fa pa­rola, che lo lega non solo a chi è generato, ma a una vita e un amore più grandi.
Ha scritto un giorno Simone Weil, un’autrice che so stai leggendo, che “per elevare qualcuno, sia adulto che bambino, occorre anzitutto ele­varlo ai suoi propri occhi”.

…E quando un giorno camminando da solo ti fermerai a os­servare il volo dei cocai o il ritorno delle rondini sul fiume, credi che davvero non può essere che l'amore vada perso.
Poi, un giorno, ci ritroveremo, io lo spero, là dove padre e figlio è una parola sola".


15 marzo 2009

I MERCANTI DAL TEMPIO di Lorenzo Gobbi


Ma cosa fanno di male, i mercanti? 
Vendono e comprano, chi onestamente e chi no, chi bene chi male, chi con discrezione e chi con insistenza, chi proponendo cose utili e ben fatte, chi propinando cianfrusaglie senza alcun valore - ma cosa fanno di male? 
Eppure, Gesù li scaccia con ira dal Tempio (Mc 11, 15-19) - caccia via urlando "tutti quelli che vendevano e compravano nel Tempio: rovesciò i tavoli dei cambiavalute e le sedie dei venditori di colombe", cioè tavoli e sedie di gente che vendeva cose utili, quando non necessarie nel Tempio stesso (le colombe erano prescritte per l'offerta della purificazione della donna dopo il parto, del riscatto del primogenito e per altro: servivano per il culto!); i cambiavalute, in un Tempio frequentato da gente di diverse nazioni, mettevano chi fosse giunto da un paese vicino in grado di acquistare ciò che serviva per un sacrificio o un'offerta a Dio. 
Gesù "non permetteva che si portassero cose attraverso il Tempio", cosa invece assolutamente lecita secondo la Torah (il Tempio era spazio circoscritto, all'interno di un recinto di mura cittadine: anche di Shabbat si potevano trasportare cose al suo interno; e senza trasportare l'occorrente, come si sarebbero potuti celebrare i sacrifici e le offerte?).

Ma cosa fanno di male i mercanti? Non voglio fare l'esegesi del testo evangelico, ma penso ad altro - legittimamente, collego queste parole ai miei pensieri, leggo in modo personale.

Bisogna scacciarli, i mercanti, dal Tempio: oh, sì! Bisogna, e non è facile; c'è anche da arrabiarsi un po', da rivoltarsi senza troppi complimenti. Non si può stare a discutere: non fanno niente di male, e possono dimostrarlo, anzi: possono convincerti che ti sono necessari solo se stanno proprio lì, nel mezzo del Tempio.

Penso al corpo, agli affetti, alle emozioni, alle amicizie, ai legami coniugali e di parentela; anche al lavoro, se è vero che in esso l'uomo trova se stesso, e si realizza nella propria libertà.
Ciò che serve davvero al corpo, agli affetti, alle emozioni non si può nè vendere nè comprare: dev'essere gratuito, e non può essere una cosa. Ciò di cui vive il legame di amicizia non può essere oggetto di mercato. 

Via gli operatori del marketing dalle nostre emozioni, dalle nostre amicizie, dai nostri legami familiari - via il Grande Fratello e l'Isola dei Famosi, Amici e Uomini e donne; via la pubblicità con gli attori e tutta la loro familgia, via La vita in diretta.
Via i venditori di potenza dalle nostre relazioni coniugali.
Via i pornografi dai nostri appetiti naturali e dalla bellezza delle donne che vivono accanto a noi.
Via i millantatori di sicurezza aggressiva e di potere seduttivo dai desideri delle donne, dalla loro idea di sè; via i fotografi di moda dai volti delle adolescenti, dalle loro aspirazioni, dai loro progetti di vita. 
Via i venditori di potere dalla fragilità di noi uomini - quelli che cercano di convogliare le nostre insicurezze su una macchina, un vestito, una scarpa, una crema, una prestazione sessuale da olimpiadi di atletica.
Via i costruttori di saune e di club dagli affetti delle persone, etero- e omosessuali; via i venditori di intimità studiate ad arte, comprese nel pacchetto vacanza.
Via i venditori di privilegi dalle nostre relazioni di lavoro - via i venditori di rabbia, quand'anche sacrosanta, che ci offrono rancore e santa indignazione, ma solo in cambio di privilegi per loro: è questa la colpa inespiabile del sindacato (almeno, di quelli della mia categoria...), che ha profanato e ancora profana quel vero Tempio che è il lavoro (e lo ha venduto per tre spiccioli a chi lo vede come un "mercato" e nulla più).

Via coloro che nello spazio dell'intimità e della tenerezza (quale che sia) trasportano COSE: esse non sono negative in sè, ma non è là che servono - devono stare al di là del muro, fuori dalla porta, dove si può davvero trattare, decidere, considerare senza confusioni, senza manipolazioni. 
Sono gentili, certo, a volercele portare così vicino, ma non possiamo permetterlo; sono solleciti, premurosi, ie prevengono i nostri desideri - ma ci ingannano, e noi non possiamo pemetterlo. Anche a costo di sembrare dei maleducati - o, magari, degli invasati.

Grazie alla loro sollecitudine, tanti di noi stanno addossati al muro di cinta, al suo interno ma abbandonati con il volto sulle proprie ginocchia, soli proprio là dov'è presente il Dio vivente, e dove tutta l'umanità è unita nella sua carezza - a patire la sete nel luogo delle sorgenti, a sentire il dorso scabro delle pietre sulla pelle e contro le ossa della schiena proprio nel luogo del riposo e del ristoro, a soffrire senza alcuna intimità negli atri del luogo più intimo del mondo (nei propri affetti, nella famiglia, nelle amicizie, nel lavoro, nella religiosità...) - a diffidare di sè e di tutti proprio ad un passo dall'Arca dell'Alleanza. E così trascorrono la vita.

04 marzo 2009

LUCA E IL DIVISORE (e la chiudiamo qua...) di Lorenzo Gobbi

Spiegavo stamane il canto dell'Inferno dedicato a Brunetto Latini, al quale Dante tributa un onore immenso, benchè lo incontrii nella piana rovente, dove piove fuoco sui "sodomiti". Spiegavo e basta.

Pensavo, però, a quanto disprezzo le persone omosessuali abbiano avuto addosso nei millenni, e a quanto ne hanno ancora. Tutto ciò deve finire, e subito, quale che sia la realtà dell'omosessualità, quale la sua interpretazione, quale la sua valutazione morale da parte dell'uno o dell'altro.
Pensavo che una persona legittimamente legge se stessa in un modo o in un altro, legittimamente costruisce il proprio sè come le condizioni oggettive, ma anche le sue reazioni e sue scelte, lo guidano a farlo. E che ha il diritto di leggersi come può e crede, e come tale di presentarsi agli altri.

Pensavo, però, a quanto sia difficile, oggi, riflettere serenamente di tutto questo, e anche su molto altro: sembra che sia all'opera nel nostro paese un divisore estremamente agguerrito e abile, che si intromette tra le persone (non mi riferisco al Presidente del Consiglio...) e le arma l'una contro l'altra in modo pretestuoso. Qualunque difformità o dissenso è vissuto come offesa, aggressione, insulto inespiabile - a livello politico, religioso, etnico, morale, ma anche televisivo, musicale, sportivo. L'altro, se è diverso o difforme, perde il diritto all'esistenza, anzi: deve essere eliminato, come un concorrente antipatico del Grande Fratello. Non per ciò che fa, ma per ciò che è. Non si distingue più tra un'opinione o un atteggiamento e una persona; non si distingue più tra legittimo dissenso e insulto.

Se penso che vi siano delle "leggi" ontologiche nella natura umana, aperte a mille interpretazioni ma non ignorabili se non a prezzo di gravi sofferenze, non credo di offendere nessuno; e neanche se dico che non farle proprie significa condannarsi a un'inquietudine estrema, alla quale spesso si danno nomi infruttuosi, che peggiorano le cose. Se dico che questo mi sembra essere il caso di molte persone omosessuali, ma anche di molti "eterosessuali" che vivono in modo confuso, non li sto nè perseguitando nè offendendo. 
Se credo che "il giusto è come un albero piantato in riva a un corso d'acqua" (Salmo 1), obbediente alle stagioni e proteso all'acqua che lo nutre, attento a selezionare nel terreno ciò che è buono e ciò che non lo è, sotto la propria responsabilità e a costo della sua vita, e che egli solo è "felice" (così inizia il Salmo 1: "Felice l'uomo che..."), non sto condannando nessuno, non sto disprezzando nessuno, non sto offendendo nessuno.
Se non credo che l'omosessualità e l'eterosessualità siano condizioni ontologiche, ma elaborazioni psicologiche ed esistenziali, non sto mancando di rispetto a nessuno.
Se seguo la Chiesa Cattolica, che mi comanda di astenermi da quello che essa considera inadatto a me, che sono un uomo sposato (liberamente e per amore), e se cerco con tutte le mie forze di essere obbediente in questo , non sto condannando nessuno; se ciò che desidero tenere fuori dalla mia vita lo chiamo "peccato", mi riferisco a me stesso e a nessun altro, perchè così dev'essere per me. E se considero "peccato" da parte mia compiere azioni che per altri sono assolutamente lecite, non sto praticando alcuna ideologia, nè sto mancando di comprensione verso chi effettua scelte diverse da quelle che io mi sono imposto di compiere - liberamente e per intima convinzione, tanto quanto lui ma diversamente da lui.

Se la Chiesa si vede incompresa e isolata nell'affermare alcune convinzioni tratte dalla sua sapienza millenaria, e lo fa senza l'arroganza del potere e senza la pretesa che tutti si adeguino in forza della legge, non è forse vero che sta scritto: "Non temere, piccolo gregge, perchè al Padre è piaciuto darvi il suo Regno"? E anche "voi siete il sale della terra" - ma quanto sale si mette nella pasta? il sale dev'essere poco, e discreto nella sua presenza: solo così rende buona la pasta, altrimenti la rende immangiabile. Conta la sua qualita, non la sua quantità. Lo stesso dicasi per il lievito - altro paragone evangelico. Importa la qualità discreta della sua presenza, non la sua abbondanza.

24 febbraio 2009

IL MAESTRO DEGLI AQUILONI


E' uscito il libro di Pier Paolo Gobbi

Il maestro degli aquiloni

Conoscere e comprendere i bambini, per aiutarli a crescere

Ed. Centro Studi Evolution Verona 2009 – Pag. 249 - € 17


Recensione e notizie su



23 febbraio 2009

LUCA PARLA CON IL CUORE IN MANO di Lorenzo Gobbi

Ascolto "Luca era gay" di Povia, e resto davvero stupìto: il coro di polemiche, di censure, di sberleffi, di insulti veri e propri ha coperto nel fragore una canzone tutt'altro che spregevole, anzi! (basta guardare su you tube alcune parodie disgustose, prima tra tutte quella di Elio e le storie tese alla trasmissione della Dandini, per le quali nessun gay ha protestato, ma che la dice lunga sul rispetto verso gli omosessuali...).

Penso a tanti adolescenti, che in questa canzone troveranno una voce fuori dal coro: può accadere di essere confusi, di cercare risposte di nascosto, di leggere male dentro di sè, di stare male senza capirne il motivo, di capirsi finalmente, di incontrare la gioia nella libertà di scelta - o meglio: nella fedeltà a se stessi, nella chiarezza su di sè, che non è scritta nei cromosomi nè definibile in quattro e quattr'otto. 
Personalmente, la consiglio a tutti, almeno come spunto di riflessione: Luca davvero parla "con il cuore in mano".

Semel omo, semper omo - è un dogma: solo il titolo, "Luca era gay", ha scatenato un'orgia di improperi e vere e proprie minacce, a causa dell'imperfetto... 
All'adolescente che si sente attratto da esperienze omosessuali, il "mondo gay" propone certezze granitiche e unidirezionali su un'identità assoluta e indubitabile, assieme a un circuito di saune, bar, discoteche, viaggi, ritrovi e circoli. Nessuna discussione è ammessa.
L'unico problema, dicono, è l'omofobia: l'onorevole Paola Concia sta proponendo un disegno di legge che prevede come fattispecie di reato il solo affermare che l'omosessualità (o meglio: il comportamento omosessuale) possa essere un problema per alcune persone. 
L'unico problema, dicono, è l'omofobia: sul web, in piazza e a stampa, don (ex-don) Franco Barbero urla l'assoluta bontà senza se e senza ma del comportamento omosessuale, tuonando contro "i faraoni del Vaticano", che a suo dire "è tutto un imbroglio".

Sono stato adolescente in un mondo ad alto tasso di omosessualità diffusa, nascosta e sofferta. Penso che le scelte personali nella vita intima siano quanto di più libero vi sia, e che così debba essere. Conosco persone omosessuali degne e buone, che stimo immensamente. Provo orrore al pensiero che vi siano paesi in cui il comportamento omosessuale è punito con la tortura, il carcere e la morte; e anche all'idea che si possa disprezzare o discriminare qualcuno per le sue scelte sessuali, che appartengono alla sfera del privato.

Penso, però, a quanti adolescenti leggano a fatica dentro sè, e non trovino risposte ai loro interrogativi se non risposte unidirezionali: sei gay, accettati, gli altri sbagliano, se stai male è perchè non sei abbastanza maturo nell'accettazione, hai introiettato l'omofobia, liberati e fa' più che puoi, dove vuoi e con chi vuoi, finchè troverai l'amore... 
Penso a quanti vengano orientati, così, ad un comportamento omosessuale che non li soddisfa, anzi: li umilia e li confonde sempre più, li mette in conflitto con se stessi e con il loro mondo, li proietta in una ricerca coatta del piacere che sfocia in relazioni turbolente o in promiscuità insoddisfacenti.
Penso ai tanti omosessuali affettivi, sinceri, che non scendono in piazza per il gay pride; quelli che cercano tenerezza e intimità, che non sbraitano, che non pretendono se non rispetto vero, delicatezza, sospensione di ogni giudizio.

Penso che, se anche la comunicazione pubblica della Chiesa è spesso dura e inadeguata (lo notava già Simone Weil in Attesa di Dio), la sapienza intima della Chiesa abbia tutte le ragioni nel consigliare di evitare il comportamento omosessuale, chiedendo a chi si sente portato in questa direzione di guardarsi dentro, di chiarirsi, di affidarsi a Dio e di mettere le sue energie a disposizione di un progetto di amore vero e profondo - anche, se così è, passando per la continenza, che non significa rifiuto dell'amore o impossibilità di amare. E' la stessa cosa che chiede a chi si percepisce come "eterosessuale", nulla di più nulla di meno.
Che sia facile o che ci si riesca, è tutto un altro discorso. Ma che ci si provi, almeno, non mi sembra una bestemmia così orrenda. E che la Chiesa lo dica (senza costringere nessuno, se non chi la segue volontariamente) non mi sembra né una mancanza di pietà né un insulto, anche se non sempre lo dice con carità evidente.

Perchè non si può parlare serenamente di queste cose? 
Perchè non accettare la diversità delle persone, che non sempre trovano soddisfazione in ciò che soddisfa altre? 
Perchè "essere gay" significa soprattutto saltellare da un uomo semisconosciuto all'altro in saune, bar, club, luoghi d'incontro, pensando che, se qualche problema c'è (disturbi del sonno, ansia, irrequietezza, somatizzazioni d'ansia, depressioni, dipendenze, tendenze suicidarie, insoddisfazioni, tendenze psicotiche...), sia solo nell'incomprensione degli altri? Perchè è così che vivono molti "gay" - altri no, ma l'immagine ufficiale è questa, e di questa si afferma la perfezione, l'intoccabilità.
Perchè non c'è pietà per chi si sente schiacciato da tutto ciò? Per chi si sente a disagio e si interroga su di sè? Perchè non viene ascoltato?

Penso a Luca di Tolve, i cui video si possono trovare su you tube; e a tanti altri. Al loro coraggio presto fiducia: li vedo sinceri.

Il sesso è simbolico, sempre: ma il "mondo gay" di questo non si interessa. Nessun approfondimento, nessuna riflessione.

Ne ho viste tante, di infelicità: e la reazione del "mondo gay" alla canzone di Povia, violenta fino alla minaccia diretta, mi conferma in quanto ho pensato. Chi non gradisse la proprie pulsioni omosessuali (perchè non avrebbe diritto di trovarle sgradite?), chi non trovasse soddisfacenti le risposte del "mondo gay" (perchè dovrebbe trovarle indiscutibili e perfette?), chi non amasse le saune gay più di se stesso (perchè non dovrebbe trovarsi in difficoltà, essendo alla ricerca di altro al di là del sesso immediato?), chi cercasse di leggersi diversamente da come l'ortodossia "gay" impone, verrebbe (e viene) considerato indegno e sbagliato, immeritevole non solo della possibilità di parlare, ma della vita stessa (basta vedere quanto scrivono su Luca di Tolve i blog "gay" accreditati).

Credo che il "mondo gay" sia ben più ampio e variegato di quello che le sue istituzioni ufficiali vogliono far credere, e che non rappresenti se non in minima parte le persone omosessuali - ognuna con la sua storia, la sua sensibilità, le sue scelte e le sue difficoltà. Credo che il "mondo gay" ufficiale umili molti omosessuali, appiattendoli a un modello preconfezionato. E fraintenda in larga parte non solo il sesso, ma la natura umana.

E poi, a prescindere dal riferimento alla Chiesa (per me, del resto, imprescindibile): perchè un uomo che vive come "eterosessuale" può (e deve!) scoprirsi omosessuale e agire di conseguenza, mentre un uomo che vive come "omosessuale" non può (e nno deve) scoprirsi eteresessuale, e se ciò accadesse sta semplicemente sbagliando?

Cosa c'è di laico, di democratico e di libertario negli sberleffi a Povia, nella richiesta di censura, nella minaccia di boicottaggio, nel rifiuto di qualsiasi dialogo e confronto, nel fondare gruppi su facebook dal titolo "aboliamo Povia"? Cosa c'è di laico nel chiedere il rispristino del reato di opinione, ben presente nel codice penale fascista?

18 febbraio 2009

LA VITA EFFIMERA DEI LIBRI di Lorenzo Gobbi


Leggo Boris Pahor, che presenterò domani al "Toniolo" per la FNAC: un libro intriso di sapienza, che dà molto - un libro dalle radici profonde, che a lungo hanno scavato nella terra.
Eppure, un libro del 2008 già è introvabile in libreria; e un libro che esca oggi, se ha fortuna, rimane in libreria due mesi o tre - poi... o la riedizione economica, o il reso e il circuito dei remainders, o il macero.

Su tutto, un markering aggressivo, a tamburo battente: libri fatti per un trimestre, per una stagione. L'invito pressante e fastidioso a non restare indietro, a non perdere il nuovo per un vecchio che non ha più senso. Ammiccamenti, inviti che fanno leva sulla vanità del lettore - il lettore: un consumatore vorace e capriccioso, sempre a caccia di novità, irriflessivo, un animale da consumo da allettare stuzzicandolo... da questo libro, il film; da questo, in tre mesi, niente - via, lontano da qui! se ti dicessero che questo libro è maledetto, lo leggeresti? cosa faresti se fossi lui? oserai leggere questo?

Di tutto il marketing si è appropriato: anche del "passaparola" - non c'è un libro, ora, che non debba il suo esibito successo al "passaparola". E' una moda: si dice così, chi va a controllare? Attira, inganna il lettore e gli fa credere di essere di fronte a un successo non pianificato dal marketing - lo fa sentire libero di scegliere quello che è stato preparato esatamente perchè egli lo scegliesse così, credendosi libero dal marketing e anticonformista.

Dove sono, i libri per il sempre? Quelli che diventavano vivi nel momento di massima intimità, di massima riflessione, di massima concentrazione? Quelli che ti davano gioie infinite, lacrime e risate, pensieri, consolazioni, rivelazioni vere, visioni? Quelli a cui tornavi, a più riprese, senza fretta alcuna? (sono lì, nella libreria di casa; difficilemente tollerano le novità, che chiedono uno scaffale a parte, sul quale rimanere poco per far posto ad altri che arrivano per posta, da amici e conoscenti e sconosciuti e inaspettati).

E gli scrittori che riflettevano a lungo, che elaboravano mondi, che macinavano farina e pietra con i denti dell'anima ben prima di presentarsi, timorosi, a un editore? Che attendevano decenni? (Penso a Gesualdo Bufalino, ad esempio - e a tanti altri) Dove sono?

Lo sanno bene, i nuovi autori: ci si gioca tutto in due o tre mesi. C'è "il mio libro", è una priorità assoluta: bisogna fare presto, presto, prestissimo, il tempo è tiranno, presentiamolo, recensiamolo, imponiamolo, cerchiamo inviti, creiamo i fan club e proproniamoli anche a chi il nostro libro ha ancora da vederlo (ma poteva ordinarselo, come mai non l'ha ancora fatto?) - un libro di pochi mesi fa, ormai, è andato: bruciato, finito - pazienza, ritenterò.

Più che il libro, conta l'autore: le sue relazioni, la sua vita, il suo imporsi all'attenzione. Il 90% delle sue energie vanno lì, e solo lì: il libro si scrive di fretta, non è importante - di fretta verrà letto o solo sfogliato, sulla scorta delle impressioni del momento: nessuno presterà più dell'attenzione minima, neanche gli amici, meno che mai i "lettori comuni", che passeranno ad altro in un batter di ciglia. Ci sono ottimi editor al lavoro: ciò che conta è il "personaggio" (come al GF: non quello che sai, meno che mai quello che sei, ma le smorfie che fai).

E' un sistema che stangola i piccoli editori, e anche gli scrittori come me, quelli che impiegano 8-10 anni per scrivere un libro di 120 pagine, e che pubblicano sì e no il 20% di quello che hanno scritto - quelli che studiano sodo, da una vita, per poter dire parole degne e sussurrate. Quelli che non si sono mai organizzati una sola presentazione, da soli. Che non smaniano a destra e a manca per "il mio libro".

Nessuno si oppone a questi sistema - gli scrittori bistrattati e i piccoli editori aspirano a farne parte, e sono ancora più zelanti degli zeloti di turno, quelli ufficialmente incaricati e ben pagati. Non si rendono conto che, in questo sistema, può sopravvivere solo chi ha grandi capitali e agganci mediatici a prova di bomba - chiunque altro è destinato al fallimento, a meno che non scelga strade del tutto diverse (non ho tempo ora di suggerire quali, ma ho le idee chiare, e le userò per la collana di testi per bambini che sto preparando con un amico piccolo editore e con un piccolo gruppo di veri amici: funzionerà, ne sono certo - si tratta di investire sul tempo, soprattutto: il tempo lungo, non il trimestre; e sulla relazione personale).

Non penso a nessuno in particolare - potrei fare una quarantina di nomi, solo a un primo giro di pensieri.

(Penso al successo de "Il mio libro": una rete commerciale di print-on-demand, che ti stampa un manoscritto in volume a prezzi esosi, senza prometterti nè distribuzione nè promozione nè recensioni nè successo: lo regalerai ai tuoi amici, tutto qui. Sarà un dono che farai, a coloro ai quali vuoi davvero dire qualcosa. Qualche libreria comincia già a a tenerli, questi libri - è l'autore che si dà da fare...)

Nessuno si oppone? Io sì. E non compro più nulla, o quasi. Di poesia, meno che mai.

Libri lenti, per favore. Che durino, che restino. Parole meditate, che consolino, che illuminino, che diano gioia. LIbri che ci accompagnino nel tempo.
Non quest'orgia insensata di aggressioni effimere, nelle leggi della grande distribuzione che ci vuole vili, arbitrari, superficiali e sciocchi: clienti perfetti, con il giusto senso di onnipotenza (permessa) e il guinzaglio prescritto, possibilmente un po' lungo ma non troppo.

14 febbraio 2009

A ciascuno, vedi, la sua pace - ed io

non so cosa m'ha còlto, cosa m'abbia

intriso, trasformato: nel fuoco

alto l'ho gridato, tutto è grazia.

09 febbraio 2009

TRE DITA di Lorenzo Gobbi

Provo a precisare meglio il mio pensiero, sulla vicenda che tutti ci angoscia in questi giorni. Dubito di riuscirci, e mi scuso se ancora qualche difficoltà d'espressione trasparirà - se il mio pensiero non è lucido, perchè vede attraverso le lacrime.
Non può non angosciarci, la vicenda di Eluana: siamo nei "mari estremi", nei quali è impossibile scorgere altro che le onde alte, sentire altro che il mugghiare del vento e le proprie grida.

Sento empietà nelle parole che leggo contro il padre di Eluana: c'è chi lo definisce assassino, chi boia... no, non è giusto, in nessun caso. Quando puntiamo il dito contro qualcuno, tre dita della mano le puntiamo contro di noi: provare per credere. E dice il Talmud: "Non giudicare un uomo quando è nel dolore".
E' nel dolore, il papà di Eluana. Nessuno può mettere in dubbio che egli ami sua figlia; nessuno può mettere in dubio che egli agisca per sua figlia. "Di ogni parola INSENSATA gli uomini risponderanno nel giorno del giudizio" dice Gesù nel Vangelo di Matteo. Nessuno si macchi di una colpa così orrenda!

"Venite a vedere Eluana", dice il papà. Si è esposto, ha scelto le vie legali, anzichè trovare un accordo privato con un medico compiacente, o con una clinica estera. Ha chiesto di essere nel giusto, e al cospetto di tutti. Chi gli nega questa giustizia, credo, commette empietà. Se dalle mie parole si fosse anche solo lontanamente dedotto questo, me ne scuso immesamente.

Ho visto Eluana - non lei, ma altre Eluane: Paola, mia moglie; Monica, Fiorenza, Tiziana, Gabriele... e ho visto altri Englaro: padri, mariti, figli. Sono stato uno di loro.
Quand'ero davanti al letto della malattia più deformante e violenta, ho creduto - stringevo il rosario tra le mani, tutti i giorni lo stringo - di trovarmi di fronte a un altare. Così mi sono comportato.

Leggo le argomentazioni di tanti, anche di chi mi è carissimo, come Roberta De Monticelli: tanto condivido, ma qualcosa stride dentro di me, qualcosa mi dice che no, che non è questo il punto, che altro va considerato. E mi rendo conto di non saperlo dire.

La vita debolissima, amici - così si rivolge al mondo Roberta nelle meravigliose poesie di Le preghiere di Ariele: amici - è degna e chiede amore. Non dubito, Dio me ne guardi, dell'amore del signor Englaro; eppure, penso che nulla ci (non "gli"!) sia lecito se non la cura estrema, l'attenzione, la rinuncia a ogni nostra volontà. Cosa ciò significhi, concretamente, è materia che può vederci discordi: io propendo per l'accudire, il sostenere, il com-patire nel senso del pianto presente, della mano che nutre, della carezza a chi nemmeno può sentire - non lo credo inutile, e d'altro non vorrei sentir parlare. D'altro non mi sento, altro non trovo possibile per me.

Mi mettevo la pomata Foille sulle guance, in quei tempi: davvero le lacrime scavano il volto, bruciano la pelle, giungono quasi a mettere a nudo le ossa del viso. Oh, nessuno violi il dolore del signor Englaro: nessuno bestemmi le sue lacrime!
"Non giudicare un uomo quando è nel dolore": anch'io sono stato giudicato. Lo dico in una poesia, che fa parte di un libro mai uscito e che mai uscirà, anche se è il mio più bello:

Spesso, nella dura, estrema

debolezza - quando tanto c’è

da fare e il male avanza mentre

con le mani nude edifichiamo

argini di sabbia e sangue nostro

inutilmente, senza più

pensiero, senza forze vere

un giorno dopo l’altro - ecco,

appaiono figure di scoperti amici,

di alleati alacri quanto noi

 

(è dopo, Layla, quando nulla

resta più da contrastare e porti

i segni della resa

e del dolore concavo, del vuoto

in cui vagare devastato,

debolissimo e confuso

in un cratere vasto

d’esistenza e tempo - dopo,

quando nulla senti più

né vedi nulla e dài

richiami ripetuti a chi

sta intorno - è dopo

che svaniscono figure umane,

che fuggono da te per colpe

che non sai e non ricordi più

nemmeno i loro volti, non ricordi

neanche più se sono stati).


Vedi, Roberta, vorrei che la vita debolissima fosse la misura delle nostre azioni, del nostro vivere, della nostra società civile: che nessuno abusasse del dolore altrui per dire che la vita è degna solo a certe condizioni! Che tutto fosse regolato su di lei, la vita debolissima, sulle sue icone fragili e sfregiate dalla potenza del male.
 
Non voglio che accada, nel prossimo futuro, a chi naviga in questi mari estremi, ciò che accade a tante donne che si accorgono con sgomento di essere rimaste incinte: lo stato ti dà l'aborto, e null'altro; se vuoi allevare, accudire, far crescere, e hai bisogno di aiuto, soldi, comprensione, sostegno, lavoro e casa, lo Stato non c'è: ti dà l'aborto, non lo vuoi? Peggio per te, sembra dirti la società civile: arrangiati, la cosa non ci riguarda! Voglio che ogni donna sia libera di scegliere, pienamente. Tutto: anche di accudire e allevare con il sostegno di tutti.
Non voglio che, di fronte alla diagnosi di una malformazione del feto, o di fronte a una malattia inguaribile, lo Stato (la società civile) possa un domani lavarsene le mani, possa dire: c'è una soluzione, non la vuoi? Pensaci tu, allora: non ci riguarda più il destino di chi ami. Perchè questo sarebbe mostruoso più di quanto non sia già mostruosa la diffusione di nuove povertà, di nuove sacche di emarginazione e di esclusione (basta guardare un sito di annunci economici qualsiasi per vedere quante donne sulla quarantina, lasciate dal marito, private all'improvviso del lavoro e strangolate dal mutuo, si prostituiscano per necessità tra le mura domestiche: è mostruoso che ciò possa accadere, che la società le lasci affondare nel fango di chi non può più permettersi nulla e dunque non vale più nulla, non è più nulla,  non merità più se non il disprezzo: una puttana, tutto qui).

Dicevano le femministe ai tempi di papa Giovanni Paolo II: se li allevi lui, i bambini malformati! Sì, appunto: dateli a noi, senza che ciò sia vostra colpa, senza che ciò sia giudizio verso di voi: lasciateci servire e amare assieme a voi o anche in vostro nome queste vite fragilissime che sono la misura di tutte le cose. Scriveva Mounier (era lui? o era Marcel? spero di ricordare esattamente), padre di una bambina cerebrolesa: "Che dire se la nostra bambina non fosse che un grumo di carne e sangue e non questa bianca piccola ostia che ogni giorno ci chiede amore..."
Ecco, così vedo il mondo: ostia che ci chiede amore. Così vedo ogni vita fragilissima - non un grumo ormai inerte di carne e sangue.
(Nessuno, per favore, mi dica che questa è ideologia: non, almeno, chi conosce la mia vita...).
 
Voglio che ogni signor Englaro sia libero di scegliere, pienamente; ma non credo di sbagliare se gli dico: lascia che siamo accanto a te, accanto a Eluana, che Eluana sia la misura delle nostre scelte, delle nostre vite, delle nostre azioni e dei nostri pensieri, come lo è dei tuoi. Perdonaci le parole insensate, così che Dio possa perdonarcele; perdonaci se fino ad oggi ti abbiamo lasciato solo. Lascia che ci sconvolga il tuo dolore. Sono confuso, come te, ma non certo più di te, perchè non posso misurare il tuo dolore nè il tuo amore, provato da 17 anni di vicinanza a Eluana; sono affranto, proprio perchè non posso fare nulla; non voglio agire contro il tuo amore, nè contro la tua volontà; eppure, credo che sia un altare il letto di Eluana, che nulla sia vano di ciò che state vivendo - potessi bruciare per te e per lei, lo farei! 
Non lo dico a cuor leggero. Prego per te, che tu sia forte; prego per lei, che il dolore la risparmi, che sia vero che nulla sente; prego Dio perchè tutto riveli il proprio senso, perchè non credo che Eluana e la sua condizione siano escluse dal vivo.

*

Eppure, vedi, Roberta, per questa vita debolissima, credo "giusti" unicamente, alla fine, i gesti delle suore, gli stessi del signor Englaro, fino ad oggi - i gesti che hanno compiuto insieme, lui e loro, per tanti anni: la cura quotidiana, semplice - null'altro. Rispetto l'amore e la volontà di lui: non chiedo nulla a nessuno, se non una riflessione, una preghiera, un'attesa. Un sollievo, se ciò è possibile.

La posta in gioco è alta: comprendo cosa ti opprime, cosa ti sconvolge. Non credere che non mi renda conto, nè che non sconvolga anche me. Vedo come poteri diversi stiano impadronendosi di tutto ciò, piegandolo a fini perversi: non credere che non me ne accorga, che non mi senta violato, che non gridi dentro di me perchè una scure viene posta alla radice del vivere e dell'essere. Vorrei che non lo facessero, che non violassero così ciò che sento come sacro - lo sento tale senza avere alcun dubbio sul fatto che lo sia.

Eppure, vorrei ancora di più, ed è per questo che non posso dire diversamente: la vita debolissima come fondamento della vita civile e dello Stato; gli ultimi come primi, sempre e comunque. Perchè lo sono: e tutto resta per la vita eterna.

04 febbraio 2009

LASCIATELA A LORO di Lorenzo Gobbi

Sembra che finisca così la vita di Eluana. Prego anch'io, come tanti.
Sento empietà in tante parole.
 
Solo alle suore che l'hanno accudita per tanti anni, solo a loro riesco a dare ascolto: lasciatela a noi. Dimenticatela. Lasciatela a noi. Possiamo darle vita amata, ancora e ancora, perchè volete donarle la morte? Che dono è, la morte? 

Ho vegliato una giovane donna in coma, anni fa; più d'una volta, ho pregato Dio che la liberasse dal male - senza avere il coraggio di suggerirgli come. L'affidavo a Dio, a Maria Santissima. Pregavo. 
L'ho vegliata e amata, ridotta com'era - e sapeste, com'era. Mi sono disperato vedendola così.
Le stavo accanto. Non avrei rinunciato a un secondo della sua presenza su questa terra, nemmeno all'ultimo. 
Era mia moglie.
Lasciatela a me, avrei detto a chiunque. Anche a Dio.

Lasciatela a loro, Eluana: alle suore. Non datela in pasto alla morte. Dimenticatela, andate legittimamente in altre regioni della vita: nessuno ve ne farà una colpa. 
Ma lasciatela a loro.

E' morta 17 anni fa, dice il medico. No, la morte è più di questo.

Ai miei amici che la pensano diversamente: capirsi non vuol dire darsi ragione. So dove può giungere il male. So cos'è la morte.

31 gennaio 2009

AD ALTEZZA DEL VOLTO di Pier paolo Gobbi


(Non potevo esimermi in una famiglia di scrittori ...E così è in arrivo il mio primo libro. Ve ne parlerò. Intanto un piccolo assaggio. Scusate la mia lontananza dal blog ma era per questo. Buona domenica!)


«Da mille e mille anni infatti
da che il volto umano parla e respira
si ha ancora l’impressione
che non abbia ancora cominciato
a dire ciò che è e che fa… »
A. Artaud (Le visage humain)

L’uomo ha sempre riflettuto sul corpo e sul rapporto con l’anima. Nel corso dei secoli il corpo è stato il luogo dell’esaltazione e del disprezzo, del sospetto e dell’ambiguità. Cos’è il corpo? Questa domanda riguarda l’identità profonda e il destino di ognuno, bisogna prima o poi rispondere. Se non si risponde a questo interrogativo si rischia di adeguarsi passivamente a una concezione corrente del corpo, dettata dalla moda, dai mass media, dalle urgenze del momento. Cos’è il corpo?
Il nostro corpo è fatto di un volto, di mani, occhi, bocca, cuore, cervello, orecchie, piedi. Con il corpo si nasce, si muore, si mangia, si ama, si abbraccia, si accarezza, si colpisce, si lavora, si dorme, si ride, si piange, si corre, si ascolta, si parla.
Il corpo è lodato, curato, esaltato, amato, venduto, disprezzato, umiliato. Anche il corpo del bambino non sfugge a questa realtà meravigliosa e a volte triste. Il rischio è di prestare al corpo un’attenzione eccessiva ed ossessiva, di spezzettarlo nelle sue parti, vedendole come “oggetti” da curare se si “rompono” o migliorare, magari di fronte all’inevitabile invecchiamento, smarrendo il suo senso globale, il valore di “relazione” con gli altri, l’apertura alla trascendenza che lo fonda. Solitamente è il tempo della malattia (nostra o di una persona amata), quello nel quale il corpo è “messo alla prova” e la domanda «che cos’è il corpo?», punge dentro di noi e cerca una risposta.

Anche le vicende di questi mesi, con l’acceso dibattito intorno al corpo e alla vita di persone colpite dalla malattia grave, che a volte chiedono di vivere , altre volte di morire, ci fanno comprendere come la “domanda sul corpo” sia importante: riguarda il valore dell’uomo, il suo destino, il senso della vita. Abbiamo visto bene come il corpo è con noi fin dal primo istante ed è ciò che ci dà “sostanza” dal punto di vista organico, neurofisiologico, psichico, affettivo, relazionale. La storia di ciascuno di noi è storia del suo corpo, che vive l’avventura del nascere e del morire, del crescere e dell’invecchiare, del mangiare, del giocare, del danzare, dell’incontrare e dell’amare. La propria storia, desideri, gioie, sofferenze, speranze ed attese, frustrazioni e vittorie, tutto è inscritto nel corpo.
Io “sono” il mio corpo ma anche io “ho” un corpo. Il corpo mi definisce e delimita, può anche chiudermi in me stesso. È l’apertura verso il mondo e gli altri, mi mette in contatto con ciò che sta “oltre” me. È qualcosa nel quale sono “dentro”, che posso toccare, sentire, misurare e distinguere da un altro corpo, ma non è facile definirlo.
Spesso in noi e nelle persone che incontriamo sembra più chiaro lo spirito! Non lo si vede e non lo si tocca, ma lo si avverte presente nel volto, negli occhi, nel tono del corpo, nella carica umana, nell’agilità del corpo, nelle sue realizzazioni. Pensiamo a una danzatrice: è il suo corpo o lo spirito che danza? Pensiamo al volto felice di un bambino: non è lo spirito che si affaccia in quegli occhietti ricolmi di luce?
Il corpo è anche il luogo degli opposti: è unico e ha bisogno degli altri, fa tutto ma non è tutto, conosce la bellezza e la salute, ma anche l’abbrutimento e la malattia, fino ad un istante di tempo preciso non c’era, ora c’è e un giorno non ci sarà più, vive in uno spazio e in un tempo ma non sa fino a quando, nè dove andrà domani. Mi muove e mi ferma, è attratto e respinto, parla e ascolta, con il suo stesso essere. Il corpo è la nostra in-scrizione originaria nel senso della vita ed è straordinario che ciò che sento come inalienabilmente mio non viene da me, non me lo sono dato: è ricevuto, è un dono al quale non posso aggiungere niente.
È relazione: appello a vivere con gli altri, grazie agli altri e per gli altri. Vivere la condizione umana è assumere e vivere la corporeità. Questa è anche la strada della crescita di ogni bambino: nasce dentro il corpo di un altro, cresce tra le braccia di un altro, si percepisce gradualmente “separato” attraverso la relazione con un altro corpo, se ne distanza per divenire un individuo autonomo e potersi relazionare nella libertà e autenticità.
Toccate o muovete la parte del vostro corpo che vi piace di più, che “sentite” di più. Cosa vi suscita, come ne parlereste? Io ho scelto di “sentire” il mio volto, me lo sono toccato e accarezzato. Che cos’è un volto? Il mio volto?
È una superficie corporea, dove si accostano armoniosamente gli occhi, il naso, la fronte, le guance, la barba da fare, il mento, le rughe che iniziano, ma esso è di più: «È il luogo unico in cui si trasgredisce incessantemente la distinzione tra materia e spirito, tra anima e corpo, tra forma e contenuto. Il volto è l’espressione dell’identità umana all’incrocio tra il visibile e l’invisibile».
A chi assomiglio? Nessuno ha esattamente il mio volto. Il volto è la mia identità.
Qual è l’esperienza originaria del volto che ho fatto da bambino? Il primo volto che ho visto è stato il volto della mia mamma. Anch’io sono esistito fin dal primo istante in questo “volto a volto”: l’uomo riceve il suo volto dall’altro, non vede mai direttamente il suo volto! Io mi vedo nel volto dell’altro, che, con il suo volto e lo sguardo mi accoglie o respinge, mi valorizza o disprezza, mi dà luce o mi rattrista.
Tutta la vita è quest’arte mai finita di fare del “volto a volto” una relazione “buona” , così da essere davvero all’“altezza del volto”, del destino di bellezza e di bene, che esso convoca nello spazio di ogni viso incontrato nella luce di ogni mattino. Altrimenti la vita è violenza, nelle sue mille forme.

Il volto è la “prua” del mio corpo e del mio spirito nel mondo, dove incontro l’altro e la realtà. Mi rivela e mi nasconde agli altri: la trasparenza del volto non è mai totale. Lo diciamo a volte a qualcuno: “Tu non mi conosci veramente”. E l’altro spesso risponde: «Ma come: sono trent’anni che ti guardo in faccia!».
Ogni balbettio sul volto umano sfocia nel mistero: il volto giunge a designare un “oltre” se stesso, è una breccia nel tessuto della realtà e lascia intuire la trascendenza di ciò che vediamo e sperimentiamo. Come scrive Anne Philippe: «Il tuo sorriso e il tuo sguardo, il tuo passo e la tua voce, erano materia o spirito? L’uno e l’altro, ma inseparabili».
Il volto non è né materia né spirito, ma la danza di entrambi indissolubilmente.
Per chi è cristiano poi, la vita è “buona” se il volto di Dio è rivolto verso di noi. Anche la speranza della resurrezione è narrata dalle Scritture come la speranza in un “faccia a faccia”, in un incontro, in cui finalmente lo vedremo come Egli è e anche il nostro volto ci sarà rivelato in pienezza.

Forse nelle icone russe intuiamo il destino dei volti: in quei volti di uomini e donne dipinti sulla foglia d’oro dello sfondo, che sembra accoglierli in una luce, che è quella di un tempo senza fine che ce li restituisce come volti “salvati” per sempre, rivestiti di corpi gloriosi, che hanno vinto la morte.
Anche osservando i volti gioiosi dei bambini si intuisce la stessa realtà, una promessa di vita piena.
Mi ha sempre colpito la frase del Vangelo di Giovanni: «Dio nessuno l’ha mai visto ma se ci amiamo è qui con noi».

Forse il volto è anche la memoria di questo e ogni atto d’amore che ci scambiamo nel “volto a volto”, ci rimette al mondo ogni giorno, genera vita ed è profezia del mondo finalmente senza la ferita dell’incomprensione, del male, del dolore.

17 gennaio 2009

I FATTI ROCCIOSI E GLI UOMINI VISIONARI di P.Paolo Gobbi

Daniel Lifschitz, Gerusalemme, città santa

Ho seguito con attenzione gli ultimi post belli e dolorosi sui fatti di Gaza, proposti da Lorenzo con il cuore ferito. Lo comprendo. E' che la guerra non perde mai il suo carattere osceno anche quando fosse necessaria o persino giusta. Pensavo che anche la nostra libertà, la vostra, la mia mentre scrivo, è nata dopo le bombe che hanno reso al suolo Dresda, negli ultimi atti della Seconda Guerra Mondiale. E' dura ma è così, i fatti sono rocciosi. Nascerà la libertà da queste bombe?
In queste ore sembra in arrivo una tregua unilaterale da parte di Israele e sembra che Hamas sia incerto. Parlare della questione israelo-palestinese è difficile, sopattutto farlo tenendosi aggrappati alla scivolosa linea dell'umanità e della pietà. Ma va anche detto chiaro qual'è la scena di fondo di ciò che accade, cos'è Hamas, che realtà delirante si muove sottotterranea intorno ad Israele, cosa vuole come unica ragione di esistenza. Ne parla con la consueta chiarezza, anche se non si è d'accordo su qualcosa o per niente, Giuliano Ferrara nel numero di Panorama oggi in edicola. Scrive:"Non odio i nemici ma penso che sia vile fingere che non esistano e non combatterli. Amo i bambini, perfino quel miliardo di bambini che stava per nascere e non fu accolto in società negli ultimi 30 anni, ma penso che sia vile esibire i loro cadaveri come trofei di buona coscienza. Quella di Gaza non è la guerra sporca dei bambini morti ammazzati, il disastro umanitario di un Israele spietato, Gaza non è Grozny, la capitale della rivolta cecena, quella non è una guerra coloniale in ritardo di mezzo secolo, non è nemmeno la battaglia di Algeri fra una vecchia potenza d’oltremare e un movimento nazionale di liberazione, Gaza non è un campo di concentramento (come dice il cardinale), Gaza è la fortezza terrorista di cui si è impadronita Hamas. Hamas, come Hezbollah e come il potere mandatario prenucleare di Teheran, è votato allo sterminio degli ebrei. I capi di Hamas, di Hezbollah e di Teheran negano Israele, negano gli ebrei, negano perfino gli ebrei morti nei campi di concentramento, quelli veri. È su questa base che hanno impostato non solo il loro statuto, la loro dichiarazione di principi, ma tutta la loro vita associata, non soltanto quella del braccio militare incaricato di lanciare razzi sulla popolazione civile innocente del sud di Israele. È questo odio assassino che insegnano nelle loro scuole, è questa la loro scuola quadri, questa la loro propaganda, queste le idee di martirio, di testimonianza per la morte, alle quali cercano di legare il loro popolo fin dall’infanzia.Ma gli ebrei che Hamas vuole liquidare non sono soltanto gli ebrei, il popolo dell’Antico Testamento. Gli ebrei che il nemico vuole uccidere siamo noi stessi, la nostra radice, l’Occidente mescolato con le più diverse etnie, la democrazia, le libertà civili, l’emancipazione delle ragazze e delle donne, la fede che storicamente l’Islam vuole sottomettere e anche il rischio della secolarizzazione, della libertà religiosa, insomma della miscredenza non tollerata dal Corano.Invece di prendere atto tragicamente di questa realtà profonda, di pesarla nella sua drammatica eco religiosa, di misurarla per quel che è oltre ogni edulcorazione, e di legare a essa il giudizio sulle cose che effettivamente accadono, comprese le guerre per espugnare la fortezza terrorista e piegare chi la usa come rampa di lancio contro la popolazione ebraica; invece di affannarsi intorno alla nuova verità del Medio Oriente combattente, molti politici e intellettuali italiani preferiscono lavarsene le mani e usare vecchie categorie politiche della storia del movimento anticoloniale. Per colpire Israele come simbolo di potenza, di ricchezza, di tecnologia, di arroganza imperialista ci si risolve a cancellare Hamas, a snaturarlo, a descriverlo come un gruppo militante per l’indipendenza nazionale, come una filiera di resistenti all’oppressione e all’occupazione. E magari le cose stessero davvero così, prima o poi questa guerra infinita imboccherebbe la strada di un negoziato razionale e registrerebbe i mutamenti occorsi in tutto il mondo, dove se non sbaglio la colonizzazione è finita da un pezzo.Ma non è così. Hamas, Hezbollah e Teheran sono la grande e tragica novità della fine del Novecento, sono l’emergenza di una nuova frattura a sfondo religioso, una frattura tra mondi incomponibili alla frontiera dei quali sta il piccolo stato degli ebrei, una frattura che l’11 settembre avrebbe dovuto rendere evidente per tutti".
Questo è il punto e non si può dimenticarlo. Ovviamente queste considerazioni non spostano di un millimetro la tragedia che accade e i tanti innocenti che muoiono mentre volevano solo vivere in pace. Però proprio loro ci obbligano ancora di più a riconoscere la rocciosità dei fatti di questa terra di Dio, senza pace. Ma anche ci chiedono di coniugarla con la capacità di uno sguardo visionario, che veda possibile la pace contro ogni speranza, che veda la luce anche dentro quei tunnel sotterranei scavati dai terroristi per portare bombe e morte, che mantenga la ragione e la pietà nei sotterranei dei cuori israeliani e di noi, che da qui siamo sempre incapaci di comprendere davvero le cose.

Un uomo che era capace di questo sguardo "visionario" anche davanti ai fatti rocciosi del male fuori e dentro ogni uomo, è morto in questi giorni: è Olivier Clement, un famoso teologo ortodosso. Molte sue opere sono tradotte in italiano e per ricordarlo, sono andato a riascoltare la sua voce. Scrive ne "Il potere crocifisso": " Dobbiamo allora perseverare. Oggi tutto ciò che è essenziale sembra sotterraneo, come la grotta della natività, come la grotta del cuore. Bisogna che lo sia. Bisogna che il Dio della libertà e della gioia s'incontri con l'uomo postmoderno, che è adulto e nel contempo non accetta di esserlo, che è potente e insieme disperato, nel punto più segreto della sua angoscia e del suo desideri. E' il grido profetico di Karamazov condannato al bagno penale, a lavorare nei sotterranei, anche quelli dell'anima, condannato per un crimine che a consumato senza commetterlo, come tutti noi: Se si scaccia Dio dalla terra, lo incontreremo sotto terra...Allora noi, gli uomini sotterranei, intoneremo nelle viscere della terra un inno tragico al Dio della gioia. Viva Dio e la sua gioia! Io lo amo!".

08 gennaio 2009

UNA PREGHIERA SU HAHARETZ di Lorenzo Gobbi

Leggo sul quotidiano israeliano Haharetz questa preghiera:

A Jew's prayer for the children of Gaza

By Bradley BurstonHaaretz


If there has ever been a time for prayer, this is that time.

If there has ever been a place forsaken, Gaza is that place.

Lord who is the creator of all children, hear our prayer this accursed day. God whom we call Blessed, turn your face to these, the children of Gaza, that they may know your blessings, and your shelter, that they may know light and warmth, where there is now only blackness and smoke, and a cold which cuts and clenches the skin.

Almighty who makes exceptions, which we call miracles, make an exception of the children of Gaza. Shield them from us and from their own. Spare them. Heal them. Let them stand in safety. Deliver them from hunger and horror and fury and grief. Deliver them from us, and from their own.

Restore to them their stolen childhoods, their birthright, which is a taste of heaven.

Remind us, O Lord, of the child Ishmael, who is the father of all the children of Gaza. How the child Ishmael was without water and left for dead in the wilderness of Beer-Sheba, so robbed of all hope, that his own mother could not bear to watch his life drain away.

Be that Lord, the God of our kinsman Ishmael, who heard his cry and sent His angel to comfort his mother Hagar.

Be that Lord, who was with Ishmael that day, and all the days after. Be that God, the All-Merciful, who opened Hagar's eyes that day, and showed her the well of water, that she could give the boy Ishmael to drink, and save his life.

Allah, whose name we call Elohim, who gives life, who knows the value and the fragility of every life, send these children your angels. Save them, the children of this place, Gaza the most beautiful, and Gaza the damned.

In this day, when the trepidation and rage and mourning that is called war, seizes our hearts and patches them in scars, we call to you, the Lord whose name is Peace:

Bless these children, and keep them from harm.

Turn Your face toward them, O Lord. Show them, as if for the first time, light and kindness, and overwhelming graciousness.

Look up at them, O Lord. Let them see your face.

And, as if for the first time, grant them peace.



Anche la cantante Israeliana Noa ha scritto una lettera ai cittadini di Gaza: si trova seguendo il link

07 gennaio 2009

PER UN'IDEA DEI FATTI

Alcuni link per un'informazione corretta e tempestiva su ciò che sta esattamente accadendo in Israele e a Gaza:

06 gennaio 2009

Ha-Tikvah (la speranza) di Lorenzo Gobbi



L'inno di Israele, in alto: La speranza, si intitola. Dice: "vivere liberi sulla nostra terra".

Tre anni fa, più o meno a quest'ora, ero con mia moglie appena oltre la New Gate di Gerusalemme, dal lato della strada, e aspettavo lo shàtul (cioè il taxi collettivo) che ci avrebbe portato a Tel Aviv, all'aeroporto. Stringevo i taccuini da cui sarebbe nato, per le edizioni Unicopli, il mio Gerusalemme nella memoria di Amos Oz - o meglio: la seconda parte, perchè la prima era già pronta.

C'erano pattuglie ovunque, a Gerusalemme: canna a mezza altezza, dito sul grilletto. Sharon era in coma, tutto poteva accadere. Di fronte a qualunque negozio, uomini armati, metal-detector, open your bag, please... ok, thanks, anche per comprare un paio di panini; armati e metal detector a opgni fermata dell'autobus; molti mendicanti, israeliani e di mezza età, nel centro europeo e commerciale di Gerusalemme, discreti, timidi - in Jaffa Street, in Saint-George. In King David Street, e per la Via Dolorosa, verso l'Ecce Homo e l'Austrian Hospice, la discesa rapida di ebrei ortodossi  (tutto a Gerusalemme è in salita o in discesa, dipende dal punto di vista) tra le botteghe degli arabi, nel loro vociare ininterrotto, verso il Muro occidentale del Tempio: notavo come gli arabi alzassero gli occhi appena dai dolci, dalla biancheria, dal vasellame, dalle scarpe che vendevano e guardassero come nel vuoti là dove gli ebrei scendevano, come se nulla vi fosse; e come gli ebrei andassero frettolosi, sguardo fisso in avanti, senza vedere nessuno. Così, raramente i soldati di pattuglia scambiavano due parole con qualcuno, prendevano un dolcetto o un falafel, nulla: tutti erano compresenti in uno spazio dal quale ciascuno escludeva l'altro, che pure era presente e che lo escludeva in pari grado - dentro di sè, almeno.

Tornando da Betlemme a Gerusalemme sull'auto di un'amica giornalista (guidavo io), ben identificabile come international press, ci siamo trovati in mezzo a diverse camionette cariche di uomini per lo più giovani, con bandiere verdi spiegate e mitra spianati verso l'alto, felici della probabile morte di Sharon...

Facile passare il muro con il passaporto italiano e un'auto con scritto vatican broadcasting; facile rientrare, poi, la sera o il giorno dopo, verso Gerusalemme e il Latin Patriarchate: una breve attesa, due domande di rito, un'occhiata più attenta ai passaporti, due parole nel ricevitore radio, ken (sì), shalòm, todà (grazie), shalòm, il varco si apre, primo varco e secondo, todà, shalòm.

Cosa c'era, di là dal muro? A Betlemme, e intorno? Una povertà senza scampo, senza speranza. Questo c'era: l'assenza di speranza. Padre Ibrahim Faltas lo confermava, assieme agli altri francescani di Betlemme, se i nostri occhi fossero stati poco attenti.

Eravamo stati a casa di Amos Oz, pochi giorni prima, ad Arad, nel Neghev. Oz non si stanca di dire che Israele deve tornare ai confini del '67, che bisogna fare due stati, liberi e diversi, che è assurda questa lotta tra due vittime, tra due popoli senza terra. 

I Palestinesi, è vero, sono gli ebrei del mondo arabo. Nessun paese arabo li ha voluti, nessun paese arabo li vuole. L'arrivo degli scampati alla ferocia europea li ha travolti (insostenibile, per me, La porta del sole di Elias Khuri, Einaudi: meglio i saggi storici di Benny Morris), senza aiuto. Una dirigenza corrotta li ha ulteriormente impoveriti e privati di speranze, un decennio dopo l'altro.

Hanno votato Hamas, pochi giorni dopo il mio rientro in Italia - Hamas vuol dire anche assistenza sanitaria, ambulatori, medicine, pensioni, viveri, vestiti. Hamas manda il proprio medico da chi per settimane è rimasto in coda al varco con Israele, malato di cancro, e per 15-20 volte, dopo ore di attesa, si è visto rispedire indietro, alla propria casa senza medicine, al proprio dolore che cresce e che nulla, a Gaza, può placare. Hamas vuol dire anche terrorismo, kamikaze, odio verso Israele, vicinanza all'Iran, armi, razzi, missili, certo: nessuno può negarlo. 

Israele non è un incidente della storia: su questo bisogna essere chiari. 
Eppure, vedere in azione oggi  questa macchina da guerra che fa strage bel al di là di un aragionevole salvaguardia della sicurezza fa pensare che nulla sia rimasto di ciò per cui Israele è nato: nulla dell'ha-Tikvah (la speranza) di allora. O ben poco.

Costellando di insediamenti quella che i libri di testo israeliani e le cartine ufficiali chiamano ora Samaria, e che per gli accordi internazionali è cisgiordania, Israele si sta suicidando. La cis-giordania è un territorio affidato all'ANP, ma che l'ANP non controlla se non in minima parte: gli insediamenti (settlement) israeliani sono ovunque, e crescono ogni giorno: la cartina va aggiornata ogni mese. Settlement significa espropriazione di terreni e abitazioni senza indennizzi dall'oggi al domani, recinzione, costruzione di fortezze ad uso abitativo, collegate agli altri settlement da strade blindate che solo i veicoli israeliani possono percorrere - in barba a qualunque diritto di proprietà o a qualunque accordo internazionale: anche se quello è territorio assegnato all'autorità palestinese dagli accordi che Israele ha sottoscritto! E le strade isolano i villaggi palestinesi e le parti del territorio dalle altre, così che per raggiungere un punto distante 1 km i palestinesi devono percorrerne decine tra posti di blocco, ecc. 

Il territorio palestinese, ormai, non esiste più, esiste sempre meno - lo stesso accade a Gerusalemme est. Gaza è una prigione a cielo aperto, nella quale l'assenza di emergenza umanitaria dipende dall'ignavia di chi deve giudicare quando si può parlare di emergenza umanitaria.

Si fa, ma non si dice. Israele vuole ufficialmente la pace, tratta, offre, ritira i coloni da Gaza - ma al ritiro di Gaza cono corrisposti decine di insediamenti in Cis-giordania, nuove strade esclusive, nuovi territori occupati (cioè, invasi semplicemente e colonizzati) da Israele. Di questo non si parla. Nei nostri Tg e sui nostri giornali, almeno.

Amo profondamente Israele. 
Penso che stia agendo in modo orribilemente doppio e confuso, ingiusto, violento: empio, direi, questa è la parola esatta. 
Che stia pregiudicando non solo il proprio futuro, ma la propria identità. 
Che stia tradendo quell'ha-Tikvah, quella speranza che l'ha fatto nascere e senza la quale non ha futuro.

Metterà in riga l'Iran (che mi sembra il principale destinatario dell'operazione in corso, come interlocutore occulto), lancerà messaggi precisi a Giordania e Siria, costringerà la nuova amministrazione americana a partire in un certo modo nei confornti del Medio-oriente, vedrà la bandiera di Israele sventolare su altri territori da rivendicare quando si affronterà la questione dei confini definitivi dello Stato, salverà la gente di Sderot dai razzi hassam, ripristinerà la fama di invincibilità dell'esercito isrealiano che la guerra del Libano aveva incrinato...
Molte cose porterà questa guerra attentamente preparata. Ma non saranno solo doni quelli che Israele ne ricaverà.

I Palestinesi potranno avere, sotto certi punti di vista, tutti i torti della terra, per carità. Hanno rifiutato questo e quello, sono stati ambigui in questa e in quell'occasione, ecc. ecc. , hanno votato Hamas, si fanno esplodere, odiano Israele: tutto vero, tutto come si vuole.
Ma il bilancio dei morti, anche ieri, era di 600 a 1. 
Questi morti, che non erano tutti miliziani di Hamas in assetto di guerra, peseranno come un macigno sul futuro di Israele, più di altri - e non solo sulla coscienza dei dirigenti di Hamas, che mettono i loro uffici e le loro strutture là dove più folte sono le abitazioni civili (cosa facile, del resto, nel territorio più densamente popolato del pianeta).
Questi morti radicheranno Hamas nei territori palestinesi; sorgeranno a svergognare ogni tentativo futuro di pace; sorgeranno a dire che Israele non vuole la pace, ma costruisce giorno dopo giorno la grande Israele, a insinuare il sospetto che Israele voglia il confronto dei muscoli e nulla più, e che Israele cerca solo e unicamente la ragione del più forte, perchè lo è; che l'esistenza di Israele implica lo sterminio dei palestinesi, e non può vivere senza questo; che Israele è un oppressore spietato, con il quale non si tratta. Sorgeranno ad armare gli arabi di Francia contro gli Ebrei di Francia - e sarà solo l'inizio.

Volevano altro, questi morti: alcuni volevano la guerra contro Israele, e la perseguivano metodicamente; altri volevano allevare i propri figli, o giocare, o lavorare, e nient'altro. Gli ultimi erano la maggioranza. Tra la loro speranza e quella degli scampati dell'Exodus non c'è poi molta differenza...

Amo Israele. Ricordo i tanti amici, le loro storie. So come e perchè è nato. Misuro la cattiva coscienza dell'Europa.

Rinnovo la mia stima a Amos Oz, a Benny Morris, a David Grossman e a chi come loro tenta ogni giorno, con trepidazione e angoscia, di formulare ipotesi ragionevoli di costruzione del futuro. 

Penso ai cristiani di Terra Santa - per noi, questo è la terra che Israele e ANP si contendono - e quanto sia assurdo che l'unica città completamente murata al mondo sia quella nella quale è caduta per sempre ogni barriera tra gli uomini: "non c'è più nè giudeo nè greco...", dice Paolo di Tarso.

Posso solo pregare con loro. Non è che sia poco.

31 dicembre 2008

UN LAVORO COMUNE di P.Paolo Gobbi


"In luoghi abbandonati / Noi costruiremo con mattoni nuovi / Vi sono
mani e macchine / E argilla per nuovi mattoni / E calce per nuova calcina /
Dove i mattoni sono caduti / Costruiremo con pietra nuova / Dove le
travi sono marcite / Costruiremo con nuovo legname / Dove parole non
sono pronunciate / Costruiremo con nuovo linguaggio / C'è un lavoro comune /
E un impiego per ciascuno "

( T. S. Eliot, Cori da La Rocca)

A ciascuno il mio augurio per l'anno nuovo che inizia.

27 dicembre 2008

PERCHE' NO? di Lorenzo Gobbi

Scrivevo così, diversi anni fa:

Chissà se torneranno
le parole donate, se vorranno
apparire in altre forme:
c'è una voce sola ovunque
che riprende, come un vento carico,
sospeso sugli abeti.
(Nel chiaro del perdono, Book Editore, Bologna 2002, p. 31)

Anche oggi mi chiedo: perchè no? Ancora,

Penso che sia stata pronunciata
la parola semplice, la sola
che ci ascolti intimamente
senza dire, della stessa materia
della luce.
(ibid., p. 28)

Forse, solo la rete, oggi, può restituire le parole scritte alla loro funzione originaria: creare ponti e corrispondenze tra persone, e favorire così uno scambio di doni. 

Per questo sono contento che Pier Paolo porti avanti questo blog al posto mio, come già fa: è qualcosa di bello e di buono, se vogliamo riconoscere il valore di queste due parole così semplici.

Per questo, anche, ho pensato di raccogliere a poco a poco, in un altro blog, alcuni miei testi letterari rari (pubblicati in volume ma ormai esauriti o difficilmente reperibili) e inediti: perchè diano gioia, se ciò è possibile, a chiunque vorrà incontrarli. Aggiungerò qualche conferenza, qualche articolo disperso, qualche riflessione ogni tanto (ma niente attualità...); si tratta, per lo più, di poesie e racconti - in parte, appunto, già pubblicati ma introvabili da tempo; in parte, invece, inediti.

Li offro, semplicemente: disarmati e gratuiti. A chiunque li accolga, un augurio di bene.

Il nome del blog è:
Nel chiaro del perdono 

(è il titolo della prima raccolta di poesia che ho pubblicato, ora esaurita, il cui testo inserirò presto con il permesso dell'editore Book).

L'indirizzo è
http://lorenzogobbi.blogspot.com


20 dicembre 2008

CON I NOSTRI OCCHI di Pier Paolo Gobbi


"Amici" di questo blog, avevo preparato un piccolo augurio per voi, nell'avvicinarsi del Natale. Ma questa mattina tra la posta ho ricevuto il giornalino di Romena (www.romena.it), dedicato al tema di "Abitare la vita". Bello, come al solito. Ospita anche uno scritto di Angelo Casati, un prete milanese, che già vi ho atto incontrare (nel post del 18 aprile 2008). Ho deciso di lasciare a lui la "parola", anche perchè lo sapete che questo blog è "fatto"in gran parte, da parole, incontri, volti degli "altri". In fondo accade così anche per la vita di ciascuno di noi. Riconoscere e auguraci questo, è già "abitare la vita". Buon Natale!


STORIE DI PADRI, MADRI E BAMBINI di Angelo Casati ( http://www.sullasoglia.it/)
Oggi scrivo di padri, di madri e di bambini. E non solo perché le sere stanno allungando le ombre e l'aria odora, come già fosse vigilia di Natale. Scrivo di padri, di madri, di bambini perché questi miei giorni sono affollati di volti. Di padri, di madri e di bambini.Oggi mi sono incantato, ultimo e non ultimo di innumerevoli incantamenti, per come Stefano teneva tra le braccia Maddalena, la sua piccola cucciola, e per come Elisa, la madre, la teneva negli occhi neri. Dopo giornate a sapore di attese e di nascite, di grembi colmi e di sconfinamenti alla luce di bimbi. Dopo visite in chiesa di giovani donne incinte, a rischio di nascita, che affidano un grembo alla tua preghiera -mancano pochi giorni, mancano solo ore- ecco ora gli annunci che bucano lunghe attese: è un bimbo, è una bimba, è una coppia di gemelli. Ora tutti messi alla luce e hanno un nome. E anche lui, come tutti, ed era figlio di Dio, messo alla luce, lui che era la luce, dopo avere abitato nove mesi di tenerezza d'ombra. Anche lui in un gesto di affidamento, che è la vita. E ci furono mani quella notte, ci furono fasce e la mangiatoia. Come se Dio non avesse chiesto di più per nascere. Come se volesse insegnare che la vita è consegnarsi ad una promessa. Se non ti affidi, muori in un grembo. Se, prima di uscire alla luce, vuoi il programma, non uscirai mai. Esci affidandoti. "È uscita" dice Stefano "e ci guardava, senza piangere, dritto negli occhi."Senza un atto di fiducia rimaniamo nel grembo. Senza un atto di fiducia nella vita, la vita senza aggettivi, la vita così come accadrà. Insegnamento prezioso che sta nell'umido degli occhi di ogni bambino, in quello sguardo senza ombre e senza pretesa. Insegnamento urgente per un tempo come il nostro che sta segnalandosi come la stagione di una accentuata diffidenza, come la stagione del calcolo esasperato, del controllo ossessivo. Anche per questo le barche rimangono a riva. Non si accetta l'avventura di traversate a rischio di vento e di flutti, a rischio dell'imprevedibile. A riva, le vele afflosciate, senza respiro di vento, senza trascinamento di passione.Mi sembra oggi di leggere una sorta di esitazione a confidare, ad abbandonarsi. Non voglio entrare nei motivi di questo disagio che sono molteplici e possono avere anche una loro serietà. Può essere una sfida lasciare il sicuro, la terra in cui stai, il paese conosciuto, per un viaggio che non puoi immaginare. Abbandonandoti. Ma immaginiamo come sarebbe triste, triste e spenta, una generazione che si muovesse solo a una condizione: avere una garanzia in mano. La vita, dicevo, ha nel suo "dna" l'abbandonarsi. Gesù ci propone il bambino, non certo per la sua innocenza che non potremmo imitare, ma per la sua capacità di abbandonarsi. È così che si cresce nella vita. Se da piccoli non ci fossimo affidati, saremmo ancora al nastro di partenza. È dando fiducia che noi cresciamo e viviamo. Viene dagli occhi umidi dei bimbi questo invito a lasciare, a rischiare, ad aver fiducia. Pena l'intristirsi in un porto da cui non si ha mai il coraggio di salpare.

Ma la Nascita, le nascite ci fanno chini anche su un altro mistero, quello delle fragilità. Su un mistero di fragilità si chinarono nella notte Maria e Giuseppe. Ogni madre e ogni padre chini, come ad adorare una vita che è soffio in pochi palmi di mani, le tue mani. Sfiori e quasi è paura di stringere, tanto la carne ha segno di debolezza. Ma il mistero della fragilità, che abita ogni nascita di un cucciolo d'uomo, si inarcò a dismisura, la notte delle notti, e sembravano chinarsi i cieli in un trasalire di stelle. O era forse dare nomi di cieli e di stelle al trasalire degli occhi e del cuore che navigavano nel mistero delle notte? Mistero di una fragilità umana sposata da Dio. Che Dio avesse scelto per la sua visita alla terra non la modalità fragorosa e solenne, accecante, privilegio degli dei pagani, ma l'ingresso nel segno della debolezza e della fragilità, era sì segno da far stupire gli occhi e il cielo.Da quella notte Dio diede appuntamento nella fragilità degli umani. Purtroppo lungo i secoli si persistette a cercarlo da altre parti, anche le chiese lo cercarono e ancora lo cercano da altre parti, nel segno di modelli vincenti, in modelli disumani di perfezione. Ma è perdere l'appuntamento. Che è nella debolezza e nella fragilità.Non vergognartene. Né della tua né di quella degli altri. Dio l'ha sposata, sposata per sempre, quella notte. E tutta la vita, la sua - leggi il vangelo - fu un chinarsi sul mistero della fragilità. Ha dato appuntamento, non cercarlo altrove, mancheresti l'appuntamento con Dio. Che è nella fragilità della carne di un neonato. Guardalo, non occorre altro per amarlo. È ancora nudo dei mille orpelli umani, non ha altro titolo che quello di un essere umano, un titolo che appartiene a tutti, il vero grande titolo, il solo che Dio ha onorato. Ogni essere umano da onorare dunque nella sua fragilità e debolezza, da amare nudo, per come è, soffio del vivente in una fragile tenda di carne.Non ti è chiesto altro, non altri prerequisiti, perché tu possa chinarti e adorare il mistero. Anche questo è un insegnamento urgente, in controtendenza in stagioni di disprezzo o di obnubilamento del rispetto. Sacro per ogni creatura. Va custodita una luce negli occhi. La Nascita, le nascite raccontano, ogni volta che accadono, questo mistero di una fragilità d'amare, di cui prendersi cura, da custodire. Sembra che la Nascita, le nascite indichino una strada. I cuori si aprono e si raccontano se ti fai vicino, se il tuo volto non dice estraneità, lontananza o, peggio ancora, accusa, ma vicinanza.La nascita, nella notte delle notti, racconta la vicinanza di un Dio che ha sposato la nostra fragilità. Quella vicinanza solleva. Creare vicinanza sembra essere invito buono, profumo di pane nei nostri inquieti giorni. Non sempre, quasi mai, ci sarà dato di togliere dalle spalle dell'altro il peso della vita. Neppure a Gesù riuscì tanto! Non sempre poté i miracoli, ma sempre raccontò con i suoi occhi la vicinanza. Ora tocca a noi raccontarla. Con i nostri occhi.

13 dicembre 2008

Ed ora accadrà una cosa nuova

Arcabas. Annunciazione

Si avvicina il Natale e nella sera del sabato vorrei riascoltare con voi "L'annuncio sui pastori" di Rainer Maria Rilke, tratto da "Vita di Maria", a cura di L. Gobbi e N. Nicolis, Edizioni Qiqajon).
Buona domenica!


Guardate in alto, uomini. Uomini là, vicino al fuoco,
voi che il cielo stellato conoscete e le stelle
comprendete - qui, qui! Guardate: sono una nuova
già nascente stella. Tutto il mio essere arde -
e con forza tale risplende, che il profondo firmamento
non è più per me abbastanza. Lasciate ch'entri il mio
splendore
nella vostra esistenza: oh, gli oscuri sguardi,
i cuori oscuri - notturni destini
che vi colmano. Pastori, come sola
sono io dentro di voi. Per me uno spazio
all'improvviso esiste.
Non stupite: il grande albero del pane
lasciò cadere un'ombra. Sì, l'opera fu mia.
Voi coraggiosi, oh se sapeste
come sul vostro contemplante volto
il futuro ora risplende. In questa forte luce
molte cose potranno accadere. A voi lo confido, perchè
siete discreti: a voi che con intensità credete
tutto parla in questo luogo. La calura parla , la pioggia,
la migrante schiera degli uccelli, il vento e ciò che siete
nulla predomina nè cresce intorno a un vano scopo,
nutrendosi di sè soltanto. Non trattenete voi
le cose dentro il petto, in chuso spazio,
per tormentarle. Come trova il Suo desiderio
attraverso un angelo lo sbocco, così urge in voi
ciò che è terrestre. E se un roveto
ha dato fiamme all'improvviso, ancora potrebbe da esso
l'Eterno chiamarvi - i Cherubini,
quando vollero accanto al vostro gregge
andare oltre, non riuscirono a meravigliarvi:
sul vostro stesso viso vi prostraste,
pregaste e diceste che questa era la terra.

E così era. Ed ora accadrà una cosa nuova,
e per essa il cerchio della terra crescerà lottando.
Ma per noi, cos'è un roseto: Dio nel grembo d'una
vergine
se stesso riconosce. Io sono il chiarore
dall'intimo di lei che vi accompagna.

08 dicembre 2008

UN CESTO, PER PARTIRE E PER RESTARE di P.Paolo Gobbi


Era minuta , sposata al violino, al silenzio e a mio fratello Lorenzo.
Ci siamo incontrati poco, poi un male grande l’ha portata via.
Dieci anni sono passati, proprio oggi che è l’Immacolata.
Ricordo un’estate nel mare dell’isola, il fresco dell’acqua più bella che mai ho sentito, i corpi leggeri di pesci e creature.
Il male sembrava impossibile anche solo a pensare.
Poi gli ultimi giorni, i suoi occhi scuri sul risvolto bianco del lenzuolo e un corpo vicino, quattro mani intrecciate
come un cesto per chi deve partire, per chi deve restare.
Cosa ci fosse dentro non so, né chi l’ha tenuto con sé.
A volte la sera scrivevo qualcosa, come piccoli frutti di parole per quel cesto, per chi deve partire, per chi deve restare.

(I) - Per Paola

Come sposo

Lo so
che il male urta
contro il vivo
lo umilia, lo rapina.
E non salva la parola
nelle notti di tubi
che sei sola e preghi
che finisca presto
questa attesa di ritrovare
il bene che fu speso,
e un volto dentro gli occhi
come sposo


Ora

Nevica il ricordo
ora
che ti hanno rinchiusa
nel buio che amavi
liberare.

Perdona anche tu
ora
che il tempo
per te
è scivolato
ai lati
della luce

(II) - Per Lorenzo

Al ritorno (per Lorenzo)

Si sporge
il dolore
sul ciglio bianco
del tempo

attende
il rumore
di passi leggeri
al ritorno

Sarà (resurrezione)

Sarà una festa
di piedi nudi
sulla neve
caldi e ancora lesti
come cerbiatti
che l’ombra
del bosco
ha liberato

- III -
Avere
parole
come orecchie
e poi silenzi giunti,
quieti come i larici
del bosco
dove ora
nevica la gioia,
al tempo
che fu esatto
dall'inizio

29 novembre 2008

L'UNICA LUCE CHE CONTA di Pier Paolo Gobbi


E'arrivata la neve sulle colline che vedo dallo studio dove scrivo. Qualcosa è sceso dall'alto e sembra un annuncio di qualcosa che deve accadere nel Natale che giunge. Domani per i cristiani inizia il tempo dell'Avvento, tempo dell'attesa, dell'invocazione e della memoria. Avendo il dono dei figli vivo con loro il presepe da fare in casa, il remagio che quest'anno la scuola ci chiede di costruire, le luci, i regali. E' bella la memoria di un bimbo che solo Dio poteva darci fatto così, tramite la terra del grembo di una donna. Ma l'attesa e l'invocazione sono anche per un'altra venuta, di qualcosa che sta davanti, ci viene incontro dal futuro. Quanto bisogno c'è difronte al male, vicino e lontano, di questi giorni , di attendere e invocare quel giorno che "quando verrà il Signore questo male pesante lui lo placherà nella bonaccia più grande e potremo narrare e ascoltare, finalmente". (D.Ciardi, da "Non basta la terra", ed. qiqajon).
Non so se siamo, se sono, più capace di attendere e domandare questo, non per una fuga dal tempo ma per coglierne almeno in accenno i suoi rimandi segreti, il suo destino di vita e di luce che ci è stato promesso.
Diversamente, dei nostri amori belli e di quelli lasciati a metà, delle nostre relazioni sempre imperfette, dello scandalo del male che facciamo e subiamo in tutti i suoi volti, della bellezza che incontriamo, che ne sarà se non aspettiamo più niente? Se il tempo è un viaggio verso il niente?

La neve sulle colline mi ricorda certi paesaggi di Morandi, le sue bottiglie e gli oggetti fermi, apparentemente inerti, ma animati dalll'interno da una vibrazione di luce segreta. A volte penso che quegli oggetti, che esprimono e attendono stando ognuno al suo posto ma vicini, in relazione tra loro, siamo noi. Chissà se per Morandi era così. Scrive P. Jaccottet in "La ciotola del pellegrino (Morandi)":
"Talvolta vi appaiono dei colori particolarmente austeri, invernali, di bosco e di neve, che daccapo ti fanno pronunciare la bella parola "pazienza", che ti fanno pensare alla pazienza dei vecchi contadini o a quella del monaco...la pazienza che significa aver vissuto, aver penato, aver resistito: con modestia, sopportazione, ma senza rivolta, nè indifferenza, nè disperazione; come se, dentro questa pazienza, si attendesse nonsotante tutto una sorta di arricchimento, quasi che la pazienza permettesse di impregnarsi dell'unica luce che conta".
Ho un'amica nuova che vive in montagna, dove la neve in uqesti giorni è caduta abbondante. Anche lei ha resistito nei giorni e attende l'unica luce che conta. A lei e a voi l'augurio che qualcosa accada.




22 novembre 2008

LA VITA CHE SALVI di Pier Paolo Gobbi


Fa freddo oggi a Verona, sembra arrivato il grande inverno.
Abito a 10 minuti di auto dalla casa dove due sere fa si è consumata la tragedia che tutti sapete: un uomo ha ucciso i suoi tre figli, la moglie e si è tolto la vita. Nessun biglietto, silenzio, inspiegabile, vita normale, bella coppia. Le solite cose, un rinnovato sgomento. Leggendo i giornali oggi pensavo a sabato scorso, quando in una libreria di Verona con un gruppo di amici ho passato un'ora a incontrare l'opera di Cesare Pavese in un incontro intitolato "Se trovassi un amico quest'oggi starei sempre qui". E' stato un bell'incontro e oggi pensavo a tutte le cose che volevo dire e ho taciuto. Pensavo al gesto di Pavese di togliersi la vita, al senso e al desiderio dell'amicizia. Perchè ci si toglie la vita, perchè toglierla ai più cari, chiudere tutto e tutti nel buio? C'entra con una disperazione profonda? E io per cosa resto vivo? Cosa vale la vita? E un amico cos'è?
Certo forse c'è un mare silenzioso di sofferenza psichica in molti volti che incontriamo e a volte nei più vicini. E' una pista. L'uomo è un mistero grande, ma quanta solitudine disperata c'è, quanta. Pavese si lamentava che nessuno si accorgesse della sua, ma anche sapeva che nemmeno lui poi si fermava tanto ad ascoltare quella degli altri che incontrava o più spesso evitava.
"Se trovassi un amico..." diceva Pavese, "tu sei solo e lo sai, ma non basti da solo e lo sai". Non so se l'amicizia può essere una pista di lettura, forse. Forse un nome dell' "attenzione". Non so se questa coscienza di non bastare da solo è già un gesto di preghiera, la rinuncia a chiudersi in sè e a credere di bastare a se stessi. Non so se può essere l'attesa di un incontro, che fa sentire parte di un senso più grande delle singole vicende, che ci possono capitare, belle o brutte. Intendo sperare insieme agli altri, attendere qualcosa, ogni giorno invocarlo nell'opera quotidiana sapendo che un altro ci attende la sera e ci abbraccia così come siamo, credendo che un Altro è al lavoro nel tempo...Non so, quest'anno il tema dell'amicizia lo sento presente. Penso agli amici che ho, a quelli che ho perso. Per caso ho incontrato ieri in una rivista un breve scritto di Davide Rondoni, proprio sull'amicizia. l'ho ritagliato e dice :
"Gli amici cambiano. Su alcune amicizie cala l'inverno, altre risplendono in piena luce di primavera. La vita può portare lontano. Cambiano le facce che frequenti. L'amicizia ha pochi volti fissi...il peggio non è cambiare amici ( ci possono essere buoni motivi per farlo, o necessità), il peggio è rimanere senza amicizia. Ma il problema di ogni amicizia è il tipo di legame. Il legame conta. Quello è l'amicizia: non la frequentazione, non la condivisione, non l'accordo. Gli amici cambiano il legame resta. Il problema è quando cambiano gli amici e non c'è nessun legame. E allora l'amicizia è solo una giostra. E dopo l'inverno non ci può essere primavera. I legami sono le radici delle foglie delle amicizie. Le amicizie sono i fiori di una capacità di legame. Il legame è la libertà coinvolta con tutto il mondo. La libertà che ha fame del mondo e lo rispetta. L'amicizia è un desiderio rispettoso dell'altro. Il legame tra l'anima e il mondo nutre il desiderio e nutre il rispetto. Se il legame con il mondo è di amore, le amicizie sono tante, mutevoli, nutrite. Sottoposte al mutare delle stagioni, ma mai nessuna è preda finale del Novembre e del Grande Inverno".

Solo il silenzio orante può accompagnare tre bambini, il loro padre e la loro madre verso l'incontro con il Volto, che spero ci sia. A noi restono i vivi, gli amici, i vicini. C'è tempo forse per essere "attenti", per chiederci di cosa è fatto il nostro legame con il mondo, c'è tempo per salvare una vita.
"La vita che salvi può essere la tua", così si intitola un bel racconto di Flannery O' Connor. E' la realtà delle cose: la vita che salvi nell'altro, se davvero la salvi, è sempre anche la tua.

16 novembre 2008

SI' SEMPLICE di Pier Paolo Gobbi


Avevo in mente di proseguire con le riflessioni sulla scuola. Ma sono i giorni di un fiume di parole intorno al corpo,alla vita e alla morte di Eluana. Ho letto finezze giuridiche, ipocrisie, entusiasmi, pensieri teologici, riflessioni laiche serie, racconti di vite che vogliono proseguire e altre che vogliono finire.
La cosa più brutta, comunque la si pensi, a me è parsa la prima pagina de L'Unità del giorno dopo la sentenza, con il titolo "Libera" e la foto di Eluana. Una tristezza.
Le parole più belle che ho letto sono quelle delle suorine della clinica, che da tanti anni accudiscono Eluana: "Se c'è chi la considera morta, lasci che Eluana resti con noi, che la sentiamo viva".
Poche parole, semplici, scolpite con delicatezza e forza.
Oggi non vince e non perde nessuno, non c'è da scegliere la parte giusta. Solo vorrei proporvi di sentire risuonare dentro di voi quel "libera" dell'Unità e le parole delle suore, che riassumo in un "sì semplice".
A me non riesce di non sentire un duro contrasto. Ma fate voi.
Una cosa simile deve aver sentito una donna che stimo, Marina Corradi, che su Avvenire ci dedica un articolo e ne da una lettura personale e interessante. Ve lo propongo in questo pomeriggio di una domenica, che sento più silenziosa del solito.

DA CHI LE VIVE ACCANTO IL LIMPIDO RICONOSCIMENTO D’UN FATTO ELEMENTARE ( di MARINA CORRADI )

« Se c’è chi la considera morta, la­sci che Eluana resti con noi che la sentiamo viva». Le parole delle suo­re della clinica di Lecco che da molti anni assistono Eluana Englaro stanno in undici righe (la sentenza della Cas­sazione che non ha ammesso il ricor­so contro la sospensione di alimenta­zione e idratazione alla malata è lunga invece ventuno pagine fitte di giuri­sprudenziale sapienza). È una ragione semplice quella delle suore, che sa dirsi in così poche paro­le, senza condanne, senza alcuna reto­rica: «Lasciatela a noi, che la sentiamo viva». Dove il 'sentire' non è sfumatu­ra sentimentale o pietosa, ma perce­zione elementare della realtà. Dopo se­dici anni di stato vegetativo, Eluana En­glaro respira tuttavia autonomamente, e vive del nutrimento e dell’acqua che le arrivano da una sonda. Nessuna macchina le ventila i polmoni o si ac­canisce a tenerla forzosamente in vita. In stato vegetativo, incosciente, tutta­via la malata – è un’evidenza – è viva. La ragione semplice di quelle poche parole pronunciate a bassa voce è qui, prima di tutto: nel riconoscimento lim­pido di un fatto elementare. Ricono­scono viva Eluana, le suore che da an­ni giorno e notte le stanno accanto in una stanza: testimoni di una malattia, una sofferenza, di una lontananza che nella sua drammaticità non può però negare l’evidenza di un respiro che li­bero persiste. Chiedono, le suore della clinica Beato Luigi Talamoni, che Eluana non venga fatta morire di sete e di fame. E anche qui, la semplicità delle loro parole è as­soluta. Ciò che molti chiamano «vitto­ria dello Stato di diritto», ciò che è pa­lestra sui giornali di abili argomenta­zioni, per bocca delle suore di Lecco si rivela nella sua scabra brutalità: mo­rirà, Eluana, di lento sfinimento, solo la mancanza d’acqua e di nutrimento potendo aver la meglio di quel suo o­stinato respiro. L’urto tra le undici righe – non una pa­rola che non sia essenziale – e la dotta complessità delle 21 pagine di diritto della sentenza, è netto. Ma che cosa sta dietro, e alla radice, di una tale divari­cazione di sguardo? C’è, nella trama li­neare dell’intervento delle suore, uno stare di fronte alla realtà data, all’og­gettività di un respiro autonomo, pure nel mistero di una coscienza apparen­temente per sempre perduta. C’è un inchinarsi davanti all’incomprensibi­le destino di una giovane donna, e la te­nace costanza nell’accompagnarla: la­vandola, vestendola, amandola come è, muta e assente, segno enigmatico di mistero e dolore. Dall’altra parte le ragioni del padre, ai cui occhi quella vita incosciente è un limbo di pena, una condanna infinita da cui proprio per amore, dice, vuol liberarla. Sennonché la vita, agli occhi del signor Englaro e di molti intolle­rabile, è tenacemente, spontanea­mente viva. In un modo agli occhi de­gli uomini contemporanei assurdo: che vita è, se non vede, non reagisce, non 'fa' nulla? Occorre liberare Elua­na dalla crudele schiavitù del suo stes­so respiro. Il contrasto dunque attorno a quel let­to d’ospedale è tra la ribellione di uo­mini che pretendono, perché vivere sia tollerabile, qualità della vita, salu­te, coscienza, libertà; e l’umiltà del servizio radicale, che non chiede ra­gioni, non contesta, non pretende standard di 'dignità' minima, e sem­plicemente riconosce e onora la vita. Il contrasto è in quelle scarne righe da Lecco che mitemente domanda­no: « Lasciateci la libertà di amare e donarci a chi è debole». In un tempo di dotti, di padroni di sé, di fieri ri­vendicatori di pretese e diritti, lo scan­dalo di un ' sì' semplice: capace di quattordici anni accanto a una giova­ne donna muta e dormiente, senza in cambio nemmeno una parola.

08 novembre 2008

IL TEMPO DEI SALMONI di P.Paolo Gobbi

Ho inteso questo spazio come un dono di "attenzione" , non di rissa culturale , politica, o luogo di rivendicazioni con pensieri e linguaggio che a me paiono in molti blog spesso preoccupanti, quasi al pari del "male" che denunciano...Ne hanno diritto se è questo che desiderano , se ne sono contenti, se li aiuta a trovare senso alla loro vita. Ma non sarà il caso di custodire con più cura anche i pensieri e le parole? Io vorrei e cerco che questo piccolo spazio sia un momento di speranza, un vuoto dove qualche riverbero della vita infinita dentro e fuori di noi, possa vibrare. Tutto qui.
Ma non vivo fuori dalla realtà, leggo tanti giornali, di tutti i colori, seguo i problemi del nostro paese, dibatto, lavoro, fatico e mi arrabbio, ascolto e difendo le mie idee. Poi a sera cerco, se riesco, di non credermi sempre nel giusto e credo e spero che tutti stiamo vivi dentro un amore più grande.
Oggi volevo segnalarvi che nonstante molti lamentino che l'informazione in Italia non goda di buona salute, ci sono in edicola due belle novità. A sinistra, Il riformista è diventato a 32 pagine, ha nuovi collaboratori tra i quali il "vecchio" Gianpaolo Pansa, che ha detto addio al grupo EspressoRepubblica (vorrà dire qualcosa?), vuole essere il quotidiano di una nuovo sinistra riformista e gli faccio tanti auguri perchè non la vedo e vorrei ci fosse ( in questo beati gli americani !). Poi a destra, il Giornale oltre alla grafica rinnovata si è aperto a collaboratori esterni, a persone che credono che anzichè lagnarsi sempre o individuare di volta in volta l'uomonero, sarebbe meglio darsi da fare e guardarsi dentro. Oggi sul Giornale ho trovato due begli interventi di Susanna Tamaro, scrittrice e persona di intelligenza autonoma, e di Peppino CAldarola, ex direttore de L'Unità, ex deputato Ds, uomo di sinistra, che non vuole fare il pecorone...Sono due interventi sulla scuola. Quando anche Repubblica inizierà ad aprirsi oltre il "pensiero unico dominante" nell'area, ve ne darò conto!
Nei prossimi giorni vi prometto articoli dal Riformista. Ne volevo parlare oggi io ma lascio loro la parola e vi invito a pensarci su...buona domenica!

Ragazzi, che errore difendersi dietro il capro espiatorio ( di Susanna Tamaro)
Qualche giorno fa ho incrociato uno dei tanti cortei che in queste settimane attraversano le strade di Roma. In testa al gruppo c’era un ragazzo che dal megafono invitava a ribellarsi alla «scuola dei padroni». Passando poi davanti al ministero della Pubblica Istruzione, ho visto scritte ingiuriose contro l’attuale ministro, mischiate a slogan che sembravano usciti dai giorni peggiori della mia giovinezza quando le spranghe, i lacrimogeni e le demonizzazioni erano all’ordine del giorno... La cosa che sorprende, e che addolora, è il constatare che, in quarant’anni, non sia stata elaborata una diversa capacità di osservare - e contestare - la società. In questi ultimi decenni il mondo, la tecnologia e la civiltà hanno subito una straordinaria e incontenibile accelerazione, la struttura della collettività è in continuo mutamento, così come lo è il mondo economico. Questo cambiamento epocale contiene in sé elementi positivi e negativi che andrebbero analizzati e compresi per evitare che la parte distruttiva prenda il sopravvento, minacciando la complessità più profonda dell’uomo. Cosa vuol dire oggi gridare contro alla «scuola dei padroni»? I nostri padroni - i futuri datori di lavoro dei nostri ragazzi - saranno probabilmente cinesi. E i cinesi, non avendo alle spalle l’ebraismo e il cristianesimo, possiedono una concezione della persona e della società non propriamente assimilabile alla nostra. Credo che i ragazzi di oggi abbiano tutto il diritto di essere furibondi ma non per il grembiulino e il voto in condotta, bensì per come sono stati trattati dalle generazioni che li hanno preceduti, perché fin da bambini le loro teste sono state riempite di ogni sorta di porcheria fino a renderli sempre meno capaci di un pensiero autonomo e critico. Hanno il diritto di essere arrabbiati, perché questa società ha pensato a loro solo come consumatori, come categoria da blandire e da sedurre, facendo loro credere che la facilità e l’immediatezza fossero i perni intorno a cui ruota la vita.Devono veramente essere indignati, ma per il mare di cinismo in cui sono stati fatti crescere, perché, per indolenza, per menefreghismo e per demagogia, è stato detto loro sempre sì, mentre per maturare, per diventare persone davvero adulte bisogna affrontare la selva dei no. Nessuno ha mai osato dire loro che la vita acquista senso nel momento in cui diventa costruzione e non intrattenimento. Dove sono gli adulti intorno a loro? Dove sono gli esempi, i modelli, le ragioni per cui un ragazzo può innamorarsi della vita e credere che vada vissuta con la totalità della persona e non rosicchiando qua e là modesti motivi di sopravvivenza? Ringraziando il cielo ci sono moltissimi educatori - genitori, professori, maestri - straordinari, ma sono persone costrette, come i salmoni, a nuotare contro una corrente che si fa sempre più impetuosamente devastante. Lo spirito di questi tempi - uno spirito che è sempre esistito perché fa parte della natura dell’uomo ma che ora è ancora più amplificato dalla onnipotenza irrefrenabile dei mass media - è quello del capro espiatorio.
Ciò che tiene in vita la nostra società è ormai soltanto lo scagliarsi contro. I demoni si susseguono all’orizzonte come i pupazzi ruotanti di un tirassegno, sempre diversi e sempre uguali. Per finire nel loro novero, basta farsi estrapolare, da un discorso complesso, alcune frasi politicamente scorrette e darle in pasto alla malevola onnipotenza dei media. Ed ecco il nemico quotidiano è servito e, confortati dal calore collettivo, ci possiamo scagliare contro di lui, sentendoci così nobilmente superiori e protagonisti di un profondo rinnovamento positivo della società. Cambiano i volti dei pupazzi, cambiano gli abiti e le tonache, ma il furore irragionevole che monta è sempre lo stesso e sempre la stessa è la certezza che solo eliminando quella persona si avrà una società più giusta. E dietro questi furori indignati, dietro queste invocazioni alla salvezza della civiltà e del progresso, si intravede purtroppo sempre l’ombra del muro, del cappio, della folla o del singolo pronti a fare giustizia. Che civiltà è una civiltà che non è capace di riconoscere che il male non è fuori di noi, ma al nostro interno? Riconoscere il male dentro di sé, disinnesca automaticamente la sete di capro espiatorio. Solo nel momento in cui non si vede belzebù davanti a noi ma un altro essere umano, che condivide le nostre stesse fragilità e le nostre stesse incertezze, si può cercare di lavorare insieme per quella cosa così importante, eppure così scomparsa dai nostri orizzonti, che si chiama bene comune.

Perchè la sinistra non dice che è l'ora di tornare in classe? ( di peppino caldarola)
L’Onda studentesca può diventare una tempesta distruttiva. Un primo segnale si è avuto ieri quando un corteo di un migliaio di studenti ha dapprima bloccato ponte Garibaldi, sul Lungotevere di Roma, poi si è diretto verso la stazione Ostiense, vicino alla Piramide, per occuparla. Un paio di centinaio di giovani hanno fatto irruzione sui binari, ma sono stati bloccati dalla polizia. L’iconografia della protesta ha mostrato anche l’esibizione di cartelli in cui il Papa veniva raffigurato con i baffetti di Hitler e si sono ascoltati cori dei bei tempi andati...Gli antenati dei ragazzi di oggi, i Flintstones del movimento studentesco, ci misero mesi a dar vita a prove tecniche di violenza in una situazione del tutto diversa, di fronte a governi sordi e a una polizia che non si faceva volare una mosca davanti al naso. L’Onda di oggi ha preso la strada dello scontro frontale quasi immediatamente e, in verità, senza alcuna ragione. Appena poche ore prima dell’assalto alla stazione Ostiense di Roma e alla stazione di Pisa il governo aveva dato una significativa prova di apertura trasformando in disegni di legge gran parte dei provvedimenti contenuti nella «Gelmini», lasciando nel decreto l’avvio dei concorsi universitari e 500 milioni di euro destinati agli enti virtuosi. Antonio Bassolino, governatore della Campania, parlando in un convegno, ha ammesso che si era di fronte a una svolta. Lo stesso Antonio Di Pietro ha parlato di una novità pur dichiarando, in vero stile british, che «il provvedimento è un autentico cesso».
C’erano, e ci sono, tutte le condizioni per dire agli studenti: siete stati ascoltati, tornate nelle vostre scuole e università. Chi avrebbe dovuto dirlo? L’opposizione, è ovvio. In questi giorni ci stiamo ubriacando di cultura politica americana e stiamo ammirando un Paese che si divide nel voto e poi, subito dopo, si unisce nell’applauso al vincitore; un Paese in cui è alto il senso della comune appartenenza, in cui i due candidati che si combattevano per le presidenziali si sono recati dal presidente in carica per condividere le sue decisioni sull’economia. Una grande nazione. Vista da qui, l’America appare su un altro pianeta.
L’opposizione dovrebbe dire cose chiare agli studenti. Come si è visto non è in discussione il loro diritto di protestare. Sono in discussione altri diritti e un dovere. Il diritto di chi non può vedersi sottrarre libertà dagli studenti in lotta (altri studenti, gli automobilisti di Ponte Garibaldi, i viaggiatori di Roma e Pisa) e il dovere di riprendere l’anno scolastico e universitario affidando alle delegazioni e alla trattativa il compito di migliorare o contrastare le proposte di riforma.
Se l’opposizione non coglie il dovere di essere pedagogica nei confronti di giovani che riprendono il tragico cammino della violenza di piazza viene meno al suo compito storico. Si sta con il movimento, rispettandone l’autonomia, quando la protesta è giusta. Ci si dissocia quando la protesta è infondata e quando le forme di lotta sono sbagliate. Soprattutto in questo ultimo caso. Ci sono state intere generazioni che hanno rovinato la propria gioventù perché la politica non è riuscita a metterli in guardia. Ieri su Facebook c’era la foto della scuola in Kenya che Veltroni ha fatto costruire. Molto bene. Un impegno assai più difficile deve essere speso dal capo del Pd alla costruzione di una coscienza democratica e non violenta dei ragazzi dei movimenti studenteschi.
Infine, vorrei ricordare che un atteggiamento tartufesco di fronte ai primi gravi cenni di violenza giovanile non giova elettoralmente. Non stiamo vivendo il pre-68, l’opinione pubblica è preoccupata e spaventata, se ha l’impressione che stanno tornando gli anni ’70, con il loro carico di violenza, punirà chi tace perché teme che acconsenta.

01 novembre 2008

UN CANTO DI SEMI


Ieri un bambino mi ha portato in dono un bellissimo melograno. Tornando a casa l'ho posato sul sedile della machina e me ne stavo paziente in colonna lungo la strada che costeggia il muro del Cimitero di Verona. Sono i giorni delle visite ai defunti, della memoria. Guardavo quel muro, le donne che uscivano infreddolite, poi il rosso del melograno, i suoi semi. Maria, Angelo, Carolina, Pietrino, Paola, Anna, Pio...Ho accarezzato il melograno. Forse c'è un canto di semi nella terra, oltre quel muro.
Tornato a casa mi sono ricordato di una poesia di Domenico Ciardi, monaco di Bose. (Non basta le terra, Ed Qiqajon).


Il melograno che non fioriva

se c'è un amore
che l'attende e spera
ultimo, fiorisce dopo più stagioni
il melograno col suo rosso nuovo

24 ottobre 2008

MA LO SPIRITO SOFFIA DOVE VUOLE di Roberta De Monticelli


Ricevo oggi da Roberta De Monticelli, che soggiorna in questi giorni nella terra della Dickinson, a Amhest - per il nostro blog (ma spero presto che venga pubblicato anche altrove):

Ma lo Spirito soffia dove vuole

di Roberta De Monticelli

L’articolo, come sempre limpido ed essenziale, di Vito Mancuso apparso su “Il Foglio” il 20/10 scorso mi dà l’occasione di una riflessione che forse può essere utile a molti, e contribuire a riportare sul piano del dibattito di idee una vicenda che invece, in quanto ha di personale, può interessare a ben pochi. Che cosa significa oggi appartenere alla Chiesa cattolica? Mi ero posta la stessa domanda, in termini meno espliciti, in anni non certo remoti – sulla rubrica settimanale che tenni per “Avvenire”. Me la ponevo in termini meno espliciti perché partivo da una constatazione fenomenologica e sociologica: spesso a chi scrive di cose dell’anima (per farla breve) viene posta, se scrive o parla in pubblico, una domanda che si può percepire come terribilmente impudica: Lei è cattolico/a? La mia stessa reazione – come di fronte a una domanda inopportuna – mi pareva allora richiedere una chiarificazione preliminare: che cosa vuol dire oggi, essere cattolici? Se esserlo vuol dire, per prima cosa, sapere per certo di esserlo e volerne dare testimonianza, ebbene allora no, chi ha una reazione di sconcerto, come per una domanda terribilmente indiscreta, quando gliela fanno, cattolico non è. Ma l’ipotesi è vera? E’ necessario saperlo per certo, e volerne testimoniare, per esserlo? E mi davo una risposta molto simile a quella che suggerisce Mancuso in conclusione al suo articolo: forse no. Rispondere sì darebbe certo un criterio semplice e chiaro, e anche distintivo del cattolicesimo, rispetto ad altre confessioni cristiane, che sottolineano l’intima relazione al divino, piuttosto che l’appartenenza a un “noi”, a una comunità visibile, gerarchicamente organizzata, la cui identità è data dai pronunciamenti delle gerarchie stesse. Ma se così fosse non avrebbero torto quegli storici che, come Galli della Loggia, identificano la Chiesa con un nucleo di potere entro la storia, e dopo aver constatato la progressiva erosione dell’aspetto temporale di questo potere, riassumono la sua storia recente e presente nella formula di una politicizzazione della Chiesa e della religione. La stessa riduzione a parzialità ideologica che questo comporta contribuirebbe  alla crescente centralità della figura del Papa: per il bisogno, dato l’interno elemento di secolarizzazione, di una sola voce, di un solo simbolo, insomma, di un capo. Si riconoscerà che questa – legittima – analisi storica è condivisa da coloro che oggi si dichiarano devoti anche se non credenti. Ragionavo allora così: se questi “devoti” avessero ragione, allora sarebbe molto più facile non essere cattolici. Ma forse non hanno ragione. E l’argomento per sostenerlo era questo: ci sono troppi cattolici dichiarati che non la pensano affatto così. Uno non sta a Camaldoli in un eremo perché vinca un partito. Uno non dà tutto quello che ha, compresa la sua vita, per qualche partito, fosse pure quello di Dio. E non è per così poco, che uno riscopre nelle profondità della tradizione apostolica una formula come quella del “non credente” che è in ogni credente, e fa luce a tutti gli altri, cattolici o semplici cercatori del divino. E il sorriso, quasi direi materno, di un altro, il sorriso di un’intelligenza che senza mai umiliare la ragione mostra quante cose ci sono oltre i suoi limiti,  fra la terra e il cielo: cosa c’entra mai con le ideologie, la storia, le utopie? Mi chiedevo, quindi: ma se il criterio dell’identità ideo-politica non funziona, quali altri funzionano? Darwin avrebbe detto: l’origine dell’uomo non è quella che descrive la Bibbia. Con questo criterio non essere cattolici sarebbe facile come passare l’esame di terza media. Ma qui bisogna distinguere fra cattolici e fondamentalisti americani. C’è forse un solo cattolico, a partire da Ambrogio o Agostino, che abbia confuso il piano letterale con quelli spirituali e simbolici della narrazione biblica? Per la verità, non era ancora uscita la polemica fra Mons. Fisichella e Flores D’Arcais su questo tema, che lasciò basiti tutti quelli che credevano che la Chiesa non avesse veramente più bisogno di resuscitare il fantasma di Galileo. Non aveva già chiesto perdono, per quello?

Il peggio, però, doveva ancora venire: e venne con il caso Welby. Kant avrebbe detto: criterio per “essere cattolici”  è riconoscere un’autorità anche morale, sopra la propria coscienza e i propri più vagliati sentimenti, alla Chiesa. Se così fosse, ancora una volta, sarebbe facilissimo non essere cattolici, non appena si sia raggiunta la maggiore età morale e anagrafica. Ma – mi chiedevo -  c’è forse un solo pensatore “cattolico” che non abbia metabolizzato questo po’ di kantismo, espressione dell’età adulta in morale,  e ancora pretenda che sia degna del nome di morale una scelta fondata sull’autorità e non nell’intimità della propria coscienza? Purtroppo oggi vediamo meglio che c’è: e come Mancuso ci mostra non è uno solo né pochi.  Ma la sua riflessione, insieme al dibattito che nei giorni scorsi ha avuto luogo, può aiutare molti a ritrovare quella serena intelligenza dei dati che è preliminare ad ogni vera scelta. Vorrei quindi aggiungere una postilla sulle ragioni che – molti me le hanno chieste con stupore – possono portare una persona a disperare ora e non prima  della capacità di rinnovamento di questa millenaria istituzione. La grande, veramente rivoluzionaria novità del Concilio Vaticano II (ben al di là di tutta la vernice socializzante e solidaristica) era stata appunto il riconoscimento di questa competenza morale  ultima della coscienza personale da parte della Chiesa (essa esiste, Mancuso me lo confermerà,  nel pensiero filosofico e morale di tutti i Padri e i Dottori, anche se coesiste in alcuni passi con la sua negazione). Questa sola ammissione comunque poteva significare la completa conciliazione del cattolicesimo e con la modernità, cioè  (con parole di Kant) con la coscienza dell'età adulta che l'uomo ha raggiunto. Poteva, purché però non durasse ancora troppo a lungo quel regime del sì e del no, per aver messo in luce il quale il grande Abelardo ebbe a soffrire. Perché decisivo oggi è un sì o un no sulla questione: l’appartenenza alla Chiesa cattolica è o no definita dall’accettare la soggezione della propria coscienza in materia morale all’autorità magisteriale, in tutti i casi in cui la propria coscienza (morale) si trovi in conflitto con quell’autorità sulla questione di quale sia effettivamente il bene e il dovere? A me pareva che quella grande innovazione del Concilio comportasse la risposta: no. Non più. Perché questo è tanto importante? Perché diventa la sola garanzia che non sia mai più confuso ciò che una persona deve a tutte le altre in assoluto, con ciò che obbliga soltanto un credente, vale a dire ciò che non è evidentemente universalmente ammesso dalla coscienza morale. Così ad esempio sulla propria (non altrui) vita e sulla propria (non altrui) morte non è evidente a tutti, non credenti compresi, che debba decidere qualcun altro, e non noi stessi. Una scelta, ad esempio, di completo e fiducioso abbandono, che mi porti, in una situazione come quella in cui era Welby, addirittura a prescindere da ogni desiderio di affermare la propria dignità e di morire in pace, può ben essere la scelta sublime di un uomo di fede, può ben essere una scelta d’amore. Ma c’è cosa più abominevole dell’ipotesi che questo amore sia imposto (per via di legge) da un uomo a un altro uomo? Non è appunto l'abissalità di questi consensi, di questi affidamenti supremi, come ogni atto di fede (il sacrificio di Abramo, per esempio, o quello di Cristo!), a esigere  la più gelosa, la più imprescrittibile, la più silenziosa ultima libertà che una coscienza ha di consentirvi o no? Ecco: è la maturità della nostra età adulta, che ci ha resi consapevoli, di fronte a questo terribile rischio, della necessità di distinguere fra morale, religione  diritto. Questa distinzione  è lo strumento che gli uomini hanno trovato per evitare che le coscienze possano cadere soggette all'arbitrio del potere, cioè in sostanza a forme di teopolitica, di sharia. Ma alla sua base, ancora una volta, c’è un’esigenza morale assoluta: che a ciascuno, ateo o credente,  sia garantita l’ultima libertà di determinarsi (salva assenza di reato) in quei comportamenti che siano prescritti da una fede, e non dalla ordinaria coscienza morale umana. Quell’esigenza appunto che gli ultimi pronunciamenti della Cei sconfessano.

Altra cosa è la viva e magnifica discussione che nei secoli arricchisce l’intero patrimonio dell’umanità in materia teologica e  spirituale. Un Padre  ha  dolcemente contestato l'altro, un Dottore ha radicalmente confutato l'altro, e se Dio vuole non c'è una sola opinione dottrinale,  teologica o spirituale che non sia stata contestata. Chissà che non vengano teologi nuovi,  e cambino le cose? Se Vito Mancuso può crederlo, è perché può contribuire a farlo. E allora, che continui! Infinite, dicono, sono le vie….e lo Spirito continua a soffiare dove vuole!

19 ottobre 2008

IL BICCHIERE DELLA DOMENICA di P.Paolo Gobbi

Daniel Lifschitz, Raggio nel bicchiere

E' domenica e vorrei invitarvi a proseguire la conoscenza del "Libro d'ore" di R. M. Rilke, tradotto da mio fratello Lorenzo e appena edito da Servitium.
Ho scelto oggi una lirica dal "Libro della vita monastica". Parla del poeta, di un bicchiere , di un mendicante e di un sogno. Forse parla di noi e vi invito oggi nel bichciere di vino domenicale che forse berrete a gustare anche queste parole e il gusto di questo sogno.
Insieme al bellissimo quadro di Daniel Lifschitz è per una buona domenica!

I poeti hanno te disseminato
(una tempesta attraversava il loro balbettare);
io, però, ti voglio unificare
nel vaso che dà felicità.
In molti venti sono stato, vagabondo,
e tu per mille volte in loro ti agitavi.
tutto ciò che vi ho trovato, l'ho con me:
il cieco usava te come bicchiere,
i servi ben nascosto ti tenevano,

il mendicante, invece, ti spartiva-
e qualche volta, in un bambino,
del tuo sentire c'era un poco, e grande.
lo vedi: sono un uomo che va in cerca.

Uno, che si nasconde, andando, dietro
le sue stesse mani- e come un pastore;
(possa tu losguardo allontanargli,
che lo confonde: l'occhio dell'estraneo).
Uno che sogna di portarti a compimento,
e che anch'egli assieme a te sarà compiuto.

17 ottobre 2008

NOT IN MY NAME

C'eravamo praticamente tutti a scuola, stamane: studenti e insegnanti. E non a fare un'assemblea o un'occupazione, ma a occuparci di Plauto, Jacopone da Todi e della differenza tra simbolo e allegoria nella cultura medievale (almeno, io e le mie ragazze di 3D).
Perchè non sciopera, profe?
Bella domanda! Ai miei studenti, come lo spiego?
Not in my name, tutto qui. Il nostro Presidente del Consiglio non sta facendo nulla di diverso da ciò che stava facendo il suo predecessore? La sig.ra Gelmini non è una malintenzionata, come non lo era Fioroni? No, non arrivo più a tanta profondità. 
Dopo tanti anni, non ho più fiato, se non per far scuola meglio che posso, per amare mia moglie, per dire la Liturgia delle Ore e per leggere l'ultimo romanzo di David Grossman, e già sto ansimando. Non mi aspetto nulla nè dal Presidente luminoso nè dal Governo-ombra. Se qualcosa di buono verrà, sarà un regalo graditissimo - e me lo auguro: da chiunque venga, perchè da chiunque può venire.
Non ho voce se non per far lezione, e la uso lì: tutta, e senza risparmio. Non ho forze se non per andare in classe, e già mi sembra di aver corso la maratona.
Non voglio andare in piazza per essere contato tra gli oppositori del Presidente, così che altri si facciano belli per il numero di persone che riescono a portare in strada - persone delle quali, a loro, non importa nulla: è una questione di equilibri di potere al di sopra delle nostre teste, e nulla più. Così come non mi va di essere contato tra i fedelissimi del Presidente da quelli che invitavano a non scioperare. Io sono andato a far scuola perchè è il mio lavoro, tutto qui. E perchè non ho più fiato per far altro.
O di qua, o di là; o stai con questi, o stai con quelli; questi hanno ragione, quelli hanno torto; o sei così, o sei cosà. Non la reggo più, tutta questa assurdità.
Per di più, ogni nuovo ministro vuol rifare il mondo della scuola punto e a capo. Nessuno che aspetti un poco per capire. Nessuno che usi un po' di prudenza, di moderazione, di saggezza. 
In fondo, c'è la TV che sostituisce la scuola in tutto e per tutto. Una buona scuola non manca a nessuno, per ora: non a quelli che hanno importanza. Manca a tanta brava gente, insegnanti, genitori e studenti - manca a quelli che servono solo a essere contati nella piazza o nel foglio-presenze, per far pesare la bilancia di questi o di quelli dalla parte che vogliono questi o quelli.
E allora, faccio scuola. Finchè me la lasciano fare, e nei limiti entro cui me la lasciano fare.
Not in my name. Tutto qui.

12 ottobre 2008

LE FOGLIE D'ORO DI RILKE di P. Paolo Gobbi


Ascoltavo ieri mattina con gioioso orgoglio mio fratello Lorenzo che partecipava alla trasmissione radiofonica "Uomini e profeti", in onda ogni sabato e domenica dalla 9 alle 9.45 su Radio rai tre.
In dialogo con l'ottima Gabriella Caramore, anima del programma, Lorenzo presentava il suo recente libro: la traduzione de "Il libro d'ore" di Rainer Maria Rilke, edito da Servitium.

E' un vero gioiello diviso in tre cicli lirici: "Il libro della vita monastica", "Il libro del pellegrinaggio" e " Il libro della povertà e della morte". E' un fluire di liriche che davvero salda l'uomo e Dio in un'unico destino e li vede avvicinarsi e allontanarsi e a volte tenendosi per mano penetrare fino al cuore delle cose, cercare di ricondurle all'unità nello spazio e nel tempo. Dice bene Lorenzo che quelle di Rilke sono parole "tattili", capaci di suscitare "attenzione" nuova verso le cose, la natura, gli altri, noi stessi. E anche verso Dio.
L'arte, la poesia, la lettura, la musica, di questo parlano, questo sono.
"Toccarle è difficile", dice Pavese della divinità, non conoscere teoricamente: è il desiderio di un Dio che si faccia toccare, che tocchi con noi le cose, le accarezzi, le scopra, le salvi. E con esse salvi anche noi con Lui.
Il libro è ricchissimo di sfumature. Vi invito a cercarlo e a leggerlo se già non l'avete fatto.
Un piccolo assaggio:
...
Il cielo sei tu che lo possiedi- guarda
tra i suoi rami vuoti;
sii terra, ora, e canto della sera,
e patria che lui possa custodire.
Fatti umile, adesso, come cosa
che maturi nella propria verità,
così che lui, dal quale giunse la notizia,
ti senta: quando con la mano te raggiunge.
(Da "Il libro del pellegrinaggio")

Le lettura di Rilke è nutrimento per il corpo e lo spirito, prende per mano ed invita a passeggiare incontrando la realtà con occhi e mani rinnovate.
A Verona le giornate di questa prima metà di ottobre sono calde, la luce sembra voler resistere attaccata alle cose, le piante dell'aiuola lungo il muro seguitano a fiorire, i bambini corrono felici giù in cortile fino a tarda sera e non hanno nessuna voglia di rientrare in casa a finire i compiti. La stagione alta della luce sembra voler resistere, come chi ha un'opera da finire.
Oggi è domenica, il giorno nel quale il cristiano "sente" che tutto tende al compimento, ha nostalgia e "chiama" una mano che salvi, scruta per vedere se già qualcosa nella terra respira, si muove tra la morte e la vita. Sente che la speranza tiene tesi i giorni anche quando tutto sembra morire su se stesso .
Eppure la stagione avanza, l'autunno e l'inverno sono vicini, la terra diviene ogni giono più dura e qualcosa va a finire.
L'albero davanti a casa ha perso quasi tutte le sue foglie, sono "ricadute" verso terra e ora stanno lì, con il loro giallo intenso, d'oro come il fondo di un'icona. Non mi riesce di spazzarle via. Resto lì vicino, le guardo in silenzio.
Mi è più difficile vedere anche in quell'icona di vita caduta, che attende di fondersi con la terra, qualcosa che davvero sta maturando alla propria verità.
"Se fosse vero", direbbe Pavese. Se appena una mano dal cuore della terra si facesse incontro e dicesse "eccomi, ci sono".
Buona domenica! (ovviamente, ma sono sicuro l'avreste capito subito, la poesia qui sotto è mia e non del maestro Rilke!)

Ottobre

Nel mese che lo senti
giù in giardino
che qualcosa della luce
va a finire
rimangono le piante
lungo i muri,
le corse fino a sera dei bambini
a chiedersi perchè
deve finire la stagione alta
dell'amore -

se ce l'hai messa tu
nel cuore
questa speranza
di una luce
che non muore-

se questo giallo
che ricade
verso terra
è l'oro
di un'icona
che oggi
incontro a Te
vuole
fiorire

10 ottobre 2008

QUESTA E' LA CHIESA


Concordo con Pierpaolo - ne parlavamo qualche giorno fa - sul fatto che veramente la Chiesa come istituzione spesso comunica assai male, tanto più sui temi più delicati, quelli che toccano la pelle viva di tanti (me compreso): ne esce una comunicazione normativa, asettica, disincarnata, fatta di princìpi assoluti: qualcosa che sembra veramente umiliare ciò di cui parla, perché sembra del tutto prescindere dalle persone e dai loro drammi. E' quel "sembra" che vorrei approfondire.

Il 1° settembre, il governo in carica (in piena continuità con il precedente) ha sdoganato definitivamente i siti per il gioco d'azzardo on-line: l'affare è già di 400.000 euro al giorno. Da molti muri ci guardano slogan come questo: "La fortuna aiuta gli audaci che entrano in ricevitoria". Si sono moltiplicati i Punti Snai - non c'è tabaccheria che non lo sia diventata o non stia per diventarlo...
Inutile spiegare che lo strascico di dipendenze e di devastazioni affettive, economiche e sociali è incalcolabile - specie in tempi come questi, nei quali la meritocrazia è solo uno slogan e l'impoverimento è spesso inevitabile, perchè nasce dagli arbitri della politica, del mercato e della congiuntura, e non c'è nulla, spesso, che realmente si possa fare per evitarlo. Ci sono associazioni e istituzioni cattoliche che si vanno mobilitando, e schiere di credenti, gruppi, preti e religiosi che danno aiuto vero e valido, in piena e autentica compassione verso chi è caduto in questa rete (e senza andare in TV) - le uniche realtà, assieme ai centri statali per la cura delle dipendenze, che fanno un ottimo lavoro.
Quando la Chiesa ufficiale parlerà di questo, cosa dirà? Come lo dirà? Come sarà recepito il suo discorso? Come sarà formulato?

Penso ai gruppi di omosessuali credenti, che sono molti e che non condividono l'anticattolicesimo di altri movimenti gay, più visibili - e che hanno l'affetto e la vicinanza di vescovi, preti, laici, nella concretezza dei giorni e delle situazioni. In essi, diversi omosessuali credenti vivono nella continenza prescritta dalle leggi canoniche e dai pronunciamenti della Chiesa, senza per questo essere umiliati nè sentirsi tali, per libera scelta - esattamente come un uomo vedovo può scegliere la continenza che la Chiesa ritiene giusta per la sua condizione, e riesce a viverla se sostenuto dall'affetto di una comunità credente; esattamente come un uomo sposato può scegliere di vivere la propria fedeltà coniugale fino al dono totale di sè, anche a prezzo altissimo, in piena libertà e con l'aiuto di molti - anche se rifiutato, abbandonato, tradito.

Della sapienza cristiana, spesso la Chiesa lascia intravedere solo la parte "normativa", apodittica - e permette che tutta quella realtà di aiuto, vicinanza, comprensione, calore, affetto concreto sia avvolta nell'ombra, al punto che sembri essere in contraddizione con la prima.

Un esempio concreto: condivido in pieno tutto ciò che la Chiesa dice sulla procreazione assistita (e vivo coerentemente). Mi ha terribilmente ferito il modo in cui le istituzioni hanno gestito il referendum di qualche anno fa: il tono dei discorsi dei politici, quale che ne fosse il colore, era di una freddezza terribile, quando non di una crudeltà inaudita. Il tono dei discorsi dei rappresentanti delle istituzioni cattoliche non è che fosse da meno... se lo era, difficilmente se n'è accorto chi porta ferite aperte nel merito delle questioni di cui si discuteva...
Eppure, quante persone - ancora: sacerdoti, laici, gruppi, religiosi... - in nome della comune fede sono veramente vicine a chi vive il dramma della strilità, di maternità difficili, di tragedie familiari! Quante! Potrei citarne una serie molto lunga. Nessuna di esse agisce in contraddizione o in opposizione a quei princìpi: questo è il punto!

Questa è la Chiesa: la "mediazione umana" non è un dettaglio. La delicatezza e la chiarezza, che io sappia, non sono in contraddizione, nè mai dovrebbero sembrarlo; solo la forza virile permette la tenerezza. Teniamo uniti noi quei due falsi opposti - anche tacendo, se necessario (spesso lo è): vivendo e amando, concretamente.

Per questo, la mia scelta è e rimane una: nella Chiesa, con la Chiesa. In disparte, come sono sempre stato, radicalmente in disparte - dove non arrivano nè riflettori nè microfoni. Dove si prega e si vive, si lavora e si soffre: nel solo luogo della gioia. A maggior ragione.

05 ottobre 2008

LETTERE A ROBERTA DE MONTICELLI

Vi invito a dedicare ancora "attenzione" ad alcune risposte suscitate dalla lettera di Roberta De Monticelli, che potete leggere nel post del 2 ottobre. Avevo in cuore di dire la mia ma nella sostanza le due lettere che vi propongo dicono molto bene ciò che penso e quindi lascio loro la parola.
Solo una cosa vorrei dire e ne parlavo proprio ieri con mio fratello Lorenzo. Questa: anche quando si ha ragione e ragioni, come a me pare nella sostanza profonda e profetica per le posizioni della Chiesa sul tema in questione, anche allora o meglio proprio allora occorrerebbe più cura, anche nella comunicazione, in quello che si dice, in come lo si dice, perchè chi nella vita vive momenti e storie di dolore e si interroga e deve scegliere senta veramente che le parole prima di uscire dalla bocca "rimbalzano nel cuore". Lo ha suggerito in questi giorni il Cardinale Carlo Maria Martini, in visita a Milano, parlando della malattia che ha e della morte che sente vicino. Ecco, questo forse manca: un senso di vicinanza alla vita degli uomini nel concreto, alla vita reale sulla quale i precetti o le norme non calino con freddezza ma abbiano la fermezza e il calore di una mano amica. Dico forse, perchè la Chiesa è tante persone, è chi ogni notte raccoglie barboni, chi prega in una cella, chi fa il parroco in campagna, chi insegna...siamo ciascuno di noi e a nessuno è concesso stare da solo. E questo rende ancora più difficile da accettare la posizione di De Monticelli.
LETTERA ALL’AMICA E COLLEGA ROBERTA DE MONTICELLI
In nome di quel Dio che ci abita la persona non è legge a se stessa (di Paola Ricci Sindoni)

Cara Roberta,
prima di dire addio a quanti come me condividono il tuo lavoro, la filosofia, e la tua amicizia, pur appartenendo, come me, alla Chiesa cattolica, permettimi di esprimere qualche pensiero sotto forma di lettera – un genere che a te, come a me, piace molto – in risposta al tuo duro, sofferto quanto ingeneroso attacco ad alcuni rappresentanti della gerarchia ecclesiastica. Non è tanto per difenderli, quanto per dirti che come credente di questa istituzione religiosa che amo e in cui in profondità mi riconosco, non posso che condividere con te il valore supremo della coscienza, che è «il nucleo più segreto, e il sacrario dell’uomo, dove egli si trova solo con Dio la cui voce risuona nell’intimità propria», come recita il punto 1776 del Catechismo della Chiesa cattolica (che qui recupera le intuizioni luminose di Agostino, un pensatore che tu conosci bene). Edith Stein, altra filosofa che tutte e due abbiamo studiato e che tu citi nel tuo articolo, è andata più a fondo, affermando che Dio stesso si ferma alla soglia della coscienza e dimora in essa solo se lo si fa entrare. Quando lo si fa entrare, però, non si può ignorarne la presenza, cosicché lo spazio della coscienza credente sa di doversi misurare con questo Ospite, con cui non negozia certo il bene della propria libertà, ma la orienta, accrescendola nella consapevolezza di essere donata a se stessa. Anche per una cattolica credente la coscienza, che tu con tanta passione difendi, è quell’intimità inviolabile, oltre che luogo delle scelte personali, della libertà praticata, ma questo perché è lo spazio condiviso con l’Altro e con gli altri, non certo il punto in cui individualisticamente muoversi dentro il mondo, secondo un ordine morale autogestito, che il diritto, come tu dici, ha il compito di delimitare e di proteggere. E la Chiesa? Perché ti ostini a vederla come un esclusivo appannaggio di un gruppo di gretti illiberali, pronti a dominare l’opinione pubblica con le loro infamanti (la parola è tua) condanne? La Chiesa non è dei preti – abbandona, per favore, questo anticlericalismo stantio –; anch’io sono Chiesa, come lo sono i tanti credenti che non hanno dismesso la loro capacità di pensare dentro questa istituzione ricca di tante e diverse anime, unite però nella convinzione che questa Chiesa ha un solo Capo, che continua ad accompagnare il suo cammino storico. I prelati che tu citi nell’articolo non possono che fare quello che fanno: custodire il patrimonio spirituale e morale della tradizione ecclesiale, in cui la fedeltà e l’amore alla Chiesa si traducono anche in orientamenti pastorali, in indicazioni etiche sui difficili nodi morali che in questo momento attraversano il nostro Paese. Detto questo, ascoltami Roberta, come io ho ascoltato te. Le drammatiche questioni legate alla fine della vita non possono trovarci su fronti opposti, segnati da chiusure irriducibili (non accetto il tuo 'addio'…): citare alcune dichiarazioni apparse sulla stampa secondo cui «la decisione non deve spettare alla persona», cui segue, secondo te, il misconoscimento del principio di autodeterminazione significa che, secondo l’orientamento della Chiesa – sia che parli Betori o un altro credente – la persona non è legge a se stessa. La persona cioè, non è libera di disporre di sé e degli altri, ma è libera di prendersi cura di sé e degli altri, in nome di quel Dio che abita dentro la coscienza, così che essa non è lo spazio autoreferenziale, ma il luogo di mantenimento del bene che ogni vita custodisce. Non mi pare, cara Roberta, che questo sia nichilismo… Affido questi pensieri al tuo cuore attento, certa di ritrovarti ancora.


LA COSCIENZA LIBERA DI DE MONTICELLI E' ABISSALE FINO A DIVENTARE UN'INCOGNITA ( di Giuliano Ferrara)

Ieri Roberta De Monticelli ha abiurato su questo giornale ogni relazione personale con la chiesa cattolica, che ama e nella quale non si riconosce più, e lo ha fatto con dolore (come ha scritto). De Monticelli è una filosofa e una cristiana laica di idee ferventi, notevole erudizione, sensibilità nell’interpretazione dei testi e chiara scrittura (mi sono occupato di un suo libretto interessante e vivido sulla relazione tra cristianesimo ed etica qualche tempo fa nel Foglio). Il punto di rottura la filosofa (e donna di fede) lo ha individuato in due dichiarazioni di monsignor Giuseppe Betori, arcivescovo di Firenze, rilasciate alla stampa nella sua qualità di segretario uscente della Conferenza episcopale italiana. La prima dichiarazione dice che, in materia di vita e morte (perché di questo poi si tratta, quando si parla di testamento biologico e affini), “la decisione non deve spettare alla persona”. La seconda dichiarazione reca un sonante: “Non siamo per il principio di autodeterminazione”.
Naturalmente non m’immischio nella questione personale dei rapporti tra la credente De Monticelli e la chiesa, per quanto sia considerata simbolica e necessariamente pubblica dalla stessa scrittrice che la pone, perché dalla chiesa sono fuori, e non ho la fede cristiana pur cercando di essere un tipo d’uomo cristianissimo. Ma il resto, ovvero le idee, l’etica, l’antropologia, la storia, la verità, l’autorità, la coscienza e la libertà, questo è pane per i nostri denti di liberali metodologici, di radicali e conservatori, di laici devoti che non si sottomettono al conformismo ideologico del mondo ultrasecolarizzato. Anche perché le due dichiarazioni ecclesiali incriminate, secondo le quali non è necessariamente e sempre il soggetto che decide di sé, e l’autodeterminazione è un principio da respingere, sono miele per le mie orecchie (disimpegnate dall’autorità del vescovo, ma non dalla rilevanza delle sue idee). Miele, proprio miele. In un senso che tutto il nostro lavoro giornalistico, lato filosofico e antropologico, cerca di mostrare. E che ora cerco di precisare.
La coscienza libera di Roberta De Monticelli è, come direbbe il geniale antropologo e filosofo tedesco Odo Marquard, abissale. Abissale fino a diventare un’incognita. Io liquido il diavolo, come scrisse Joseph Ratzinger, fonte ispiratrice di Marquard, e mi faccio imputato umano, troppo umano, per la questione del male. Non è più Dio, come nella antica e medievale teodicea, che porta il fardello del male nel mondo, magari attraverso il suo angelo caduto. Eliminato Dio, il compito tocca all’uomo, che inventa con la filosofia della storia la ipertribunalizzazione della storia stessa, si fa imputato e giudice contemporaneamente, e alla fine naturalmente si assolve in questo grande teatro antigiuridico. Lo strumento della grande assoluzione è la libertà di coscienza intesa come un assoluto misterioso, originario, spiritualmente indipendente dalla società, dalle istituzioni, dalla religione, dal costume, dalla cultura e dalla storia. Un assoluto soggettivo che non è oggettivabile, che non si forma nella società razionale e politica ma nel cuore. La coscienza mi porta a decidere quando devo morire, e con la stessa cogenza mi impedisce di considerarmi colpevole quando a morire per volontà della mia libera coscienza è un bambino nella mia pancia. Posso anche socialmente dare la morte, disidratare e affamare i corpi, perché la legge della mia coscienza è formalisticamente, nonché spiritualmente, superiore alla carità, all’amore.
Per invocare la libertà soggettiva senza confini in fatto di vita e di morte, in regime di piena autodeterminazione personale, così come fa la De Monticelli, bisogna considerare la coscienza libera e padrona come l’unica voce di Dio che l’uomo debba ascoltare, come un sostituto della parola, della liturgia e, in termini laici, della comunità politica e della socialità morale dell’esistenza umana. La coscienza interiore diventa legge obbligante, la nuova tavola dei comandamenti riscritta dall’umanità per il suo uso moderno. In nome di quella assolutizzazione della libera coscienza, una concezione di derivazione teologica luterana, dunque spiritualmente immensa e impregnata di genio religioso, una sorta di sintesi esplosiva di certi aspetti del paolinismo e dell’agostinismo, tutto è affidato al lato irrazionale e misterioso della fede, niente resta per la fede petrina che è tenuta a spiegare la sua ragione. Niente resta, appunto, per la chiesa e per il Papa, e niente resta per il fondamento naturale indiscutibile delle costituzioni liberali moderne, per la Grundnorm, la norma fondamentale.
Il problema posto da De Monticelli va rovesciato. Come ha suggerito tra gli altri un illuminista e laico americano, Austin Dacey, nel suo libro sulla coscienza secolare moderna, di cui si è parlato in un bel colloquio con lui di Amy Rosenthal nel Foglio del 16 settembre. Per generazioni in occidente si è affermata l’idea che le questioni di coscienza sono faccende private che non hanno un loro posto nella vita pubblica. Ma questo, ci ha detto Dacey convergendo con una linea di ricerca del Foglio attiva da molti anni, è “un tradimento della tradizione del liberalismo laico”, perché “le questioni di coscienza devono essere sottratte al potere dello stato, ma questo non significa che siano private nel senso di soggettive o personali”. Dacey cita Spinoza, Kant, Locke, Jefferson, Madison e Mill per dire che questi colossi del liberalismo moderno non pensavano che lo statuto della coscienza, anche di quella etica e teologica, consista “in ragioni private che non hanno posto nella politica”. Per quei profeti del mondo moderno, al contrario, “l’ordine liberale è quello che fa emergere queste verità aprendo uno spazio nella vita pubblica in cui i cittadini possano discuterne insieme nel corso di una conversazione libera e priva di ogni ipoteca esterna”.
Lo stato non ti può imporre un suo pensiero in tema di vita o di morte, in tema di morale e distinzione del bene e del male. Ma la norma pubblica in materia, quando ce ne sia bisogno, non è la semplice autorizzazione procedurale a fare ciascuno quel che crede. La norma o la scelta di sottrarre un certo campo dell’azione umana alla norma devono nascere da una discussione informata in cui trovi spazio, in senso pieno e ricco, il punto di vista religioso, cioè quello di una fede che si incarna in un’istituzione. Con la coscienza misteriosa e abissale dell’homo compensator, quell’uomo senza Dio che secondo Marquard si assolve mentre si fa giudice di se stesso, non si fanno le leggi, non si praticano né il terreno della morale né quello del diritto, al massimo si fa il caos interiore di una fede fervente che rifiuta di dire le sue ragioni. E che nel mascheramento moderno, un secolarismo che diventa religione dei diritti individuali, si fa chiamare libertà dell’individuo e autodeterminazione.

03 ottobre 2008

E CHE SIA UN ARRIVEDERCI

A proposito del post di ieri con la lettera di Roberta De Monticelli e la risposta da mio fratello Lorenzo, stamattina sul quotidiano "Avvenire" Mons. Betori ha risposto. Credo sia bene ascoltarlo. E che sia un arrivederci.

RISPETTOSA OBIEZIONE ALLA PROFESSORESSA DE MONTICELLI . Chiedo anch’io la libertà di coscienza. Altra cosa dall’auto-determinazione ( di Giuseppe Betori)

Sul ' Foglio' di ieri, Roberta de Monticelli prende spunto da alcune mie dichiarazioni, nel contesto di una conferenza stampa, per dare il suo « addio » « a molti cari amici - in quanto cattolici » , « un addio a qualunque collaborazione che abbia una diretta o indiretta relazione alla chiesa cattolica » . Trovarmi coinvolto in una così seria decisione mi turba, ma vorrei ricordare che quella parola, « addio » , percepita di primo acchito sinistra, contiene in sé una radice promettente. E’ la preposizione ' ad' che spinge verso altro, in ogni caso fuori dal soggetto. E in effetti visto che l’argomento del contendere è la ' fine della vita', tutto cambia a seconda se la vita è destinata oppure senza scopo. In altre parole se la vita si spiega da sé o sottostà come tutta la realtà a quel principio per cui nessuno trova in se stesso la spiegazione del proprio essere. Se si tiene conto di questo, forse si riesce a capire cosa nasconda la parola ' autodeterminazione', che vorrebbe fare a meno di questa evidenza. E se la signora de Monticelli avesse colto tale passaggio, avrebbe certo compreso che dietro le mie parole « non spetta alla persona decidere » si cela non la negazione della coscienza, ma semmai dell’autosufficienza. Per questo, proprio appellandomi alla coscienza, che l’illustre interlocutrice difende con tanta passione, non posso non prendere le distanze dalla posizione che mi costruisce addosso e che mi viene attribuita senza fondamento. Sono infatti sinceramente amareggiato che la mia dichiarazione sia stata letta come « la più diabolica negazione di esistenza della possibilità stessa di ogni morale » . Insomma, sarei io – e la Chiesa con me – ad autorizzare il male, negando la possibilità di fare il bene, e farei tutto questo perché non sono per « il principio di autodeterminazione » . Qui si sta costruendo un grande malinteso, legato a cosa significhi in questo contesto il « principio di autodeterminazione » : non si può confondere la libertà di coscienza con la possibilità di fare quello che ci pare. Anche se ragionassi in termini puramente laici, non potrei giustificare un assassinio dicendo che l’ho fatto per rivendicare la mia libertà di coscienza. La legge che punisce l’omicidio non elimina la libertà di coscienza: anzi la piena libertà dell’assassino è il primo presupposto della condanna. Non possiamo confondere, insomma, la libertà della nostra coscienza con la legittimità delle nostre azioni. Il « principio di autodeterminazione » non è mai stato un caposaldo della dottrina della Chiesa: quando S. Agostino scrive « ama e fa’ ciò che vuoi » , indica che le nostre azioni sono buone solo quando si ispirano a Dio, che è Amore. La coscienza è la sede della nostra scelta, è il luogo dove decidiamo, ma non è il criterio della scelta. Il criterio non ce lo diamo da soli: ce lo dona Dio, che è Amore, ed è percepibile ad ogni indagine razionale come il fondamento della nostra stessa identità o natura. Allo stesso modo, la vita non ce la diamo da soli, ma ci viene donata. Difendere questo dono è difendere il bene: difendere la vita significa difendere la possibilità della coscienza, non negarla. Se non sono vivo, certo non posso scegliere. È proprio questa precedenza della vita rispetto ad ogni scelta, questo dono che mi viene fatto, che mi orienta nel valutare le opzioni di fronte a me. Del resto, anche la mia coscienza non me la sono data: genitori, insegnanti, amici mi hanno insegnato a parlare e a pensare. Questo tipo di considerazioni porta San Tommaso a insistere tanto sulla prudenza come regola per l’azione: se non si può scegliere in astratto, ma solo a partire dalle concrete situazioni della vita personale, non si può essere buoni in astratto, come vorrebbe l’astratto « principio di autodeterminazione » . Bisogna cercare di essere « il più buoni possibile » nelle circostanze date: per questo la Chiesa si è decisa per una legge sul ' fine vita'. Un realismo, il suo, che è da sempre il criterio ispiratore della riflessione cattolica, nello sforzo di rendere possibile una scelta buona nella vita di tutti i giorni. La vita che viviamo è frutto di relazioni che la generano, sia nel momento del concepimento, sia durante tutto il suo corso. Queste relazioni non terminano con la sofferenza: il dolore non colpisce solo chi soffre – a volte in condizioni estreme – ma anche chi attorno è testimone di tale sofferenza. Tale comune sentire umano – direi questo consentire – sta da sempre a cuore alla Chiesa: davvero non vale niente? E questa passione per l’uomo sarebbe davvero « nichilismo » come conclude l’articolo su Il Foglio? O forse nichilismo è credere che non ci sia nulla oltre l’individuo e la disperata coscienza della sua solitudine? Spero che Roberta de Monticelli – e quanti sono interessati a un dialogo sulla bellezza, la libertà, la vita – non rinunci alla possibilità di un incontro con chi segue Gesù, che è venuto non « per condannare il mondo, ma per salvare il mondo » ( Gv 12,47). Per questo mi auguro che il suo sia solo un ' arrivederci'.

02 ottobre 2008

IL VANGELO DEI SEMPLICI

Leggo (il testo si può trovare sul sito de "Il Foglio", che lo ha ospitato in prima pagina, all'indirizzo http://www.ilfoglio.it/soloqui/1125 )

ABIURA DI UNA CRISTIANA LAICA
di Roberta De Monticelli

Questo è un addio. A molti cari amici – in quanto cattolici. Non in quanto amici, e del resto sarebbe un fatto privato. E’ un addio a qualunque collaborazione che abbia una diretta o indiretta relazione alla chiesa cattolica italiana, un addio anche accorato a tutti i religiosi cui debbo gratitudine profonda per avermi fatto conoscere uno dei fondamenti della vita spirituale, e la bellezza. La bellezza delle loro anime e quella dei loro monasteri – la più bella, la più ricca, e oggi, purtroppo, la più deserta eredità del cattolicesimo italiano. O diciamo meglio del nostro cristianesimo. L’eredità di Benedetto, di Pier Damiani, di Francesco, dei sette nobili padri cortesi che fondarono la comunità dei Servi di Maria, di tanti altri uomini e donne che furono “contenti nei pensier contemplativi”. E anche l’eredità di mistici di altre lingue e radici, l’eredità, tanto preziosa ai filosofi, di una Edith Stein, carmelitana che si scalzò sulle tracce della grande Teresa d’Avila.

Questo addio interessa a ben poche persone, e come tale non meriterebbe di esser detto in pubblico. Ma se oggi scrivo queste parole non è certo perché io creda che il gesto o la sua autrice abbiano la minima importanza reale o morale: bensì per un senso del dovere ormai doloroso e bruciante. Basta. La dichiarazione, riportata oggi su “Repubblica”, di Mons. Betori, segretario uscente della Cei, e “con il pieno consenso del presidente Bagnasco”, secondo la quale, per quanto riguarda la fine della propria vita, alla volontà del malato va prestata attenzione, ma “la decisione non deve spettare alla persona”, è davvero di quelle che non possono più essere né ignorate né, purtroppo, intese diversamente da quello che nella loro cruda chiarezza dicono.

E allora ecco: questa dichiarazione è la più tremenda, la più diabolica negazione di esistenza della possibilità stessa di ogni morale: la coscienza, e la sua libertà. La sua libertà: di credere e di non credere (e che valore mai potrebbe avere una fede se uno non fosse libero di accoglierla o no?), di dare la propria vita, o non darla, di accettare lo strazio, l’umiliazione del non esser più che cosa in mano altrui, o di volerne essere risparmiato. Sì, anche di affermare con fierezza la propria dignità, anche per quando non si potrà più farlo. E’ la possibilità di questa scelta che carica di valore la scelta contraria, quella dell’umiltà e dell’abbandono in altre mani. Ma siamo più chiari: quella che Betori nega è la libertà ultima di essere una persona, perché una persona, sant’Agostino ci insegna, è responsabile ultima della propria morte, come lo è della propria vita. Fallibile, e moralmente fallibile, è certo ogni uomo. Ma vogliamo negare che, anche con questo rischio, ultimo giudice in materia di coscienza morale sia la coscienza morale stessa? Attenzione: non stiamo parlando di diritto, stiamo parlando di morale. Il diritto infatti è fatto non per sostituirsi alla coscienza morale della persona, ma per permettergli di esercitarla nei limiti in cui questo esercizio non è lesivo di altri. Su questo si basano ad esempio i principi costituzionali che garantiscono la libertà religiosa, politica, di opinione e di espressione.

Oppure ci sono questioni morali che non sono “di competenza” della coscienza di ciascuna persona? Quale autorità ultima è dunque “più ultima” di quella della coscienza? Quella dei medici? Quella di mons. Betori? Quella del papa? E su cosa si fonda ogni autorità, se non sulla sua coscienza? Possiamo forse tornare indietro rispetto alla nostra maggiore età morale, cioè al principio che non riconosce a nessuna istituzione come tale un’autorità morale sopra la propria coscienza e i propri più vagliati sentimenti? C’è ancora qualcuno che ancora pretenda sia degna del nome di morale una scelta fondata sull’autorità e non nell’intimità della propria coscienza? “Non siamo per il principio di autodeterminazione”, dichiara mons. Betori, e lo dichiara a nome della chiesa italiana. Ma si rende conto, Monsignore, di quello che dice? Amici, ve ne rendete conto? E’ possibile essere complici di questo nichilismo? Questa complicità sarebbe ormai – lo dico con dolore – infamia.


Sapessi, Roberta, il disagio che provo nel leggere la dichiarazione di Mons. Betori - per le stesse tue ragioni. Ed è lo stesso disagio che provavo nel leggere le dichiarazioni degli esponenti radicali, benchè opposte nella sostanza, a suo tempo - sulla fine della vita, ma anche sull'interruzione della gravidanza, sulla fecondazione assistita, sulla ricerca sulle staminali... Sui contenuti non mi mancano (come non mancano a te, e a maggior ragione) le armi affilate della dialettica; ma è il tono che mi disarma e mi annienta.

La priorità della coscienza dovrebbe essere un valore acquisito - lo stesso San Tommaso insegnava che si è tenuti a separarsi dalla comunione cristiana quando la coscienza ci impedisca di continuare a credere nella divinità di Cristo. Bonaventura, come ben sai, obiettava che la coscienza ci è data per individuare il bene, e che quando essa ci comanda il male, ad esempio la separazione dalla comunione cristiana, essa va sacrificata sull'altare del bene oggettivo che la comunione cristiana garantisce. E' un argomento che turba ancora molti, e la questione è tutt'altro che pacifica, purtroppo.

Tanto avrei da dire - nel nome di chi, come me e te, ha avuto di fronte agli occhi la sofferenza senza speranza di persone amate: da ciò una pelle viva, una sensibilità acuta per la profanazione - per un'argomentazione che ad altri sembra una disputa accademica, o una questione teologica, o peggio ancora una tessera del difficile mosaico delle relazioni stato-chiesa nel nostro Paese.

Dico solo che sta scritto: "il Regno di Dio subisce violenza, e i violenti se ne impadroniscono". Fu scritto quando il regno di Dio era appena arrivato. 

E anche che sta scritto: "di ogni parola insensata gli uomini risponderanno nel giorno del giudizio". Noi compresi, ma non noi soli.

Tu lo chiami nichilismo: io avrei qualche termine ancora più forte. E lo riserverei anche alle dichiarazioni e alle argomentazioni avverse che tanto mi hanno turbato in passato: il tono è lo stesso; la radice, probabilmente, anche.

A prescindere da ciò che sia opportuno fare nei casi di cui si discute - cosa significa "prestare attenzione alla volontà del malato" se non, alla fine, eseguirla? - manca il profumo delicato della sapienza cristiana, della compassione come virtù, della tenerezza avvolgente del Cristo che a tutti riconosce (non "concede": si riconosce ciò che c'è e che non si può negare) un'infinita dignità. Che non significa nè lassismo nè permissivismo nè edonismo nè laicismo... tutt'altro! E' quel suo dire: "Donna, nessuno ti ha condannata? Neanch'io ti condanno..."

Manca il Vangelo dei semplici, quello che stupì Nicodemo e che può essere anima viva della vita concreta - non è necessario metterlo da parte come inadeguato e infantile quando si parla di cose "serie" come le leggi e i rapporti con lo stato...

Non mi risulta che esista un vangelo dei forti. Almeno, non mi è chiaro chi ne sia, esattamente, il protagonista - anche se un'ipotesi l'avrei...

Nella concretezza, alla legge dello Stato chiederei di tutelare tutti, e di prevedere che siano rispettate le volontà che il malato ha esplicitamente espresso, in coerenza con il suo mondo di valori. Nessuno ha il diritto di impormi di morire se voglio vivere - e neanche di vivere se voglio morire. Nessuno ha il dovere di tutelarmi da me stesso. Una recente sentenza della corte costituzionale ribadisce il diritto del malato di rifiutare anche le cure necessarie - non è questo lo spirito della nostra civiltà cristiana?

La vita e la morte, la sofferenza e la malattia: sono preziose, hanno un senso, e ci viene offerto di viverle in pienezza e libertà (anche se non possiamo scegliere tra la salute e la malattia, tra la vita e la morte). Dio mi aiuterà quando dovrò viverle in me: mi ha aiutato non poco quando le ho dovute vivere in una moglie giovane e amatissima, condannata da una malattia implacabile. Rivivrei ogni istante di quella vicinanza - per quel che riguarda me, ovviamente. Nei medici trovai delicato rispetto, e vera umanità: nessuno obbligò a proseguire le cure quando si rivelarono inutili, e mi fu lasciata la scelta di proseguire con la sola terapia del dolore, accettando il corso degli eventi - scelsi così, firmai a nome di chi non era più in grado di prendere decisioni. Un sacerdote francescano mi fu vicino: passava sotto le mie finestre verso le 22, e suonava se vedeva la luce accesa. Un saluto, una preghiera assieme e tornava al suo convento, poco lontano. Ogni sera, per un anno intero.

E' lui che dovrebbero intervistare - e quei medici, quelle infermiere. E altri parenti di ammalati che come me entravano ogni giorno nel reparto. Nessuno presterebbe la minima attenzione a parole diverse da quelle che ogni giorno risuonano in quel luogo: le parole dell'emergenza quotidiana, della vicinanza autentica di chi fa ciò che può, per come è e per ciò che crede. Il vangelo dei semplici: il solo che sia stato predicato - almeno, che io sappia.

La decisione deve spettare alla persona: non c'è dubbio. Chi sta intorno, però deve stare bene attento a ciò che consiglia, e al perchè lo fa. Non si possono tagliare le spese (economiche e morali) eliminando i malati gravi, o persuadendoli che è meglio per loro e per tutti chiedere una morte rapida e indolore anzichè affrontare una lunga sofferenza senza sbocco (chi l'ha detto che è senza sbocco? io non lo credo...). Perchè questo è il timore più grande che io avverto, non l'altro. Che si arruoli la morte tra i benefattori dell'economia, pur con nobili ragioni.

Come sai, e come molte volte ti ho detto, l'atteggiamento della Chiesa su questi temi provoca in me grave sofferenza, come lo provoca quello del comitato Luca Coscioni e di altre organizzazioni. Non perchè io desideri giudicare in un senso o nell'altro i genitori e il marito di Terry Schiavo o il papà di Eluana (sta scriotto nel Talmud: Non giudicare un uomo quando è nel dolore, perchè ancora non conosci la potenza del dolore), ma perchè la mia perplessità viene liquidata da entrambe le parti come bassezza morale - mancanza di zelo apostolico da un lato, complicità con l'oscurantismo dall'altro.

Cos'avrei fatto, cosa afrei se fossi il papà di Eluana? Non lo so: non sono lui. Cosa farei se...? Potrei solo deicidere al momento, in coerenza con le mie più profonde convinzioni. Ma vorrei non essere storidito nè dagli uni nè dagli altri; vorrei una solidarietà delicata e accorta, che mi supportasse nell'abisso che il dolore saprebbe scavare in me e nella mia coscienza - alla coscienza torniamo: a lei che non ha bisogno nè di poliziotti nè di paladini, ma di fratelli e sorelle. Tutto qui.

Dubito di essermi spiegato bene - ma non ha importanza, so che tu mi capirai come sempre.

29 settembre 2008

LA MIA PIPA E LE RAGAZZE DELL'EST. SHANA TOVA.

Se qualcosa mi manca, è la pipa che fumavo ancora qualche anno fa... è bello pensare a Pavese che passeggia nel buio, o nella penombra delle strade deserte, con la sua pipa in bocca...

Oggi, forzatamente lontano dalla scuola per le intemperanze di qualche virus di passaggio che ha voluto fermarsi nella mia gola, penso alle ragazze dell'est - alle mie ragazze, quelle che seguo a scuola e a cui insegno l'italiano. Alla loro dignità, a quella delle loro famiglie - alle madri che fanno le operaie mentre in Moldavia erano professoresse di lettere o di matematica e chimica, ai padri ingegneri che qui cuciono tomaie. Ai loro timori, alla difficoltà di essere immensamente lontani da casa in un ambiente che parla in una lingua ancora sconosciuta, e in cui sai che dovrai vivere, che vuoi vivere, oggi e nel futuro. Alla loro gioia nel sentire un professore che le saluta in russo o in rumeno, e che chiede loro notizie sulla loro lingua, nella quale è poco più che un apprendista.
Alla loro dignità, soprattutto: non sono le figlie dei mafiosi e dei corrotti, dei nuovi ricchi sostenitori di Putin (basti leggere la Politkovskaja, nelle edizioni Adelphi): sono le figlie di chi vuole un cielo limpido, e un volto vero nella fatica buona.

Mi raccontava mia moglie di una sua amica, dalla vita durissima e difficile: ha ragione lei, diceva - lei che non accusa nessuno, che è sempre sorridente, che ha pazienza infinita perchè sa che avere una laurea, un lavoro anche temporaneo, una casa anche in affitto, un marito e dei figli, la possibilità di vivere poveramente ma senza corrompere e senza mentire è un privilegio, e che tanto basta. Che deve bastare.

Oggi è shanà tovà, il capodanno ebraico: mi scrive un amico che non si può sapere dove si stia andando, con chi e per cosa: l'unica certezza è per chi, ed ognuno di noi lo sa.

La storia è questa e nessun'altra - quella dell'amica di mia moglie, delle mie ragazze dell'est. Questo resterà per la vita eterna, nient'altro - di tutto il resto, si ricaverà eterno carbone per un fuoco inestinguibile. Non ho dubbi in proposito.

28 settembre 2008

E QUESTO E' TUTTO di P. Paolo Gobbi


Vorrei proseguire questo settembre di "attenzione" dedicata all'incontro con Cesare Pavese, suggerendovi la lettura di un libro appena uscito. E' "La traccia di Cesare Pavese" di Gianfranco Lauretano (Edizioni Bur- Rcs Libri).
Lauretano, poeta e scrittore, con un gruppo di amici decide di partire in auto sulle tracce di Pavese, andando nei luoghi della sua vita e della sua opera, che poi per Pavese sono la stessa cosa. Ne viene così fuori non un libro "su" Pavese e nemmeno una colta riflessione sulla sua opera, ma un libro "con" Pavese. E' molto bella questa decisione di mettersi in viaggio, di intrecciare prima dell'intelligenza i propri passi con un altro, la fatica, il sudore, la fame, con un autore e la sua opera; è esigente e vera questa idea di lettura come esperienza, come cammino insieme a scoprire strada facendo che cosa davvero ci brucia nel cuore, cosa desideriamo e cosa brucia nel cuore dei compagni. Intendo, come scrive Davide Rondoni nella bella prefazione che da sola vale il libro, che "qui si mettono i propri passi, i propri problemi nei suoi, vedendo, come diceva la vecchia simpatica canzone "l'effetto che fa". Il lettore che tiene tra le mani queste righe potrà fare maggeiore esperienza della propria umanità, se accetterà di lasciarla provocare. Potrà dare vita in un piccolo colloquio a tre, all'esercizio più importante della vita umana, la cultura. Ovvero l'esercizio del senso critico, del giudizio sulla propria esperienza. Non è un libro rivolto solo agli amanti della letteratura, anche perchè la categoria stessa di amanti della letteratura è un'astrazione, non esiste. O se esiste, è un incubo. Esistono amanti della vita, che perciò sono amanti della letteratura. Gli altri quelli che divorano libri perchè hanno fame di pagine, o hanno noia dell'esistenza, o perchè ne fanno solamente un mestiere non sono lettori interessanti per un libro così. Come non erano lettori interessanti per Pavese".
Mi venivano alla mente queste parole ieri pomeriggio mentre curiosavo nella libreria Paginadodici, a Verona e osservavo tutti quei libri disposti con cura dalle "mani" della libreria, Roberta e Francesca. Tra essi ce ne sono di bellissimi e c'era anche quello che vi sto suggerendo. Al banco della cassa c'era anche una torre dell'ultima fatica di mio fratello Lorenzo, la traduzione del "Libro d'ore" di Rilke con la sua bellissima icona in copertina che attira a se lo sguardo e invita all'incontro. Ho scambiato due parole con Roberta, come sempre su Lorenzo (è il "privilegio " bello di avere un fratello stimato scrittore!) e con i miei soliti quattro libri nuovi sotto il braccio sono uscito tra le vie della città strapiene di gente e di bambini accorsi per la festa del "tocatì", i giochi di una volta fatti rivivere per le strade. Mentre passeggiavamo e mischiavamo i nostri passi con quelli di tanti altri ci dicevamo con mia moglie come sia inutile lamentarsi, criticare con amarezza, spendere tante parole sui libri brutti che ci sono in abbandanza, sulla scuola che ha molti problemi, sul male che dilaga. Ci dicevamo che i libri belli ci sono se non si è smesso di aspettare davvero, che c'erano per strada un sacco di bambini con dietro i genitori sudati e stanchi ma che sembravano felici. Ci dicevamo che Roberta e Francesca "apparecchiano" la lora libreria come la tavola per l'ospite che sono certe deve arrivare. Ci dicevamo dei nostri piccoli che crescono e fanno faticare ma quanta grazia, quanti doni nell'averli.
Così i libri, i passi nostri, i volti dei bambini, i giochi per le strade, tutto si è mischiato e sembrava fare segno alla stessa realtà, alla danza della vita quando accetta e stupisce di riconoscersi dono di un "altro", quando riesce a ringraziare e non teme di essere, semplicemente essere, così come viene, così come è data.
Anche se può non sembrare, raccontavo a mia moglie che anche Pavese sentiva così e se forse lui non sarebbe uscito per le strade nel pomeriggio del "tocatì", troppa gente!, forse però avrebbe atteso il primo buio per mettersi in strada con la pipa tra le mani e sarebbe passato guardando da lontano, avrebbe spiato tutta quella gente che viveva e cercava le stesse cose che sentiva lui. Poi magari tornato a casa, al suo tavolo, avrebbe aperto una lettera di un'amica e forse le avrebbe scritto così', come scrisse nel 1943 a Fernanda Pivano, in risposta a una sua abbacchiata lettera. E' significativo che Lauretano concluda il suo viaggio in compagnia di Pavese proprio consegnando alla nostra lettura questa lettera ed è straordianario quello che pavese "ci" scrive, quello che ha saputo vedere da lontano, magari camminando solo e silenzioso nascosto sotto il cappello, riscaldato dal calore della pipa tra le mani, ma con occhi e cuore leggeri e profondi come un gesto vero di amicizia . E davvero "questo è tutto".
"Cara Fern, la sua lettera mi ha molto commosso e se potessi prenderei subito il treno per provarle che non è vero che la circondano il gelo e l'ostilità. Ma non capisco perchè si trovi tanto male proprio adesso che sa di poter lavorare nove ore al giorno...non ha sempre aspirato all'indipendenza? A meno che non le succeda come a tutti: una volta ottenutala, non sa più cosa farne. Si ritorna cioè a quanto le ho sempre consigliato: si faccia una vita interiore, di studio, di affetti, d'interessi umani che non siano soltanto di "arrivare", ma di "essere"- e vedrà che la vita avrà un significato.
Cara Fern, la solitudine che lei sente si cura in un solo modo, andando verso la gente e "donando" invece di "ricevere".
Si tratta di un problema morale prima che sociale e lei deve imparare a lavorare, esistere, non solo per sè ma anche per qualche altro, per gli altri.
Fin che uno dice : "Sono solo", sono " estraneo e sconosciuto", "sento il gelo", starà sempre peggio. E' solo chi vuole esserlo , se ne ricordi bene. Per vivere una vita piena e ricca bisogna andare verso gli altri, bisogna umiliarsi e servire.
E questo è tutto."

19 settembre 2008

COME DI STELLA NELL'AZZURRO PROFONDO di P.Paolo Gobbi

Van gogh, Ritratto di Eugene Boch, 1888, Parigi, Musée d'Orsay

Vorrei continuare il “giorno di simpatia umana” donato e ricevuto da Cesare Pavese, nato proprio nel settembre di cento anni fa, accostandolo a un altro grande uomo, che ha vissuto, sofferto, amato, cercato, domandato e atteso fino alla fine. Lo ha fatto con i suoi quadri e i suoi colori, con le sue lettere al fratello Theo, settecento tra il 1872 e il 1890. E’ Vincent Van Gogh.
La sua vicenda umana e artistica ci narra di una grande passione per l’umano, dello sforzo di af­fermare l’orizzonte infinito della propria sensibilità e della realtà incontrata, della fatica di farsi comprendere e accettare. Lo fa con forza e fragilità insieme, con consapevolezza della drammaticità del vivere ma anche con una serenità di fondo: “ voglio che la gente dica delle mie opere: “sente pr­­o­fon­­dame­nte, sente con tenerezza”. Forse questo equilibrio sempre sul punto di perdersi gli de­riva­va da quello che gli ardeva nel cuore: la certezza dell’esistenza di una risposta alla sua domanda più profonda, quella di vita e di amore (all’ esigenza permanente, direbbe Pavese). Una domanda che ha urlato e sussurrato secondo il suo destino: con le sue tele, con i suoi colori. Una risposta che ha sempre inseguito nei suoi incontri, nei volti amati, nelle lettere e soprattutto nella pittura. Anche la morte, che si è data nel 1890, Van Gogh la immagina come un ritorno e sembra certo che la possibilità di rialzarsi, come gli è accaduto tante volte in vita, non dipende da lui ma da qualcosa che da fuori “accade”: scrive a Theo “ ma con o senza il nostro permesso, il freddo cede infine e un bel mattino troviamo che il vento è cambiato e che comincia a sgelare”.
Viene da pensare a Pavese: “ O luce, chiarezza lontana, respiro affannoso, rivolgi gli occhi immobili e chiari su di noi. E’ buio il mattino che passa senza la luce dei tuoi occhi”. E ancora “ come è grande il pensiero che veramente nulla a noi è dovuto. Qualcuno ci ha promesso qualcosa? E allora perché attendiamo?” . Già: perché attendiamo?

Van Gogh e Pavese hanno atteso fino all’ultimo, sentivano l’esigenza di una luce, di una stella, di un amico, di un fratello. Sentivano che la posta della vita è alta, che per meno non vale la pena, che si vuole “restare” e “aver restituito se stessi dagli altri”.
Cosa dedicherebbe Pavese a Van Gogh? Forse il dialogo “L’isola” presente nei dialoghi con Leucò: “quello che cerco l’ho nel cuore come te”.
E forse Van Gogh gli regalerebbe il “Ritratto di Eugene Boch”, un pittore e scrittore. E’ un dipinto del 1888, eseguito dopo il rapido incrinarsi del rapporto con il pittore Gauguin, un amico che Van Gogh avrebbe voluto ritrarre. Vincent, rimasto solo, si ferisce all’orecchio e dipinge questo quadro straordinario e scrive parole che ci dicono davvero di cosa era fatto, come “sentiva” il suo cuore. Parole che sono leggere e profonde, proprio come Van Gogh voleva la gente dicesse delle sue opere e che da sole valgono la luce e la bellezza di una stella. Sono persuaso che Pavese avrebbe accennato un sorriso. Scrive Vincent e Theo:

“Vorrei fare il ritratto di un amico artista, che sogna i grandi sogni, che lavora come l’usignolo canta, perché questa è la sua natura…e vorrei mettere nel quadro la stima e l’amore che ho per lui. Lo ritrarrei così come è, più fedelmente possibile, per cominciare. Ma il quadro non sarebbe terminato così. Per finirlo farò il colorista arbitrario. Esagererò il biondo dei capelli…dietro la testa, invece di dipingere il muro banale del misero appartamento, dipingerò l’infinito, farò una sfondo semplice del blu più ricco, più intenso che riuscirò a ottenere; da questa semplice com­binazione la testa bionda, illuminata su questo sfondo blu suntuoso, rende un effetto misterioso come di stella nell’azzurro profondo”.

09 settembre 2008

UN GIORNO DI SIMPATIA UMANA CON CESARE PAVESE di P.Paolo Gobbi


Una vigna che sale sul dorso di un colle
fino a incidersi nel cielo,
è una vista familiare,
eppure le colline dei filari semplici e profonde
appaiono una porta magica..."
Cesare Pavese, I racconti

Forse erano così anche quel giorno di cento anni fa le colline intorno a Santo Stefano Belbo, in Piemonte, quando una porta magica tra i filari si è aperta e il 9 settembre 1908 vi è nato un bambino che sarebbe diventato un grande scrittore, Cesare Pavese.
La notte del 26 agosto 1950, dietro la porta chiusa di una stanza dell’Albergo Roma, a Torino, Pavese mette fine alla sua esistenza. In mezzo ci sono la sua vita, i suoi libri, la sua vicenda semplice e complessa, straordinaria e drammatica come quella di ogni uomo.
Cento anni dopo restano le sue parole, che attendono ancora di vivere nell’incontro con noi. Ed è facile leggendole consi­derare Pavese una sorta di complessato, un uomo troppo sensibile, in fondo inadatto alla vita, lontano dalla realtà, che si pone domande e problemi inutili, che va scavare cose che è bene anche oggi lasciare nell’ombra. Qualcuno ha scritto, che Pavese si è concesso il “vizio assurdo” di cercare la verità. Perché? Non è forse dell’uomo di desiderare la verità, la bellezza, l’amore, la compagnia, di impegnarsi nel “me­stiere di vivere”, di chiedersi per cosa vale la pena, di attendere ogni sera un segno, una luce chiara, qualcosa, un senso alle cose che acca­dono, per fortuna e per dono.
Forse non è casuale il generale quasi silenzio di oggi su questo anniversario, anche negli ambienti letterari che dovrebbero essere a lui più vicino. Natalino Sapegno scriveva di Pavese, che la “sua vicen­da umana torbida “ manifesta “ una primordiale voca­zione di morte” e Natalia Ginzburg, che lo co­nob­be e vi lavorò vicino, lo riteneva “un ragazzo che ancora non ha toccato la terra”. Italo Calvino quan­do scopre che Pavese tiene un diario e ha questa preoc­cupazione per la propria interiorità gli dà del “matto”. Di uno così cosa ce ne facciamo oggi?
Eppure Pavese lo sapeva che “ bada bene. Tutti lo cercano uno che scrive, tutti gli voglio­no parlare, tutti vogliono poter dire domani “so come sei fatto” e servirsene, ma nessuno gli fa cre­d­ito di un giorno di simpatia totale, da uomo a uomo”( La letteratura americana e altri saggi, p.235) .
Ecco cosa desiderava Pavese, il legno che ardeva nel profondo del suo cuore: desiderava un giorno, an­che uno solo, di simpatia umana, totale, da uomo a uomo.
Proviamo ad accostarci così, con questo atteggiamento ai suoi libri, lasciando la facile idea del “vizio as­surdo”, del Pavese grande scrittore ma uomo “difficile”, “diverso” e facciamogli credito di simpatia umana, ricono­scendo con sincerità in lui e in noi l’esistenza di un’“esigenza permanente”(1).
Così ci può accadere di accorgerci che quest’uomo vissuto cento anni fa ci conosceva molto bene; che è stato capace di dare parola a quello che brucia dentro di noi e che a volte non vediamo o non vogliamo vedere. Ci si può accorgere che anche noi attendiamo, siamo una domanda di qualcosa, abbiamo bisogno di uno sguar­do di bene la sera, di essere abbracciati fino al nostro ultimo segreto. Ce lo dice Pavese: “esatta è l’a­ffermazione che la mia persona sia una esigenza permanente”( in Lettere, p.598) e poi nei Dialoghi con Leucò, nell’Isola, Calipso chiede a Odisseo: “Perché continuare? Che t’importa che l’isola non sia quella che cercavi? Qui nulla mi succede: c’è un po’ di terra e un orizzonte: qui puoi vivere sempre"
Certo: si può vivere lo stesso, anche oggi, come cento anni fa, come mille, come se un’isola valesse l’altra, se una strada valesse un’altra. Si può far finta di niente; sistemarsi; tirare avanti; attaccarsi a quattro cose, usare l’intelligenza per difendersi, mettere a tacere quell’esigenza permanente di verità che ci abita, ma per Pavese questo è un tradimento dell’umano; è rinuncia; è dimenticare di avere un cuore che cerca; che attende, che vuole di più.
Sempre nell’Isola, Odisseo e Calipso parlano:
Calipso: cosa è stato finora il tuo errare inquieto?
Odisseo: se lo sapessi avrei già smesso: ma tu dimentichi qualcosa.
Calipso: dimmi
Odisseo:quello che cerco l’ho nel cuore come te.

Sia­mo fatti così: portiamo nel cuore il sentimento di una mancanza; il ricordo annebbiato di un destino che preme e punge; un’isola da ritrovare; da riconoscere come familiare. “L’ho nel cuore “come te”: come te lettore, come noi. A me questo pare un grido di vita, una domanda dal profondo di un’amicizia; di una compagnia; di comunione. Averne domande così!

E nel dialogo finale “Gli dei” :
“ e noi che viviamo lontano lungo il mare o nei campi l’altra cosa l’abbiamo perduta”
“ dilla dunque la cosa”
“già lo sai: quei loro incontri”
E’ molto bello che l’ultima parola di questo straordinario dialogo tra il cuore dell’uomo e il divino che sono i “Dialoghi con Leucò”, sia la parola “incontri”: Pavese lo sa che “occorre un intervento dall’esterno per mutar direzione”, un “incontro” e che per meno di questo non vale la pena vivere. Ce lo ridice nella poesia “Estate di San Martino” dove la città di Torino è simbolicamente tutta la vita:
“ma Torino è il più bello di tutti i paesi, se trovassi un amico quest’oggi; starei sempre qui”.
Eccoci forse al punto, al cuore della ricerca di Pavese, vicino a quel mistero per cui “ non ci basti scrutare e bere in noi e ci occorra ricevere noi stessi dagli altri”. Lo sentiva Pavese quanto alta fosse la posta in gioco della vita, quanto fosse vitale fare l’esperienza delle cose, della realtà, degli altri, dell’amore, dell’amicizia. Ricevere se stesso dagli altri, dagli incontri. Non bastava saperlo, occor­reva toccare. A Mnemosine che gli ricorda che “Tu lo sai che le cose immortali le avete a due passi” Esiodo risponde: “Non è difficile saperlo. Toccarle è difficile”.
“Toccarle”: forse l’amarezza che grida da molte pagine di Pavese nasce da qui, dal fatto che per lui il senso rimane un racconto, il mito non si invera mai, non accade che “il dio, non un’idea, potesse sbucare su quelle colline, al confine tra cielo e tronco”. A volte Pavese forse intuisce, coglie un riverbero, ma poi lo perde, quella parola grande, Dio, che compare nel "Mestiere di vivere", non diviene un incontro da uomo a uomo, carne e sangue, non tiene, non resta.
La sua tragedia non è stata domandare ma non trovare una risposta all’altezza della domanda.
Pavese non si è accontentato di un’isola qualsiasi: fosse quella delle sue notevolissime capacità letterarie e critiche e del successo; quella della sua intelligenza penetrante, o l’isola dell’impegno politico e partitico dalla parte “giusta”. No, ha voluto inseguire l’isola del suo destino come Odisseo nei Dialoghi, che non vuole la menzogna e cerca di più. Perchè l’uomo desidera questo, qualcosa che resti , che tenga.
“Hai anche ottenuto il dono della fecondità, sei signore di te, del tuo destino. Sei celebre come chi non cerca d’esserlo. Eppure tutto ciò finirà. Questa tua profonda gioia, questa ardente sazietà, è fatta di cose che non hai calcolato. Ti è data. Chi, chi, chi ringraziare?Chi bestemmiare il giorno che tutto svanirà?”

“Chi, chi, chi ringraziare…chi bestemmiare…” Pavese ha continuato a desiderare, ad attendere perché “aspettare è ancora un’occupazione. E’ non aspettar niente che è terribile”.
Ha continuato a desiderare qualcuno che come lui sentisse che il reale della vita e della letteratura è incontrarsi da uomo a uomo; è trovare un amico da attendere insieme; è sentire insieme la domanda che punge, per che cosa vale la pena vivere e morire; qualcuno con cui gridare l’esigenza di una chiarezza lontana, ferma e chiara.
Pavese lo sentiva che un uomo da solo facilmente si arrende e finisce per non attendere più nulla, si spegne come “una pipa” o “una stella”. La poesia che ci offre e che cerca è questo: un gesto di amicizia e “sono uomini quelli che attendono le nostre parole; poveri uomini come noialtri quando scordiamo che la vita è comunione”: allora sì che si può ricominciare “ ad ogni istante” e a volte l’apertura alle cose lascia filtrare quella “chiarezza lontana” di cui tutto è segno: allora si può iniziare a guardare con simpatia umana anche il proprio io, i nostri limiti, le sue grandezze. E vivere.

Certo la fine che Pavese ha scelto ci può far dire che quella “chiarezza lontana” lui non l’ha trovata, quel “chi”da ringraziare non si è rivelato, la porta è rimasta chiusa.
Ma se lo vogliamo Pavese si fa “amico” per noi, proprio perché ridesta quella domanda, quella ferita, quella ricerca, quell’inquietudine, quella nostalgia di una vita che “tenga” che “resti”. “Tu amico per cosa vivi? Cosa aspetti? Per cosa vale la pena?” sembra ci dica.
Altro è impossibile dire dell’ultimo giorno, di quella porta rimasta chiusa alla vita in una notte di agosto. Non lo sappiamo se quando Pavese si è addormentato quella “chiarezza” cercata da lontano l’ha visto e si è messa in cammino, se un amico gli ha sorriso negli occhi, se una mano per sempre ferita lo ha toccato e gli ha detto “ecco,ci sono”.
Lo possiamo sperare, come per un amico.

“Se trovassi un amico quest’oggi starei sempre qui”

Vogliamo a un uomo così, uno come noi, donarlo un giorno, uno solo, di simpatia umana?
Vogliamo quest’oggi farlo restare con noi?


(1) Per chi desidera approfondire questa chiave di lettura dell’opera e della vita di Cesare Pavese, rimando a un be­llissimo libro di un giovane ricercatore di Bari, Valerio Capasa:
“Un’esigenza permanente. Un’idea di Cesare Pavese”. Edizioni di pagina, 2008.
A lui devo molto della rilettura di Pavese e alcune suggestioni di questo breve ricordo.
Un altro libro in uscita che merita è “La traccia di Cesare Pavese” di Gianfranco Lauretano, Ed.Bur.
Le opere di Cesare Pavese sono edite da Einaudi.

04 settembre 2008

CARTOLINA di Pier Paolo Gobbi

Cosa scegliere di questa estate che ormai va finendo? I bambini: i tanti incontrati nei parchi , in albergo, in spiaggia, in cortile, per strada, nei centri commerciali per star freschi e muoversi un po’. Non erano tutti felici, no. Nemmeno tutti educati e simpatici. Eppure quanta vita in quei gesti, in quei corpi, che anche da fermi sembrano mandare un brusio, e forse è la vita che lavora, si muove , nascosta, che viene.
Che domanda grande in quella luce che tutti li tiene e a volte la senti posata nel cuore quando nella sera benedici che sono a letto e rimane qualcosa di fresco nel frigo, un libro, un amico, una stella, una mano che ami e lo senti e ti dici che vale la pena.
Poi i miei piccoli straordinari che crescono. E quella sera che non scorderò più, quando tra le mille luci delle strade mio figlio ha alzato gli occhi dentro il cielo e mi ha detto "guarda". E c'era la luna.
E Gionata che da pochi giorni è tra noi, fratellino di Gioele, figlio di mio fratello GianCarlo e di Laura.
E i nonni che sanno che l’amore rimane.
E mio fratello Lorenzo che scrive di loro, di noi, scrive filastrocche dal bene e tra poco nasceranno anche loro.
Com’è straordinaria la vita quando l’estate finisce e si riprende di lena, ognuno al suo posto, mai soli, che ne vale la pena.
Ecco, così, questa cartolina.


Come crescono i bambini
( per i bambini dell’estate, per Gionata che è qui)

come crescono i bambini
tra le braccia aperte dell'estate
nel darsi generoso
della luce
quando a sera poi
è bello rimanere
a sentirli respirare
nel petto della notte
e noi fuori sul balcone
a dire due parole

una mano
qualche stella
un amico
da gustare
e versa
solo il bene

lo vedi
da come ti raccontano
un pensiero
dalle prime nuvole
sul viso
dal gioco
che muta- piano piano -
quando lasciano
il pallone
e se ne vanno dietro casa
a misurare un legno
a leggere
la mappa
della vita
dentro un sasso

dal corpo
che gli scappa più lontano
quando si guardano riflessi
dentro i vetri della casa
“ed io chi sono?”


dai silenzi che ti infilano
domande
dentro il cuore
e adesso non sai cosa dire-
se vale
e cosa
tra vivere
e morire

lo vedi
da come gli occhi
al tempo esatto
si aprono
a ventaglio
verso il cielo

come quella sera
che tra le mille parole vane
del mio canto
tu mi hai detto

"guarda,

in alto

c'è la luna!"

18 luglio 2008

L'ETA' DELLE PAROLE E' CAMBIATA

"L'età delle parole è finita", scrisse Antonia Pozzi: per me, è semplicemente cambiata. Ora che posso finalmente ascoltare le parole di Pier Paolo, quelle che ha sempre tenute nascoste anche quando erano rivolte a me, e che tendo a osservare un assoluto silenzio, converso con i miei suoceri (per necessità familiari, legate alla slaute e alla vecchiaia, da qualche settimana abitiamo con loro), converso come sempre con mia moglie Layla (Maddalena), aiuto il mio secondo fratello a sistemare la stesura del suo primo libro (i "giovani" Gobbi sono tre, in scala: Lorenzo, Pier Paolo e Gian Carlo) e leggo in manoscritto le memorie di mio padre sulla sua infanzia e sulla sua professione di psicologo (e riesco pure a suggerirgli di togliere una parte, di anticiparne un 'altra e di posticiparne una terza, modificando l'impianto del libro...), aiuto delle arrabbiate ragazzine a comprendere le parole latine (cioè, tengo corsi di recupero, fino al 25 luglio), devo dire che l'età delle parole è proprio cambiata, benché non trascorsa.
Scrivo per i bambini, e scrivo un saggio sullo scrivere per i bambini e sul leggere con i bambini: la collana che curo per l'infanzia è in dirittura d'arrivo...
Per il resto, prego: ho sempre pregato. Non conosco altre parole che abbiano senso, e che sappiano darne alle aprole quotidiane. Soltanto, ora le parole quotidiane sono illuminate dal di dentro, da una luce che si è fatta a poco a poco, negli anni, più viva. Per questo non scrivo più qui, non scrivo più poesie, non credo che tradurrò più né che mi occuperò più di "letteratura".
Quanto alle parole insensate... il csm che sarebbe una "cloaca", di oggi; le assurdità ciniche e fuori luogo della Guzzanti sul papa e sui "diavoli frocioni" (alla faccia del rispetto per i papa, ma anche per gli omosessuali); le tante bugie che sento... beh, ho buone ragioni di sospettare che tali parole non esistano, che siano solo un brutto sogno; spero che non abbiano la potenza di creare nulla, nè di chiamare all'essere alcunché. So che non è così, e contemplo inorridito il mistero del loro potere.
Io parlo ai bambini, più o meno così:
C’era una volta un gufetto imbroglione:
più non gli crede nemmeno un piccione!
Tutti lo sanno che è sempre bugiardo:
da tempo, nessuno gli usa riguardo.

Se gli chiedevi: “Ehilà, che ora è?”,
lui alle sette diceva: “Le tre!”
Se domandavi: “L’abete, è di qua?”,
ti rispondeva: “Ma no, per di là!”

Mille e una volta lo hanno beccato,
mille e due volte lo han perdonato!
Ora è tristissimo e scuro nel volto:
non c’è nessuno che più gli dà ascolto!

Molti gli dicono: “Scusati, dài!
Se dici il vero, ci guadagnerai!
Tutti vorranno venirti a trovare,
tutti verranno da te a chiacchierare!”

Lui sta da solo sul ramo lassù:
oggi ha imbrogliato due volte un cucù!
Sembra incredibile: è proprio adirato
perché gli amici lo hanno scusato!
* * *

Oggi racconto di Chiara Fontana:
tutti lo dicono, è proprio un po’ strana…
Pensa: “Il becchetto… io no, non ce l’ho!
Guarda le piume… io mai non le avrò!

Tutti saltellano e corrono in giro,
merli, leprotti e il piccolo ghiro:
io sto qui ferma, ma giusto non è!
Voglio le zampe… non una, ma tre!

Lei ha le ali, e vola lassù:
dimmi, perché devo stare quaggiù?
Loro han le foglie, son verdi, son belli…
loro hanno i petali…. voglio anche quelli!

No, non è giusto che quel che non ho
l’abbiano in tanti, e io neanche un po’!”
Chiara Fontana, perché pensi questo?
Quel che tu dici, anch’io lo contesto!

Sei limpidissima, scorri argentina,
ridi, gorgogli, sei luccichina!
Tutti hanno vita bevendo da te…
Chiara, la gioia… mi spieghi cos’è?

Buona estate a tutti!
Lorenzo

28 giugno 2008

AZZURRITA' E LONTANIE di Pier Paolo Gobbi

Daniel Lifschitz, Barca a vela. (www.dlifschitz.com)

Me ne vado un po’ in vacanza a godere di azzurrità, lontanie e luce nel grande abbraccio del mare.
Dove vado c’è poco silenzio ma anche la poesia deve abitare nella realtà.
Buona estate a tutti e grazie a chi ha visitato questo blog e in modo speciale a mio fratello Lorenzo, che dopo averlo creato e allevato me ne ha lasciato fiducioso la cura. E’stato bello e forse ci rive­dremo a settembre.
Vi lascio con due piccole poesie di un grande poeta del mare, che certamente conoscete. E’ Biagio Marin, da "La vose de la sera" ( i Garzanti poesia)
Il suo è l’unico libro che porto con me perché sempre mi mette il cuore in canto.


Chè hè fato in questo mondo?
Hè cantao
Hè vilisào,
mundi hè goduo del sole biondo.

M’ha passo le lontanie
Che se feva parola,
el mar in sono e co’ le so restie,
l’arivo a me, d’una fèmena sola.

‘Na continua scoperta
de lontani paisi,
e novi fiuri in duti i misi,
duta la tera ‘verta.

Che ho fatto in questo mondo?/ Ho cantato, / ho veleggiato: / molto ho goduto del sole biondo. //
Mi sono piaciute le lontanie / che si facevano parola, / il mare assonnato e con le sue onde, /
il giungere di una donna sola. // Una continua scoperta / di lontani paesi, /
e fiori nuovi in tutti i mesi, / tutta la terra offerta.



Maistral calao,
e fa za sera,
el mondo incantao
el xe duto una preghiera

Se inperla in alto el cielo
el se fa firmamento
el canto lento
el divien ritornelo

Cu vien, cu fa ritono
in ‘sta fine del zorno?
el mondo sito aspeta
Dio, el so poeta.


Maestrale calato, / e fa già sera, / il mondo incantato / è tutto in preghiera //
Si imperla in alto il cielo, / si fa firmamento; / il canto lento / si fa ritornello. //
Chi viene, chi fa ritorno / nelle fine del giorno? /
Il mondo silenzioso aspetta / Dio, il suo poeta.

19 giugno 2008

TRA LA SPALLA E IL CIELO di Pier Paolo Gobbi


Scusate una piccola cosa privata. Ho appena messo a letto mia figlia Rebecca dopo averla cullata a lungo sulla spalla, passeggiando tra le stanze, uscendo sul poggiolo a respirare la sera, rientrando. Oggi compie un anno e ha camminato per casa ondeggiante ed ebbra di vita. E' nata in una sera calda e bella di giugno come questa, in un giorno che era già festa perchè vi è nata anche la mia mamma. Poi questa settimana è "rinato" anche un bel libro di mio fratello Lorenzo, "Lessico della gioia", che ora vive nelle librerie e aspetta mani delicate.

Così è nata anche "Tra la spalla e il cielo". Prendetela così, quasi come un canto di festa stasera nel vento.


Tra la spalla e il cielo

" quasi un canto stasera nel vento, per Rebecca che compie un anno, per la mia sposa, per mia mamma, per Lorenzo e il "lessico della gioia".


Sei arrivata
nella sera
che è già festa

tra le mani
bianche e umide
di un sera di giugno
come questa

e ora che cammini
in equilibrio
sullo stupore
di esser viva
hai la bellezza di tua madre
il suo sorriso aperto
che un giorno nell'inverno
mi è fiorito dentro
c'è restato

e ancora
mi fa sposo
a questa vita
che mai trova
le parole esatte
della lode

Gli occhi no, son solo tuoi
e vedrai ti serviranno
quando sarà inverno
e scoprirai
che domandare
è la benedizione

Crescono nei figli i padri

e quando un giorno
andrai lontana
io avrò finito le parole
ma sentirò per sempre
il tuo respiro quieto
tra la spalla e il cielo

come questa sera
che qualcosa più
di un anno
si compie in noi
nel nome
della gioia.



Nascono così, lo so,
lo sai fratello,

come i bambini

dalla ferita del parto
dallo stupore di essere qui stasera
a dar da bere a un fiore sul balcone
a coltivare un verso tra le mani e il cielo

ad occhi chiusi
dai palmi vuoti dopo l’amore
quando un canto sale alto
e poi si arrende
come un niente
che ricade -
dentro il vivo

Nascono dalla cura per il bene
e subito li vedi allontanarsi
ad inventare i primi passi
tra i mobili e la luce

in equilibrio
sulla corda tesa
di esser vivi

E tu rimani lì
a sentire l'urto della notte
contro il cuore
E preghi
nelle sere di giugno
come questa
che sia il bene
quella stella -

sorella
quella
gioia


Nascono così

come i bambini

le poesie



("Nascono come i bambini le poesie" è anche il titolo di un bel libretto di Davide Rondoni. Anche se non lo sa ringrazio anche lui)

14 giugno 2008

AL LOUVRE CON UN AMICO di P. Paolo Gobbi

Ieri sera ho chiuso il libro e gli occhi e sono stato al Louvre in compagnia di una guida speciale, Yves Bonnefoy. Ci siamo dati appuntamento all’ingresso della grande piramide e puntuali ci siamo incontrati. Abbiamo esitato un attimo, in silenzio, come davanti a una domanda. Poi via dentro il “grande spazio”.
Siamo riemersi tre ore dopo e seduti in un bistrot abbiamo continuato il dialogo.

IL MUSEO
Avrei voluto entrare da bambino in un luogo così…
Salendo le scale contro corrente a queste ombre che vengono giù per i gradini.
E andando su come sarebbe stato bello sedersi vicino alle ginocchia di una grande Isis sorridente, che gli avrebbe aperto un libro di segni e di figure, tutto a colori, con le pagine in numeri di ciò che è.
Dunque è stata splendida al Louvre questa intuizione: collocare in cima alle scale d’accesso la Vittoria di Samotracia, e le sue ali spiegate al di sopra del mondo.
In piedi sulla prua di una nave conquistata, saccheggiata. Ma è parimenti la giovane madre dalla veste leggera e aderente al corpo. La dolcezza in persona, la pace.
Sulla spalla il fermaglio si è aperto, la stoffa è gonfiata dal vento. Il grande segreto già quasi detto.

LA PIRAMIDE
Non è una piramide. E’ la clessidra che si sta per rovesciare perché cominci il tempo di questa visita che già scorre via e presto ha fine.
E allora, essendo qualcosa che somiglia alla vita, ecco, un termine le viene subito fissato. E per fortuna che va così, se no dei quadri non vedremmo che il bagliore tutto materiale del colore, e dei disegni non sapremmo che i grovigli delle linee. E noi conosceremmo le statue, come accade agli insetti con le rovine, solo per le gobbe e i buchi della pietra.

LE STAGIONI
E’ da molto, quanto a me, che vado avanti; e cerco di sala in sala il tassello mancante del puzzle.
Ed ecco che mi sembra che questa camera ottagonale dove quattro quadri l’un l’altro si riflettono, sia lo sbocco di un corridoio che ho seguito per anni, quasi da dopo la mia nascita.
Corridoio sotterraneo che aveva slarghi, a volte, in punti dove brillavano lampade, e allora scorgevo vaghi contorni sulle pareti. Ma dove non si era ancora riaffacciata, dalle finestrelle nella volta, la luce di cui serbavo memoria, che desideravo.

METAMORFOSI
Non è un esempio da seguire il Louvre? Questo palazzo dove figure concepite da scultori e pittori si sono succedute a principi, legislatori, soldati. Dove l’immagine si è sostituita alla vita poiché può esserne la più elaborata delle forme: fiore alla cima della linfa, fulmine al colmo del cielo tempestoso, sorriso nella penombra di un febbricitante volto.
Sarebbe bastata qualche altra metamorfosi così, in questi luoghi dove si esercitava il potere, dove si elaborava la legge: e la terra si sarebbe coperta di una sconosciuta vegetazione, sotto le cui fronde avrebbe indugiato per la sua meditazione o per i suoi giochi, un’umanità di cui mai sapremo quale avrebbe potuto essere la serenità, la felicità…Noi che bruciamo i suoli, svelliamo le radici, noi che sconvolgiamo le nubi.
Un’umanità che avrebbe saputo del potere solo ciò che è aspettativa di giustizia; e che avrebbe attinto la sua giustizia al segreto delle corde di un liuto, come nel “Concerto campestre”.

IL GABINETTO DELLE STAMPE, DEI DISEGNI
Andiamo però, per un momento, da coloro che non si accontentano di dipinti, malgrado i colori, di sculture, malgrado il loro esitare tra materia e luce.

Andiamo da quelli che trovano più infinito in fondo a casette dagli angoli consunti, nel nero di una matita, di un inchiostro, nel misurato chiaro­scuro di un’incisione su rame.
Essi di sicuro pensano che il vero colore è dall’altra parte della notte, essendo quello che si scorge nel sogno.
E hanno capito che il disegno con i suoi pochi tratti può liberare dal modello grandi raggi di invisi­bi­le, mentre certi quadri vasti di ambizione e colore non riescono che a scuotere vanamente, sotto i nostri occhi, una stoffa nera.
(E’ facile provare amicizia per una litografia, e ancor più per un’acquaforte. E’ come se qualcuno ci venisse vicino).

SI DEVE INCENDIARE IL LOUVRE
“Si deve incendiare il Louvre?” ci si chiedeva quando lo si voleva confondere con una tradizione divenuta dogma.
Piuttosto veder correre per i suoi vasti pianciti lo stesso fuoco che è nelle stelle.

Fiamme pestate dalla folla interminabile, ma che sempre rialzano il guizzo.

( brani tratti da “Il grande spazio”di Yves Bonnefoy, Ed. Moretti§Vitali, 2008.
Attraverso una prosa narrativa in brevi annotazioni e lievi spostamenti psicologici, Bonnefoy ci accompagna tra le stanze del Louvre, alla ricerca del “grande spazio”, il mondo che abbiamo forse perduto e insieme lo sbocco che ci sta davanti, dentro, verso un mondo diverso).



07 giugno 2008

PRIDE AND PREJUDICE

Conosco diversi omesessuali, più d'uno. Guardando le foto e i video del gay pride, penso che si sentano come mi sentirei io se sfilassero per rivendicare i diritti della coppia "tradizionale" Rocco Siffredi (il massimo esperto di patatine...), Tinto Brass, l'associazione dei gestori di sex-shop, le spogliarelliste di Las Vegas e chi infila loro 10 dollari nella giarrettiera sbavando e ansimando. 

Cosa c'entra tutto questo con l'intimità, la tenerezza, l'affetto, la bellezza, la bontà dell'esistenza? Con l'affettività, con la relazione, con il sesso? 
Perché mettere insieme così transessuali e travestiti brasiliani danzanti, ometti magri con la tiara vescovile, ciccioni altrettanto danzanti, ragazzine infervorate che si baciano, qualche onorevole in cerca di pubblicità, la Sinistra Arcobaleno, il papa in veste di salamandra hitleriana, due "drag queen" argentate che leccano con esibita voluttà una croce altrettanto argentata come farebbero in film hard con ciò che ha reso celebre l'esperto nostrano di patatine internazionali? e i radicali italiani, un carro per i matrimoni, riso in aria e alcool a fiumi nella gola, ecc. ecc? e un tizio cammuffato da improbabile madonna che inneggia alla procreazione divinamente assistita? e amplessi mimati, baci sguaiati, voci roche di fumo, tette dorate ecc.?
Per dire cosa? Che l'omosessualità è volgarità e pessimo gusto, sguaiatezza, promiscuità? Che tutto fa brodo per tutti, basta che respiri, e che va bene così?

Penso alle persone omosessuali che mi sono care - a come cercano bellezza, verità, tenerezza, intimità, bontà di vita. 
Prego che la trovino, e che ciò che è accaduto oggi di nuovo non li scoraggi nella loro via - quale che sia, dovunque li porti.

31 maggio 2008

I "MATTI" DI MARIA di Pier Paolo Gobbi


Escono al mattino, verso le 9, uno alla volta, soli.
O forse danno la mano a corpi che i miei occhi non vedo­no. Me ne sto fermo al semaforo, attenndo di ripartire e loro escono dal cancello: i vestiti spesso di un’altra stagione, forse quella che sentono, cappotti pesanti d’estate, golfini leggeri d’inverno, cappelli di lana in agosto, foulard leggeri quando il vento è gelido.
Parlano da soli o con chi io non riesco a vedere, disegnano gesti nell’aria, chiamano, discutono, stanno muti con lo sguardo verso terra o verso dove solo loro sanno. I corpi, soprattutto, mi colpiscono e i volti.
I corpi e le donne. Il modo di camminare, la postura, il ritmo del passo. Ognuno ha il suo modo di andare, come accade di me, di noi uomini e donne che tutti abitiamo vicino al confine fragile dove la psiche talvolta scavalca il muro e va ad abitare i luoghi della sofferenza psichica.

Escono, soli, e camminano, alcuni sostano al bar, girano, escono, a volte ricevono un saluto, una sigaretta, che consumano in fretta rimanendo a lungo a sentire il calore bruciante dell’ultimo pezzo di filtro, ciucciandolo ad occhi chiusi. Altri vanno in bottega a chiedere se hanno visto qualcuno, spesso chieodno di Maria e ricevono dalla commessa sempre una gentile risposta
Molti camminano, camminano, camminano. Li vedo e li riconosco a volte lontano, nelle strade giù verso la città.

Ma c’è una cosa che quasi tutti fanno e che sempre mi sorprende e mi mette in fiore il cuore e gli occhi: dopo aver camminato lungo il ciglio della strada, verso la città, ad un certo punto risalgono una collinetta e fermano il loro camminare: nella piazzetta rialzata del borgo c’è da poco una bella edicola in pietra rosata dedicata alla Madonna, con una statua di Maria lievemente sorridente e con le braccia aperte, i fiori davanti. Credo sia la madonna di Lourdes.
Al mattino li vedo fermi, immobili vicino a Maria, uomini e donne simili a statue di terracotta, talvolta mossi a gesti teatrali da un vento misterioso che soffia da dentro. A volte invece si animano, dondolano leggeri come fiori soffiati dal vento impetuoso di maggio e cambiano i volti nella luce.
A volte sosto anch’io con la macchina e accosto o rallento la sera tornando dal lavoro e lascio lo sguardo andare all’incontro.

Fermano il loro camminare vicino a Maria.
Una donna chiama a voce alta “maria, maria”; un uomo sosta in silenzio con il corpo e il viso rigidi come ghiaccio ma ad un certo punto le dita sembrano riscaldarsi e animarsi e poi le mani e le braccia leggermente ondeggiano come le altalene del campogiochi vicino...forse spinte dal ricordo di mani lontane... ;
un uomo si mette dietro la statua e ne osserva con attenzione la schiena, ne abita l’ombra nei mattini assolati…come al riparo in un abbraccio ancora atteso.
Una donna sempre con un sacchetto in mano si ferma un po’ più distante con il viso deformato in un urlo straziato e muto come nei quadri di Bacon e poi lentamente apre le braccia a specchio con la statua e lievemente il ghigno si sciolgie…mentre il vento le muove le vesti troppo lunghe e fa suonare il sacchetto.

Loro sono i “matti”, uomini e donne che abitano da anni nella residenza per malati psichici che sta a 300 metri da casa mia e che al mattino escono liberi e soli. Quest’anno sono trascorsi 30 anni dalla legge, della quale molto si discute. Serve ancora molto, cure, medicine, servizi, professionalità, umanità. Serve non rinchiudere nessuno nella sua malattia, ma neppure negarla. Serve cercare strade di cura,di vita, per tutti, anche per le famiglie che spesso sono altrettanto devastate dalla sofferenza e si sentono sole.
Guardando “loro”, i “matti” disposti come statue e fiori intorno a Maria, sento che la fragilità è parte della nostra vita e tutti ci si rompe facilmente e tutti si è nati in un abbraccio, ci si perde e lo si cerca e lo si attende fino all’ultimo giorno, all’ultima mano. Forse il rosario della pietà cristiana allena anche le mani, le dita a credere a questo, che l’ultimo grano sia la tua mano, Maria.

Proprio oggi termina il mese di maggio, nella tradizione cristiana dedicato alla Madonna, a Maria e ho letto in questi giorni un poemetto di Davide Rondoni “Compianto,vita” dedicato ad un’opera d’arte straordinaria che ho visto tanti anni fa a Bologna: il “Compianto di Niccolò dell’Arca”, nella chiesa di Santa Maria della Vita.
Sono sette statue di terracotta policroma, forse all’origine erano otto: la figura di Gesù, steso a terra, con gli occhi e la bocca ancora aperti e intorno quattro figure di donne che urlano dolore e stupore, con i panni aperti come bocche dinanzi all’assurdo della morte del figlio. Provano a placarle due figure maschili: Giovanni al centro, silenzioso e composto e Nicodemo, in ginocchio. Osserva Beatrice Buscaroli che “i Vangeli non descrivono così il tema divenuto poi il soggetto del Compianto…Nicolò trasformò la pace delle Scritture in un dolore umano che pace non si dà. Dolore che si insinua nella terra, cotta e dipinta, e la sostiene, la alza,la piega e la modella, animata da una forza muta, naturale e artificiale insieme, sommamente rispettosa e assurdamente teatrale, risposta sola dell’uomo che non s’arrende al dolore del Dio e lo compiange, come sa, come può, come immagina”.
Forse erano otto le statue e non si sa come erano disposte perché nel tempo gli uomini ne hanno cambiato la disposizione originale e “solo l’impeto ventoso che ne sommuove i panni può forse far capire come era disposto in principio, e l’incompiutezza grezza dei dorsi delle statue, lasciate grezze”.
Che bella idea questa, di indovinare dal vento come era la vita in principio e riconoscere nella grezzità dei dorsi la speranza e l’attesa di un’opera da compiere, incompiuta, i segni di una domanda...

“Maria della vita…maria della vita…”… forse è questo nome che sentono, ascoltano, indovinano nel vento, ricordano…Loro, i “matti”, loro e noi, a giorni statue di terracotta , altri giorni fiori intorno.
Loro, “ i matti di Maria”.

Accade talvolta che la poesia e la parola siano vere e capaci . Per questo lascio parola a un poeta che stimo e che già vi ho fatto ascoltare. E' Davide Rondoni, da “Compianto, vita” (ed. Marietti,2004).
E' facile fare letteratura e poesia sul dolore, più difficile e giusto è accostarlo con sguardi e parole rispettose, che sappiano piangere insieme, compianto, ma anche dire senza paura di un desiderio grande di vita per tutti, di un tempo nuovo che lievita nella terra dei giorni anche se a volte se ne scorgono appena i cenni...
Poi a sera di ogni giorno e nell'ora che sarà conterà solo un abbraccio per il "nostro cuore di vento"...


Ho fermato il mio camminare.

Davanti qui a Santa Maria della Vita –
lo strano nome da dire e ridire…

Che posto è la Vita
con il portico detto della Morte
sul lato opposto…
Perché nominarla così…
per cosa dire…
Come a non poterne più di chiamarla soltantoMadonna.
O soltanto Maria del Rosario, o del santo Carmelo.
O inseguirla Maria dell’acqua, del fuoco,dell’olmo,
sì, ma anche del faggio,
Maria degli indios ma anche degli spagnoli,
del mare ma anche dei pescatori,
e dei bagnanti ma anche dei bagnini,
dei giudici ma anche dei ladri,
dei santi ma anche dei peccatori,
dei nobili e dei vili,
della fortuna ma anche Maria del Soccorso,


non sapere più come chiamarla,
dopo che l’hanno detta, lei, semprechiamata,
Maria della Rosa o dell’anno trascorso
del cardellino, della torre o di ogni dolore,
e di ogni sorpresa
lei che tutti i nomi li fissa, li fa fiorire
e poi se ne va
eterna ragazza di Dio,

e allora qui l’han chiamata, per il vicino ospedale,
per l’essere così vicina al male,
non potendone più
e vedendo che in ogni nome
lei sembrava andare via,
splendida ragazza dell’eterno
restava ma anche sfuggiva,

...via, anche là, della fonte,

per farla restare, non andare, Maria,

vedi come si può soffrire,
lo sai tu
non andare via,
l’han chiamata con il nome minimo e supremo
stringendo il pugno nel letto
con il nome che andava via
dalle loro labbra bianche
e dai petti rapiti nell’ombra


l’hanno chiamata
con il nome semplice
che solo a ripeterlo mette i brividi e il magone
con il nome di tutto quel che si ha
e che si perde:

Maria della vita, della vita…della vita…vita…

Maria della vita mia…


….E lasci cadere del volto il velo
E io vedo in quegli occhi
Finalmente in questa ombre
Il sereno del cielo

e nelle tue mani salire i colori medi dell’aurora

e nel tuo passo l’inizio,
l’andamento della vita ancora

e nella tua presenza inattesa la riaperta rosa

e nel tuo cuore clemente arreso
posso mettere il mio petto offeso

e nella vittoria del tuo abbraccio
posso mettere il mio straccio-

Resto qui accanto a Maria

Maria della vita.
Maria della fede persa.

Maria della sera…
Così bella a volte da non sembrare vera-

Maria della vita avversa
Maria del compianto
sostieni

abbraccia tu il nostro cuore
di vento

Compianto, particolare

21 maggio 2008

L'ECO DELLA NEVE E LA PARTE MANCANTE di P.Paolo Gobbi


Incontra, ascolta, cerca, scava, accoglie, dà voce, racconta. Questo fa Gianpaolo Pansa, giornalista e scrittore, uomo con una storia di sinistra.
Esce oggi per Rizzoli "I tre inverni della paura", gli inverni dal 1943 al 1946, "di quando nevicava sangue e chiunque poteva essere ammazzato da chiunque, anche senza colpa, anche senza aver mai mosso un dito a favore o contro".
Incontriamo ed ascoltiamo nelle pagine del libro le voci e le storie di tanti uomini e donne "vinti", alle quali solo la neve, in giorni lontani, ha fatto eco: sono la "parte mancante", che la neve di quegli inverni ha accolto, le mani e la memoria dei figli, dei parenti e degli amici hanno conservato fino ad oggi, il ghiaccio dell'oblio della storiografia ufficiale ha in gran parte negato.
Sfogliando le pagine del ponderoso libro di Pansa, mi è venuto da cercare e risfogliare un piccolo libro di un altro scrittore, molto diverso, Christian Bobin.(andate a visitare il bellissimo blog dedicato da Maddalena a Bobin!).
Parla d'altro Bobin nei suoi libri, forse. O ogni scrittore vero parla e tace della stessa cosa?
Il suo libro si intitola "La parte mancante", una serie di quadri narrativi che danzano intorno a quella verità attesa da ogni uomo.
In un racconto parla di neve, di voce...sentite:
"Lo spirito è una parte del corpo, un frammento più sottile della carne, come si dice di un vino che è fine,di un'assenza che è lunga. L'anima è un fiore spalancato di sangue rosso. Freme sotto le onde del canto. Sboccia nella schiarita di una voce. lo spirito si desta nella cavità del corpo, nel tronco del respiro, alle radici della carne...si canta sempre un'assenza...la pienezza e la perdita...contemplate il cristallo della neve sulla terra, il fiocco della voce sulla carne. Mescolate tutto. E' il vostro particolare modo di vederci chiaro. mescolare tutti i generi di luce. C'è la neve, c'è la voce".
( da "La voce, la neve" , in "La parte mancante",Ed. Servitium, 2007)
Ascoltiamo ora Pansa presentare il suo libro.


Non capisco
di Giampaolo Pansa

È da cinquant’anni che studio e racconto la Resistenza italiana e la guerra civile tra fascismo e antifascismo. Ho cominciato con la mia tesi di laurea dedicata alla guerra partigiana fra Genova e il Po. E continuo oggi con
I tre inverni della paura, un romanzo che si snoda in un’area cruciale per quel tempo: il territorio fra ReggioEmilia, Parma e Modena.
Tanti anni dopo il mio esordio di storico dilettante, constato ancora una volta che molti politici e molti storici professionisti rifiutano di prendere atto di alcune verità che riguardano la complessità della nostra guerra civile. Verità che i vertici politicie accademici delle tante sinistre italiane si ostinano a non vedere, con un accanimento quasi assurdo. La loro cecità culturale è sempre più minoritaria nell’opinione pubblica e nelle scelte elettorali. Eppure è emersa di nuovo in questo 2008, nelle celebrazioni del 25 aprile. Quello che ho sentito e ho letto mi conferma che le posizioni di molti presunti eccellenti sono ormai incomprensibili alla luce della realtà accertata in questi decenni. Tanto da indurmi a dire quattro semplici “Non capisco”.

NON CAPISCO perché si continui a sostenere che sono stati i partigiani da soli a liberare l’Italia occupata dai nazisti affiancati dai fascisti. Non è così. Il nostro paese ha riconquistato la libertà e la democrazia soprattutto grazie ai sacrifici degli americani e degli inglesi che, nella lunga campagna d’Italia, hanno visto morire in battaglia decine di migliaia di loro giovani. Insieme a soldati francesi, canadesi, sudafricani, indiani, nepalesi, algerini, marocchini, senegalesi e volontari della Brigata Ebraica...La festa del 25 aprile, che è anche la mia festa, non dovrebbe mai dimenticarlo.
Celebrare quella data senza ricordare questa verità è un errore morale, prima ancora che politico e storiografico. Insistere nell’errore è fare torto agli stessi partigiani. Nel descriverli come un esercito strapotente, in grado di sconfiggere le divisioni tedesche in Italia, si annullano i loro sacrifici. E si dimenticano la povertà dei mezzi militari di cui disponevano, l’esiguità delle forze in uno scenario bellico enormemente più grande e terribile, la generosità dei pochi che avevano scelto di resistere, il coraggio quasi solitario dei tanti caduti che è giusto onorare. Tuttavia, questo errore si continua a ripeterlo, come si è visto anche nell’ultimo 25 aprile. È un errore carico di arroganza politica e di superbia storiografica. Al punto da rendere quasi obbligata una domanda molto scomoda: ha ancora senso festeggiare la Liberazione seguitando a ignorare quello che nella realtà è accaduto? Dire il falso, insistere in quella che ho chiamato la Grande Bugia, non garantisce la durata di nessun mito positivo. E rischia di diventare la tomba della Resistenza e della sua memoria.

NON CAPISCO perché si continui a sostenere che la guerra civile è stato un confronto fra angeli (i partigiani) e diavoli (i fascisti della Repubblica sociale italiana). Anche in questo caso non è così. Le guerre sono sempre sporche. Quelle civili lo sono ancora di più. Partigiani e fascisti combattevano per obiettivi contrapposti. Ma hanno commesso le stesse atrocità. La ferocia ha travolto entrambi i fronti, dando vita a un disordine crudele che aveva un solo motto: pietà l’è morta. Riconoscerlo e rifiutare tutte le guerre, anche quelle per una causa che riteniamo giusta, è la forma più alta di pacifismo.
La mia patria morale è da sempre la Resistenza. Ma non accetto la retorica falsa che sostiene: di qui c’erano tutti i buoni, di là tutti i cattivi. La sinistra che afferma ancora questa grande bugia reca danno soltanto a se stessa. E andrà incontro a nuove sconfitte, perché un’opinione pubblica sempre più larga rifiuta questa lettura della guerra civile.

NON CAPISCO perché si continui a dire e a scrivere che quanti hanno combattuto nella Resistenza perseguivano gli stessi scopi. Certo, tutti i partigiani lottavano per liberare l’Italia dall’occupazione tedesca e dalla dittatura fascista. Ma l’unità dell’esercito partigiano terminava lì. Subito dopo cominciavano differenze molto profonde e spesso inconciliabili. La favola dell’unità resistenziale le ha poi fatte sparire, nella melassa di un racconto monco e dunque falso della guerra di liberazione.
La grande maggioranza delle formazioni partigiane combatteva sotto la guida politica e militare del Partito Comunista Italiano. Anche le pietre sanno che per il partito guidato da Palmiro Togliatti, da Luigi Longo e da Pietro Secchia la sconfitta del fascismo e la liberazione del paese erano soltanto il primo passo di un cammino assai più lungo: la conquista del potere e l’affermazione di una dittatura rossa, sotto l’ombrello dell’Unione Sovietica.
L’obiettivo ultimo dei comunisti era di fare del nostro paese uno stato satellite di Mosca, agli ordini di Stalin. Il loro traguardo finale era l’insurrezione armata contro la borghesia, il capitalismo, i padroni. Rappresentati soprattutto da un partito che pure aveva partecipato alla lotta antifascista: la Democrazia Cristiana.
Nella Resistenza, molti militanti del Pci sono caduti in battaglia nell’intento di realizzare questo disegno. È un sacrificio che merita rispetto. Ma se il loro proposito si fosse realizzato, l’Italia sarebbe diventata la provincia mediterranea dell’impero sovietico. E la libertà dal fascismo, appena conquistata, avrebbe ceduto il passo a un nuovo totalitarismo, in grado di soffocarla nel sangue.
Ecco un’altra verità che spiega quel che è avvenuto dopo il 25 aprile: l’inizio di una seconda guerra civile. I tre inverni della paura racconta anche questa fase e la descrive quasi giorno per giorno, sino alla fine del 1946. Le città e i paesi che fanno da sfondo al romanzo, un’area cruciale dell’Emilia e una roccaforte politica del Pci, vanno incontro a una nuova tragedia. Si aspettano la pace e invece vedono divampare una spietata strategia del delitto politico. Diretta non soltanto contro i vinti in camicia nera, ma contro tutti i possibili avversari della rivoluzione rossa.
Mentre gli altri gruppi partigiani depongono le armi, l’apparato militare comunista resta in campo e seguita a sparare, a uccidere e a sequestrare gli avversari di classe, per farli sparire nel nulla. Al punto che lo stesso Togliatti, dopo molte ambiguità e tentennamenti, farà molta fatica a imporre l’alt ai compagni degli Squadroni della morte, protetti da una frazione importante del gruppo dirigente del partito. E a mettere fine a una catena di omicidi dannosa per l’immagine legalitaria del Pci.

NON CAPISCO perché chi descrive queste verità, come avviene ne I tre inverni della paura, debba essere tacciato di revisionismo. È l’accusa più ridicola inventata dai gendarmi rossi della memoria resistenziale. Ma è un’accusa che non mi fa più effetto.Tutti gli storici veri sono revisionisti. La storiografia non è una costruzione immutabile, da non correggere mai. Essere revisionisti è un merito, non una colpa. Ma, a sentire gli anatemi delle tante sinistre, in Italia continua a essere quasi un reato politico, per un motivo che mi sembra chiaro.
Il motivo è che nel dopoguerra le sinistre hanno imposto un racconto della Resistenza che giovava all’immagine del Pci perché nascondeva i suoi propositi totalitari, quelli di fare dell’Italia un paese comunista e uno stato satellite dell’Unione Sovietica. Per decenni, della Resistenza hanno scritto soprattutto autori legati al carro del Pci. Perfino usare l’espressione “guerra civile” era proibito, perché veniva considerata un’immagine reazionaria, di destra, filofascista.
Dopo la caduta del muro di Berlino e la dissoluzione dell’Urss, la musica è cambiata, ma soltanto in parte. A iniziare dagli anni Novanta ha cominciato a essere proposta una storia della Resistenza meno conformista, più attenta alla realtà di quanto era accaduto in quegli anni terribili. Abbiamo cominciato a parlare e a scrivere
“delle zone d’ombra, degli eccessi e delle aberrazioni” che esistevano anche nel campo partigiano. Sono le tre parole pronunciate dal presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, il 15 maggio 2006, nel suo primo messaggio al Parlamento...Per quel che mi riguarda, dopo aver scritto tanto sulla Resistenza, ho iniziato a narrare dei vinti, dei fascisti sconfitti, ascoltando le loro voci, raccogliendo le loro testimonianze, descrivendo la tempesta che avevano attraversato dopo la caduta dell’ultimo regime di Mussolini.
Ho anche spiegato in che modo la soggezione politica del Pci alle strategie dell’Urss avesse subito provocato la fine dell’Anpi come associazione unitaria di tutti i partigiani. Causando la nascita di altri due gruppi di ex combattenti della Resistenza: dapprima i partigiani cattolici e, all’inizio del 1949, i partigiani socialisti e del Partito d’azione.
Ho lavorato con lo stesso spirito anche ne I tre inverni della paura. Per una ragione quasi banale: le guerre civili si combattono sempre in due e per raccontarle bisogna descrivere con equità anche il mondo degli sconfitti e i contrasti sanguinosi nel campo di vincitori. Questo è fare del revisionismo? Sì, un revisionismo inevitabile e giusto. Questo è mettere sullo stesso piano chi combatteva per la libertà e chi difendeva un regime autoritario? No, non è mai stato il mio intento. Chi lo sostiene, e chi lo affermerà di nuovo dopo questo romanzo, mente sapendo di mentire. Una parte di questi bugiardi ha un carattere violento. E ritiene che si debba far tacere con le minacce e le aggressioni chi non sta ai loro ordini. Ne ho fatto l’esperienza anch’io. Ma quei match poco piacevoli mi hanno aiutato a capire sino in fondo di che pasta sia fatta l’area ottusa delle sinistre italiane.
Nel suo discorso per il 25 aprile 2008, pronunciato a Genova, il presidente della Repubblica ha ammonito a non attaccare la Resistenza. L’ho ascoltato con rispetto. E senza dimenticare che Napolitano mi aveva difeso con limpida energia dopo la prima aggressione, subita nell’ottobre del 2006 proprio a Reggio Emilia. Ma, come ha ricordato il capo dello Stato, cercare la verità sotto la crosta della retorica al servizio di una ideologia non è mai un attacco o un gesto d’offesa.
Qualche giornale, sbagliando, ha tradotto il monito del presidente con uno sbrigativo
“Troppi revisionismi”. Ne ho sorriso, perché non esiste autorità al mondo che possa dettare le regole della ricerca storica. E dire: fin qui si può andare, al di là no.
Grazie agli italiani, l’Italia è sempre un paese libero. Dove un autore di saggi storici o di romanzi ha un solo suggeritore: la propria coscienza. E dove gli editori stampano i libri che gli sembra giusto pubblicare.

Il mio romanzo

Quando pubblicai Il sangue dei vinti, durante un dibattito a Roma una ragazza di destra mi disse: “Lei deve scrivere il Via col vento della guerra civile italiana”. Lì per lì rimasi sorpreso. Non avevo mai pensato a un progetto tanto ambizioso... E l’impresa che mi veniva suggerita era troppo al di sopra delle mie forze.
Nel succedersi degli anni, mi sono rammentato più volte di quell’incitamento.
Ma l’ho sempre respinto, perché indicava un traguardo che era temerario propormi. Poi, all’inizio del 2007, poco dopo l’uscita dei Gendarmi della memoria, ho ripensato ai sei libri che avevo scritto sulla nostra guerra interna, tutti lavori di rievocazione storica o di polemica politica e storiografica. E mi sono reso conto che avevo sottratto al silenzio molte vicende di partigiani e di fascisti prima e dopo il 25 aprile, però mi ero dimenticato del terzo protagonista di quella tragedia. Parlo della popolazione civile, della gente che non si era schierata con nessuno dei due fronti in lotta. Renzo De Felice l’aveva chiamata “la grande zona grigia” della guerra civile italiana. Grigia perché diversa dal nero e dal rosso, i colori di chi si era scannato per venti lunghi mesi.
La zona grigia era composta dalla maggioranza degli italiani che vivevano nelle regioni del centro e del nord. Sono stati loro gli attori silenziosi di quell’epoca crudele, vittime di una guerra che avevano rifiutato di combattere. Anche la mia famiglia stava nel grigio. E anche mio padre, mia madre, le mie nonne, i miei zii hanno sofferto per l’incendio che divampava attorno alla nostra casa.
Per fortuna, vivevamo nel centro di una piccola città piemontese. Senza essere esposti ai rischi di chi abitava in campagna o in montagna. Ma pure noi, di notte, sentivamo sparare di continuo attorno alla vicina Casa del Fascio. I due ponti sul Po erano presi di mira dai caccia bombardieri degli Alleati. La nostra strada aveva visto sfilare i partigiani destinati alla fucilazione e, insieme, i funerali dei soldati fascisti caduti negli agguati della guerriglia. Dunque la paura aveva bussato anche alla nostra porta. Può sembrare un paradosso, però a vivere nella paura più di chiunque è toccato proprio agli italiani che non stavano né con la Resistenza né con la Repubblica sociale, ma si erano trovati coinvolti ugualmente in uno scontro spietato. I partigianie i fascisti erano in gran parte giovani e convinti di una scelta che richiedeva molto coraggio. Non avevano tempo di abbandonarsi alla paura, se non in frangenti eccezionali. Combattevano e basta, per vincere, per portare a casa la pelle, per colpire l’avversario e per non farsi colpire.
Ma la condizione umana dei civili era del tutto diversa. Assomigliavano a un vaso di coccio schiacciato fra due vasi di ferro. Sempre esposti al pericolo di subire una rappresaglia, di essere coinvolti nei rastrellamenti condotti dai tedeschi e dai fascisti o nelle vendette dei partigiani, di trovarsi di fronte a incursioni violente di bande dell’uno o dell’altro colore. Hanno patito molto, senza aver mai imbracciato un fucile. Accade di continuo nella guerre interne che spaccano una nazione.
Queste riflessioni mi hanno spinto a scrivere un romanzo sulla guerra civile che avesse come protagoniste le donne della “zona grigia”. Le donne perché sono loro ad aver sopportato il peso più grande della guerra. Spesso da sole, senza uomini accanto. Aggredite da un conflitto che non le riguardava. Impegnate a proteggere soprattutto i figli bambini, come ero anch’io in quel tempo. Sfinite dall’attesa di veder chiudere il mattatoio di una guerra interminabile. E costrette a vivere ogni giorno nella paura di essere minacciate, sequestrate, violentate e uccise dai duellanti armati che le assediavano. È proprio la paura il cuore del romanzo. Lo dichiara il titolo: I tre inverni della paura. Gli inverni di quando nevicava sangue e chiunque poteva essere ammazzato da chiunque, anche senza colpa, anche senza aver mai mosso un dito a favore o contro nessuno. Tre inverni perché nell’Italia del nord la paura è rimasta immutata anche per molti mesi dopo la liberazione. Nel corso di una seconda guerra civile scatenata dalle bande comuniste e che aveva per posta la conquista del potere politico. Al centro del racconto c’è una giovane donna che, di colpo, scopre le ansie, i terrori e la fatica di vivere: Nora Conforti, una ragazza della borghesia ricca di Parma, che nel 1940 ha 18 anni. Allo scoppio della seconda guerra mondiale, la sua famiglia decide di trasferirsi nel podere che possiede sulle colline della val d’Enza, a Guardasone, una frazione di Traversetolo. Così ha deciso suo padre Agostino, convinto di sfuggire al pericolo di possibili bombardamenti sulla città. Senza immaginare che la bufera della guerra li raggiungerà anche in quel rifugio ritenuto sicuro. E li investirà con una brutalità sconosciuta.
In quel podere Nora incontra il suo primo amore: una passione intensa subito troncata dalla guerra che le cambierà la vita, lasciandola madre di una bambina senza padre. Lei e la piccola, insieme all’Angiòla, la bambinaia, andranno ad abitare da sole in una villa sull’altra sponda dell’Enza, nella frazione Monticelli di Quattro Castella, in provincia di Reggio Emilia. In questa grande casa Nora inizierà un viaggio terribile dentro l’inferno della guerra civile. Un viaggio che si concluderà in circostanze che i lettori scopriranno nelle ultime pagine del romanzo.
Ho soltanto provato a fare un libro che non c’era e che mi mancava anche come lettore. Chi conosce i miei lavori precedenti vi troverà l’eco delle tante ricerche che ho svolto per anni e anni. Non poteva che essere così. La storia della guerra civile fa parte della mia storia personale, per le molte cose che ho visto da bambino e che più tardi ho sentito raccontare da persone oggi scomparse.
È l’unico vantaggio che ti regalano il trascorrere del tempo e il bianco dei capelli.

18 maggio 2008

I FUOCHI E LA LUNA di Pier Paolo Gobbi



E' la sera della domenica.
La casa si sta vestendo di un po' di silenzio, mi affaccio alla finestra grande della cucina: il cortile, la piccola strada, i campi con le viti che crescono, gli alti e scuri pini del piccolo cimitero e laggiù in fondo le luci della città e le case. Avevo in cuore di scrivere qualcosa sul tema "infuocato" di questi giorni: lo straniero, la paura, la sicurezza, i rom.
E' un tema molto bello quello dello "straniero" visto dalle pagine colte dei libri. Lo straniero nella Bibbia, nella filosofia del 900...Ce ne sono di bellissimi. Penso a Levinas, Derrida, Jabes, ma anche a Enzo Bianchi e Carmine Di Sante. Li ho ripresi in mano e ancora più forte ho sentito il contrasto con la realtà e con altre parole: parole forti, di fuoco, lette sui quotidiani della sinistra di fronte alle proposte di legge del governo: ho letto di pulizia etnica, nuovi pogrom, leggi razziali, caccia ai rom e ai poveri...E' passato solo un mese dal voto e a me pare che già lo sconforto e la rabbia degli sconfitti, esclusi democraticamente dal Parlamento, anzichè generare la pazienza dell'ascolto e di riflessioni e autocritiche profonde abbiano generato velocemente un linguaggio apocalittico che ha trovato "nuovi poveri" da difendere da "nuovi razzisti" , disegnando uno scenario cupo , carico di fumo all'orizzonte della nostra Italia. Tale sensazione la trovo confermata dalle parole e i toni di molti blog di "sinistra".
Non sarà il caso tutti di andarci piano con le parole e maneggiare il fuoco con più cura?
Eppure sindaci di tutti gli schieramenti si stanno coordinando per dire e chiedere risposte; eppure la comunità europea (sempre invocata da molti come fosse la verità incontestabile) sta modificando a larga maggioranza le normative sull'immigrazione; eppure nella Spagna di Zapatero, ormai l'ultimo paradiso evocato da molti superlaicisti delusi dall'Italia "papalina", le norme e la prassi per l'immigrazione sono severissime. Eppure, eppure. Niente da fare. Si sta cercando con fatica di fare una legge che risponda meglio a un fenomeno complesso come l'immigrazione e lo si dovrebbe fare cercando di evitare due rischi: a sinistra la tentazione di negare la paura, irridendola o giudicandola, di assolutizzare sempre la differenza e l'alterità, di giungere quasi a rinunciare alla propria cultura e storia e a colpevolizzarla per fare posto alla sacralità dello straniero e a un indistinto mondialismo; a destra c'è il rischio opposto di assolutizzare l'identità, ergendosi a difesa dei propri valori anche dove essi non lo meritano intendendo l'identità come qualcosa di fisso, immutabile, che non può correre il rischio della relazione e dell'incontro. Nella realtà della grandissima maggioranza degli italiani vi è" solo" la richiesta di sicurezza, di certezze, di avere la percezione che il fenomeno è responsabilmente governato. Certo c'è anche il problema di chi delinque e occorre essere certi e giusti nella pena e nei mezzi di repressione e prevenzione, così come lo si dovrebbe essere per gli italiani.
Spero resista Veltroni a contribuire insieme con la maggioranza a costruire nel campo democratico un paese dove di fronte ai problemi grandi ci si confronta seriamente sapendo che la politica non è tutta la vita, non "salva", e ogni soluzione è sempre parziale e mai porterà la giustizia sulla terra. Non per questo si deve smettere di sporcarsi le mani con la politica e di cercare la giustizia.
A volte, ve lo confesso, penso dentro di me: ma tanti di questi intelligenti "maestri" di certa sinistra su che libri hanno studiato? Perchè mi appaiono spesso digiuni di molta parte del pensiero filosofico e politologico del 900, come se fosse per loro proprio come uno "straniero". Penso a molto pensiero liberale, alla Scuola Austriaca di Von Mises e di Von Hayek, a Popper (letto per intero!); penso in Italia alla illuminanti e profetiche parole di Augusto Del Noce, a Bruno Leoni, a Ricossa, ad Antiseri, a Matteucci. Non sarà che per l'abitudine di confrontarsi tra loro, leggersi uno con l'altro, recensirsi a vicenda, senza mai aprirsi realmente all'alterità di un pensiero "altro" e degli altri, un pensiero "straniero" lasciato spesso fuori dai luoghi di pensiero e formazione come le università, non sarà dico che molti "intellettuali" e giornalisti hanno finito per coltivare solo un grande narcisismo e l'incapacità di vedere e comprendere la realtà?
Ovviamente, lo dico per chiarezza e con forza: non si appiccano fuochi agli accampamenti rom e non ci si fa giustizia da soli; il tema dello "straniero" ha molto da dirci su chi siamo nel profondo e su che società vogliamo costruire; occorre essere sempre vigili perchè il giusto desiderio di sicurezza e legalità non diventi altro.

Ora sento che c'è meno silenzio in casa ma forse è il rumore dentro di me, che ascolto.
Così perchè è domenica sera e il cuore deve andare a riposare nella pace, mi riaffaccio alla finestra e come un segno è apparsa una luna quasi piena, leggermente velata. La vedo io e anche gli occhi felici o impauriti di tanti italiani, la vedono gli occhi profondi dei bambini rom e degli uomini e le donne intorno ai fuochi,l avedono gli occhi di chi odia e appicca il fuoco. Se si affacciano alla finestra del mondo, deponendo i libri e le dita alzate a dare subito lezioni e ammonimenti, la vedono anche gli intellettuali e i giornalisti che usano parole come fuochi.
Sarà una poesia capace di comprendere la realtà, di suggerire giustizia con parole come "mani rovesciate"? "Cosa sta scrivendo il fuoco in tutto il buio che c'è?" Poesie di Davide Rondoni, un autore che vi invito a conoscere (http://www.daviderondoni.altervista.org/).
Voler bene a una persona, La notte è piena.


Voler bene a una persona

Voler bene a una persona
è un lungo viaggio -
rupi, cadute d'acqua
e bui improvvisi,
dilatati,
il chiuso di foreste,
lampi a volte sul silenzio
così vasto del mare
e strade sopraelevate,
grida
viali immersi all'improvviso
in una luce sconosciuta.

Voler bene a uno, a mille, a tutti
è come tener la mappa nel vento.
Non ci si riesce
ma il cuore me l'hanno messo al centro del petto
per questo alto, meraviglioso fallimento.

Sugli altipiani di ogni notte
eccomi con le ripetizioni
e le mani rovesciate della poesia:
non farli stare male, sono tuoi,
non farli andare via

La notte è piena

la notte è piena, vedi come
questa notte è piena di fuochi
stelle cadute nelle gole
o sui pendii, ai margini della città, pianure...
Passami una mano sugli occhi,
amore,
quasi distinguo più
i bagliori la notte dimmi,
sono casuali, roghi d'abbandono
o sperduti cerchi di festa?
televisori accesi
in bivacchi di sentinelle
o invasori accucciati
che fiutano nel gelo
e maledicono la bella testa
della luna...
Li innalza nel vuoto
una diperazione d'uomini?
o ancora fuochi di qualche officina...
E là
nella grande aria del mare
sono falò per naviganti
o contrabbando?
un astro a cadere
o riflessi sulle lenti
dipredatori...
Come è piena di fiamme la notte, amore
tienimi una mano sul petto.
Cosa sta iniziando
cosa sta scrivendo
il fuoco in tutto il buio che c'è?

14 maggio 2008

LA GIUSTIZIA


Mormorano in un palpito le stelle
fruscio di luce
linguaggio del silenzio.

Da ogni parte
in molti modi
si racconta il mondo.


Nell'altro amare
anche quello che non si capisce
prima che il cuore
si consumi.

Fare fiorire l'anima
sconfiggere la paura
della solitudine eterna
anche se il segreto
non verrà mai svelato.

Così ripristinare
la giustizia.


( da "La pietà della mente", Renzo Ricchi)

12 maggio 2008

GUARDARE E RICONOSCERE di P.Paolo Gobbi


Chiude stasera la Fiera del Libro di Torino, dedicata a una domanda “La bellezza salverà il mondo? ", la celebre domanda che un personaggio dell’Idiota